Quei rigori a fil di palo

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Così è (anche se non vi pare)

L’immagine di Scarpa che allontana Girardi per sistemare il pallone sul dischetto è ancora ferma sulla retina. È sicuro del fatto suo Scarpa; tanto sicuro che non vuole sentire ragioni e non vuole essere messo in discussione come rigorista: il tiro spetta a lui. Vuole mettere il sigillo alla gara, come già fatto in altre occasioni; vuole essere il protagonista indiscutibile; intende essere l’uomo partita, quello che firma il gol della vittoria anche se la gara è ancora tutta da giocare perché mancano ancora buoni venticinque minuti alla fine. Silenzio tombale al momento della breve rincorsa. In tribuna, come di consueto, sortilegi e scaramanzia: c’è chi chiude gli occhi, c’è chi guarda in cielo, c’è chi dà le spalle al campo augurandosi che ci sia di lì a poco il boato che di solito segue una realizzazione. Ma sono in tanti a fissare, al pari di una implacabile e lenta moviola, i passi di Scarpa che precedono il tiro. Sono attimi infiniti; attimi che sembrano durare un’eternità. Tira Scarpa e il pallone, colpito di forza più che d’astuzia, viene intercettato dal portiere avversario che si butta sulla sua destra e, di piede, miracolosamente, riesce a sventare il gol. Il boato c’è; ma arriva da un’altra sponda, quella occupata da non meno di trecento tifosi beneventani.
Poteva essere, ma non è stato. Questo è il gioco del calcio.
Dà dimostrazione di buona inquadratura il Benevento. Comincia in salita la gara della Paganese che subisce per almeno un quarto d’ora iniziale la supremazia territoriale degli avversari. Un caldo vento di scirocco, intanto, impazza sul manto erboso del “Marcello Torre” e il gioco risulta spesso spezzettato proprio per le folate di vento che falsano le traiettorie. Un quarto d’ora, non di più, dura lo sterile predominio territoriale degli stregoni. La Paganese ricuce il reparto di centrocampo dove Romondini fino a quel momento appariva quasi circondato da un nugolo di avversari bravi nell’arte del palleggio; si rivede all’opera un immenso Ciarcià, bravissimo a interpretare sia la fase difensiva che di disimpegno e di rifinitura. È quello di oggi (e quello di Carrara, per la verità) il vero Ciarcià, un calciatore mai visto in forma così smagliante e che sprizza energia giovanile da tutti i pori, un moto perpetuo inesauribile, avanti e indietro senza fermarsi mai; un calciatore che, se mantiene l’attuale stato di forma, risulterà il migliore acquisto per quest’ultima parte di campionato.
Dunque cresce Ciarcià, si fa sentire più che vedere anche Soligo, e allora Romondini può giocare come sa, a testa alta; può organizzare il gioco, può innescare la potenzialità offensiva di un vigoroso Girardi mai domo al centro dell’attacco. Se la vede brutta il Benevento quando la Paganese accelera, quando Nunzella spinge sulla fascia sinistra e quando Ciarcià per ben due volte, dopo aver conquistato palla, con slalom entusiasmanti degni del Tomba prima maniera, insidia con due bordate micidiali la porta di Gori. I due tiri, uno di seguito all’altro, quasi fotocopie, terminano di un niente alla destra del portiere sannita che, annichilito, può solo guardare la sfera terminare sul fondo.
È un crescendo quello della Paganese, alla mezzora di gioco. Romondini è l’incaricato speciale a battere i calci d’angolo. Con un vento forte che spira in favore un calcio d’angolo è qualcosa in più di una semplice punizione. Tre calci d’angolo di seguito fanno venire i brividi alla difesa beneventana. Sul primo, battuto sempre da Romondini che ha le chiavi in mano di ogni punizione indiretta, il portiere Gori si salva pur uscendo a vuoto: due attaccanti della Paganese, Tortori e Caturano, e subito dopo anche il difensore Perrotta, non riescono a trovare i tempi giusti per l’impatto con il pallone che quasi danza beffardamente sulla linea di porta. Sul secondo, è il primo palo ad opporsi ad un astuto tentativo di realizzazione diretta. Sul terzo, è Pepe che in un groviglio di calciatori riesce a svettare e a colpire di testa; il pallone sembra indirizzato senza scampo a fil di palo ma viene smorzato da un difensore avversario ad un metro dalla linea di porta e Gori, con un tuffo a terra alla sua sinistra, se lo ritrova miracolosamente fra le mani.
Ma non è finita. L’azione della Paganese è tambureggiante e la difesa del Benevento pare in grossa difficoltà. Quasi allo scadere del tempo si sviluppa l’occasione più ghiotta per passare in vantaggio. Ennesima punizione battuta dalla tre quarti in avanti da Romondini, un difensore respinge alla meno peggio e la palla termina in piena area, sui piedi di Perrotta, tutto spostato sulla sinistra. Maldestro l’impatto del sinistro di Perrotta nei confronti dell’invitante pallone che viene colpito malissimo; “da difensore vecchia maniera” – avrebbe detto qualche cronista di un tempo che fu. Sia chiaro, nessuna demerito per Perrotta che anzi deve essere considerato come una delle note liete della giornata; attento, preciso, puntiglioso, finanche elegante il giovane difensore pescarese che non ha sbagliato un intervento. Un gol, certo, avrebbe premiato la sua bella gara e lo avrebbe consacrato anche nelle vesti di goleador. Sarà per un’altra volta.
Nel calcio troppi errori possono costare caro. Ma soprattutto costa cara la mancata realizzazione del calcio di rigore nella fase centrale della partita. L’errore di Scarpa dal dischetto alla fine risulterà determinante. Inutile rivisitare l’episodio, inutile rimpiangere un qualcosa che poteva essere e non è stato. Piuttosto sarebbe solo il caso di riflettere sulla scelta di esecuzione del tiro dal dischetto risultato fatale dagli undici metri; non per mettere minimamente in discussione la bravura di Scarpa, quanto per il fatto che oggi come oggi quasi tutti i portieri conoscono a memoria i rigoristi che settimanalmente possono incontrare sulla loro strada. Sanno delle loro attitudini, sanno principalmente l’angolo preferito che il rigorista cerca. Non vorrei sbagliarmi ma mi sembra di poter dire che Scarpa dal dischetto cerca quasi sempre l’angolo alla destra del portiere, anche se oggi ha tentato il tiro forte e centrale; un portiere aggiornato in questo tipo di casistica lo sa e non ha nemmeno bisogno di dare fondo al suo istinto per lanciarsi sulla sua destra. Se il tiro è potente, rasoterra e a fil di palo puoi anche indovinare l’angolo, ma non riesci a prenderlo. Altre soluzioni, per il prosieguo del campionato, è meglio tenerle in caldo: non si sa mai, anche se bisogna dire che i rigori si segnano e si falliscono dovunque, anche nella massima serie e anche da parte di conclamati campioni.
C’era un calciatore della Paganese degli anni Settanta, Tonino Albano, cresciuto alla corte del Napoli, campione come pochi in terza serie, che era un vero cecchino dal dischetto. Un giorno come un altro, durante un allenamento, era l’anno di Rambone allenatore, mi dimostrò come non si riesce a neutralizzare un calcio di rigore anche se conosci in anticipo l’angolo dove è indirizzato. Nella circostanza in porta c’era Pasquale Fiore, altro napoletano doc, un mostro sacro fra i portieri dell’epoca. “Lo tiro alla tua destra – disse Albano – cerca di arrivarci stavolta, ma senza muoverti prima del fischio.” Di interno destro, rasoterra, Albano infilò la porta di Fiore disteso alla vana ricerca del pallone. “È scientifico – disse Albano – se sei al centro della porta non riuscirai mai a fermare un tiro forte, rasoterra e a fil di palo.” È così: è stato sperimentato. Solo che bisogna avere nel piede di battuta una precisione millimetrica; la qual cosa non è da tutti.
Torno alla gara. È andata male, ma non malissimo. Archiviati da tempo i sogni di gloria, anche un pareggio, quando, per un motivo o un altro, non si riesce ad arrivare al risultato pieno, può essere accettato. Siamo alla stretta finale e la salvezza va conquistata anticipatamente, senza che siano riservati grossi patemi d’animo. Per intanto andiamo a recuperare giovedì la gara con il Latina. Sappiamo tutti quelli che successe a dicembre. I “tavolini” sono stati serviti abbondantemente nelle aule dei tribunali sportivi, tipo barba, capelli e shampoo. La parola definitiva passa al campo, che, come sempre, è giudice inappellabile.
Sarà di sicuro una partita molto tirata con in ballo tanti buoni motivi di risentimento e di orgoglio, da parte paganese.
Vediamo come va a finire.
Nino Ruggiero

Uno, nessuno, centomila

colpo di testaCosì è (anche se non vi pare)

 Il calcio è materia opinabile. Partiamo da qui. Se ci fosse una giusta ricetta per guarire le innumerevoli disfunzioni tecnico-tattiche che una partita di calcio produce, specie in assenza di risultati, allora credo che tutti la utilizzerebbero: allenatori, dirigenti di società e – perché no? – i tifosi che sono i primi malati di una passione che travolge e che assai spesso lascia poco spazio al buon senso e alla saggezza.

L’unica medicina universale che mette tutto a tacere sono i risultati positivi. Quando arrivano le vittorie c’è poco spazio per ogni tipo di disquisizione tecnica perché le vittorie rappresentano la panacea di tutti i mali. Hai giocato male e hai vinto? Bene, altri tipi di considerazioni – che pure fanno parte del calcio – passano in secondo piano.

La ricetta giusta, quando i risultati non sono quelli sperati, non c’è; non c’è mai stata e mai ci sarà. Sappiamo tutti che il primo colpevole viene individuato nel manico: nell’allenatore. E’ storia vecchia, storia di sempre. A pagare è sempre l’allenatore, è prassi consolidata; l’allenatore paga sempre, a prescindere da colpe e manchevolezze. Qualche volta il cambio di allenatore può essere necessario. Ma bisogna avere le idee chiare in merito. Bisogna valutare tante cose: se la squadra segue ancora i dettami tattici dell’allenatore; chi l’ha costruita e con quali criteri; se, infine, ci sono i tempi tecnici per dare eventualmente una sterzata. Cambiare per cambiare, non serve.

Prendete Zamparini, presidente del Palermo e Cellino, presidente del Cagliari: ho perso il conto di quanti allenatori hanno cambiato negli ultimi anni. Non arrivano le vittorie e allora via l’allenatore. Continuano a non arrivare successi, ecco allora ancora un altro allenatore. Non si muove una foglia? allora facciamo ritornare il primo allenatore. Insomma una giostra, un via vai, tipo Stazione Termini, senza per questo risolvere il problema. La considerazione più ovvia che viene fuori allora è questa: possibile che siano tutti scarsi? Ma  allora quando i risultati sperati non arrivano di chi è la colpa? Forse di tutti e di nessuno. Detto alla Pirandello, forse uno, nessuno, centomila.

Vado alle cose di casa nostra. L’ennesimo passo falso commesso nell’incontro con la Nocerina ha aggravato la posizione in classifica della Paganese. Archiviati i sogni di alta classifica, gli azzurro-stellati non riescono più nemmeno a mantenere il passo delle squadre pericolanti e sono sprofondati in piena zona play-out. Contro la Nocerina si è vista all’opera una squadra senza nerbo, senza idee e senza costrutto; l’ombra della squadra bella e intrigante che nella prima parte del campionato aveva fatto palpitare e sognare tanti cuori. Ovvio, allora, che ci si domandi: che è successo alla squadra, come mai non ha più il rendimento del girone di andata? L’allenatore Grassadonia, come da classico copione, è sulla graticola. L’accusa è quella di non aver dato un gioco ed volto definitivo alla squadra, aggravata dal fatto che la squadra azzurro-stellata oramai non vince più dal 4 gennaio quando rimandò a casa con un sonoro 4 a 1 l’Avellino.

Non sono mai stato particolarmente tenero con Grassadonia in linea squisitamente tattica; altre cose non mi interessano.  Non una sola volta nelle mie solite note, all’indomani delle partite casalinghe, ho messo in evidenza che la squadra a centrocampo aveva più di una difficoltà. Schierare due soli centrocampisti di ruolo portava inevitabilmente ad uno squilibrio tattico, specie in presenza di squadre organizzate e che nella stessa zona nevralgica del gioco si presentavano con tre e anche con quattro elementi.

Mi pare di poter dire che, fin quando le condizioni fisiche degli atleti sono state ottimali, la squadra ha saputo mascherare qualche magagna di ordine tattico. Adesso, che più di qualche calciatore accusa malanni fisici, tanti nodi di natura tecnico-tattica vengono inevitabilmente al pettine.

Contro la Nocerina, Grassadonia, a causa di numerosi infortuni e della squalifica di Ciarcià, ha dovuto letteralmente inventarsi una squadra diversa dal solito. Nel giorno in cui si era finalmente deciso a schierare un centrocampo a tre, ha dovuto rinunciare a Romondini (febbre influenzale?) unico elemento in grado di accendere la luce nel grigiore di un centrocampo operaio.

Dopo aver subìto il gol su un calcio d’angolo studiato, provato e riprovato come schema negli allenamenti, la Paganese si è trovata a dover fare la partita. Contro una squadra organizzatissima, formata da elementi di grosso spessore,  gli azzurro stellati non hanno mai trovato il bandolo del gioco. Senza un uomo d’ordine a centrocampo, la manovra si è sviluppata spesso con lanci lunghi dalle retrovie. Palla lunga e pedalare; è sembrato questo lo slogan che ha accompagnato la squadra verso un’improbabile rimonta. Sono mancate le sovrapposizioni sulla fasce laterali; le due filiere di destra e di sinistra non hanno dato il solito apporto. Più di un calciatore, soprattutto gli under, hanno sofferto il clima agonistico di quella che per tanti è una partita speciale. Ciò nonostante il risultato della partita, specie nella prima parte della gara, è stata sempre in bilico e Tortori, nelle vesti di incursore, è stato fra i più brillanti mettendo spesso in allarme la difesa nocerina; ottimo un suo colpo di testa nel secondo tempo degno di migliori fortune. Il secondo tempo, acuto di Tortori a parte, è stato una vera lagna nonostante la Nocerina fosse ridotta in dieci uomini.

Rieccoci all’allenatore. Credo che la società gli riconfermerà la fiducia. A questo punto del campionato, con sole otto gare (inclusa quella con il Latina) ancora da disputare, con una squadra costruita su sue precise indicazioni (almeno credo!), bisognerà solo e soltanto pensare ad evitare i play-out. Non devo e non voglio difendere nessuno, ma altre considerazioni, anche condivisibili, sono da rinviare perché produrrebbero solo divisioni in un momento delicato in cui invece c’è bisogno di unità d’intenti.

Nino Ruggiero

La difficile materia del calcio

Così è (anche se non vi pare)OLYMPUS DIGITAL CAMERA

 Il calcio, si sa, è materia opinabile. Niente è mai certo. Sento in giro amici che, dopo l’ennesima delusione maturata al termine dell’incontro contro il Prato, parlano di moduli tattici, di calciatori che andrebbero accantonati, di formazioni e sostituzioni sbagliate, di un allenatore che avrebbe perduto il controllo della squadra. Questo è il calcio. Siamo tutti esperti, o quasi; ci sentiamo coinvolti e vogliamo dire la nostra in ogni discorso di natura tecnica, soprattutto quando i risultati non sono quelli sperati.

Sono le vittorie che annullano ogni discorso di natura tecnico-tattica; lo cancellano in nome di un entusiasmo collettivo che il calcio stesso sa sprigionare e che va al di là del fatto tecnico. Abbiamo giocato male e abbiamo vinto? e che ce ne importa? nel calcio l’importante è vincere, non partecipare.

Il guaio è che da un po’ di tempo a questa parte si gioca male e il risultati non arrivano. Già, nisba risultati. Niente risultati e niente gioco; insomma, niente di niente. E volete che con questi “chiari di luna” non ci sia un dibattito, non ci siano posizioni estreme, non ci sia un “pollice verso” che accusa?

La situazione oggi non è rassicurante. Si era partiti in sordina all’inizio del campionato allestendo una squadra di tutto rispetto che sulla carta avrebbe dovuto dare parecchie soddisfazioni al pubblico amico. Si era puntato su nomi di una certa levatura tecnica tipo Soligo, Fernandez, Romondini, Caturano, Girardi; atleti che – aggiunti ai riconfermati Scarpa, Fusco e Fava – avrebbero dovuto assicurare la disputa di un campionato di tutto rispetto.

L’inizio era stato buono; la squadra pareva rispondere bene alle sollecitazione tecnico-tattiche del suo allenatore, anche se qualche riserva, in linea tecnica, era sempre dietro l’angolo. Logico, quindi, in un campionato apparso abbastanza livellato, che si pensasse anche a qualcosa in più di una semplice e tranquilla salvezza. È giusto e lecito pensare sempre in grande; guai se così non fosse. Nella vita bisogna avere sempre molta autostima; anche se poi, purtroppo, bisogna sempre scontrarsi con la realtà. E la realtà, specie quella caratterizzata dalla seconda parte del campionato, ci sta consegnando una squadra che non è più quella brillante della prima parte del torneo.

Le cause, i motivi? Materia opinabile il calcio; l’ho sempre detto e ribadito. Ogni allenatore credo abbia un modello di gioco da porre in essere. Poi, si sa, è il campo a dare i responsi e da lì non si scappa. Quando si vince, ogni discorso di natura tattica viene accantonato. L’allenatore, inoltre, è bravo quando vince; lo è di meno, per non dire altro, quando invece la squadra non riesce a cogliere successi.

Prendete Grassadonia. Ha sposato la causa di un gioco altamente offensivo e non si sposta un millimetro dalla sua idea. Mi sono guardato intorno, e non da adesso, e per quanto mi sforzi non riesco a individuare il modello di squadra da cui prende spunto. So soltanto che la Paganese degli ultimi tempi – quella che non vince più – va in affanno nella zona centrale del campo dove le squadre avversarie hanno sempre, come minimo, un giocatore in più. Andava in difficoltà pure prima, per la verità, anche quando vinceva. Ma le vittorie avevano un sapore giustizialista; facevano scordare tutto: gli affanni, le fatiche, i patimenti per arrivare alla vittoria.

Contro il Prato, ancora una volta, specie nel primo tempo, la squadra accusa un distacco pauroso tra i reparti, uno scollamento fra gli stessi e nella zona nevralgica del gioco si vedono solo gli avversari. Lulli e Soligo – calciatori di quantità – giocano una gara intensa, anche ammirevole, non si risparmiano ma hanno di fronte avversari in numero preponderante che arrivano inevitabilmente, proprio perché in superiorità numerica, sempre primi sulla palla. Peggio del solito va la fase di possesso palla. La mancanza di un uomo d’ordine – al di là di una concezione condivisibile o meno di calcio razzolante – fa il resto. La squadra appare smarrita, senza idee, senza luce, senza personalità; il pressing asfissiante, i raddoppi sistematici degli avversari non consentono un abbozzo di manovra, uno scambio, due passaggi precisi di fila. La prova della difficoltà di manovra sta tutta nel fatto che un solo tiro degno di nota, il colpo di testa di Caturano, viene indirizzato dalle parti del portiere toscano.

Ti aspetti una correzione di rotta, che entri un centrocampista a dare manforte alla squadra che manca proprio di equilibrio e di qualità. Entra in campo Romondini – evidentemente accantonato dall’inizio solo per un discorso tattico e non perché in cattiva forma – ma esce un altro centrocampista, il giovane e promettente Lulli; niente da fare sul discorso puramente tattico, abbiamo scherzato.

Gioca meglio la squadra nel secondo tempo. Romondini ha personalità e classe; forse gli manca il vigore agonistico della prima gioventù, ma quando prende palla sa come amministrarla, sa indirizzare la squadra, sa guidarla, sa prenderla per mano nei momenti di difficoltà. A un atleta del genere bisognerebbe affiancare cursori, atleti capaci di recuperare palloni; forse parliamo di un altro calcio, di certo non di marziani.

Viaggiare ad una media di un punto a partita, in un torneo che assegna tre punti per la vittoria ed un punto per i pareggi, è deleterio anche per squadre che devono salvarsi. Tanti anni fa, quando la vittoria assegnava solo due punti, poteva anche andare bene; sempre però che il traguardo da raggiungere fosse fissato nella salvezza. Alla sesta di ritorno, tanto per entrare nel tema che più ci interessa, la Paganese ha collezionato soltanto sei punti; nel girone di andata, alla stessa giornata, di punti ne aveva preso otto.

Dopo la gara con il Prato, cominciamo ad avere un quadro più chiaro per quello che riguarda le ambizioni del team azzurro-stellato. Riponiamo nel cassetto tanti sogni dolcemente cullati e ricullati che investivano le posizioni di vertice della classifica. Siamo fatti per soffrire e soffriremo; però finiamola di parlare sempre di episodi sfavorevoli. Episodio di qua, episodio di là; si parla sempre di episodi, manco se gli episodi non fossero parte integrante di una partita di calcio. Immaginate solo per un istante uno scrittore che lamenti scarsa attenzione e poco successo editoriale e di vendita per un suo libro, a causa di un capitolo scritto male. Embè, scusate, ma il libro chi lo ha scritto?

Siamo seri, per favore. Di banalità – è vero – ce ne sono tante nel variegato mondo del calcio, ma non è possibile che si vada oltre ogni limite intellettivo, come se gli episodi fossero corpi estranei ad una partita di calcio invece di esserne parte integrante.

Termino con gli auguri a Scarpa per le sue cento prestazioni in maglia azzurro-stellata. Aspettavamo un po’ tutti il suo graffio d’autore in zona gol; è andata male, ma è tutto solo rimandato.

Nino Ruggiero

Le partite che non dovrebbero finire mai

Così è (anche se non vi pare)

scarpa

Ci sono partite che non dovrebbero finire mai; dovrebbero durare in eterno perché – dopo delusioni cocenti e prestazioni insipide – una vittoria tanto copiosa, tanto bella, tanto eclatante e tanto meritata può farti fare pace con il calcio e conciliarti anche con le difficoltà della vita. Piove a catinelle sul “Marcello Torre”. La partita è finita. Ma c’è poca voglia di sloggiare da parte dei soliti fedelissimi della Paganese. “Me la voglio godere fino in fondo – ammicca uno di quelli che pioggia o non pioggia, freddo o non freddo, è al solito posto, in mezzo ai soliti irriducibili – starei qui tutta la notte. E chi si muove di qua!…”.
Volti felici, sorridenti, gioiosi; continua a cadere impietosa la pioggia ma sono in tanti a restare al proprio posto. Vogliono tributare un doveroso ringraziamento ai ragazzi in maglia azzurro-stellata, ma vogliono anche commentare la partita, vogliono essere certi di quello che hanno visto i propri occhi; una specie di “sogno o son desto?”, dopo qualche cocente delusione maturata negli ultimi tempi.
Bello il colpo d’occhio, lato distinti, sotto le telecamere di mamma Rai, qualche minuto prima dell’inizio. Coreografia bella, anche spartana, ma molto originale.
Grassadonia deve mischiare ancora una volta le carte; le assenze di Marruocco, Calvarese e Ciarcià non sono da poco. Gioca dal primo minuto Pepe in difesa con compiti particolarmente impegnativi: dovrà mettere la museruola a Biancolino, detto “il pitone”; lo farà in modo puntuale e preciso tanto è vero che l’attaccante irpino alla fine risulterà fra i “non pervenuti”. Fusco, invece, si dedica quasi interamente all’altro attaccante di peso, Castaldo, e lo fa con la solita professionalità e bravura. Fernandez è chiamato a chiudere tutti i varchi difensivi, lui che è atleta eclettico buono per ogni tipo di situazione tattica.
Il centrocampo presenta la novità Franco al fianco dei soliti Romondini e Soligo. Il ragazzo gioca da veterano incallito. Tocchi e posizione da scolaro diligente; mai un passo più del dovuto; intelligente gestione del pallone, un tocco e via oltre ad una buona predisposizione per la fase difensiva. Se ne avvantaggia Romondini che gioca una delle partite più intense dall’inizio del campionato. Sarà anche una moviola, come si affanna a dire qualcuno che sa poco di calcio, ma Romondini, quando viene ben assistito, una volta in possesso di palla, rappresenta l’unica vera luce nella manovra della squadra.
Il guaio sapete qual è? Ve lo dico subito: ci siamo talmente abituati a vedere un calcio razzolante e gladiatorio che non ci rendiamo nemmeno più conto di cosa significhi avere tra le propria fila un cervello pensante che da del “tu” al pallone e che lo spedisce dove vuole; poi, quando le cose vanno in un certo senso, nei momenti critici di una gara difficile da sbrogliare, ci lamentiamo di non avere un uomo d’ordine che sappia dare personalità alla squadra.
Soligo comincia a destra dello schieramento, in una insolita posizione, per dare profondità alla squadra che ne ha poca da quelle parti; nella seconda parte della gara, invece, riprende la sua abituale posizione mentre Franco va ad occupare la corsia di destra senza mai affondare, viste le sue caratteristiche, ma giocando il solito calcio essenziale e pulito; mai un passo più del dovuto, nessuna iniziativa personale di carattere individualistico.
Gran primo tempo. L’Avellino si intruppa al centro e lascia le due corsie, quella di sinistra e di destra poco guarnite. La filiera di sinistra con Nunzella e Tortori funziona alla grande. Comincia benissimo il piccolo attaccante romano, infilandosi bene fra le strette maglie della difesa avellinese; poi cala man mano fors’anche a causa del terreno particolarmente pesante. Nunzella è, come al solito, dirompente sulla fascia di competenza. Si propone spesso in avanti e lo fa con cognizione di causa con un sinistro che non tradisce e che conosce bene la via del cross. L’ex leccese è oramai una realtà – altro che under! – perché sa interpretare alla perfezione il ruolo che Grassadonia gli ha ritagliato sulla fascia sinistra.
In avanti Caturano è in giornata di grazia, si trasforma in una specie di bulldozer travolgitutto; su quel tipo di campo sembra un invitato a nozze. Fa valere la sua possanza fisica e uno straordinario momento di forma. Corre su tutti i palloni che gravitano in avanti, una volta a destra, una volta a sinistra e dimostra anche di avere buona dimestichezza con il gol. Meno bene Girardi al centro dell’area; più macchinoso il suo incedere, ben coperto com’è tra due mastini di area che non gli danno respiro.
Come capita assai spesso nel calcio, gioca meglio la Paganese, ma segna l’Avellino. Pallone perduto in malo modo a centrocampo, rapido capovolgimento di fronte e gol chirurgico a fil di palo rasoterra.
Nel secondo tempo, un’altra partita e un’altra Paganese. Entra Scarpa al posto di Tortori e la manovra si velocizza. L’Avellino intuisce di dover rafforzare la sua fascia destra di difesa, ma deve fare i conti con uno Scarpa letteralmente scatenato come capita da qualche tempo, soprattutto nelle partite importanti. Caturano è più reattivo ancora e sprizza forza agonistica da tutti i pori; si catapulta continuamente su ogni pallone, anche su quelli che sembrano perduta: è una forza della natura. Arriva così, naturalmente, il gol del pareggio; poi quello del due a uno, del tre a uno ed anche quello del quattro a uno.
Grande partita, grande Paganese. Ci stropicciamo ancora gli occhi a fine gara. Emozioni non finire; quelle che mancavano da qualche tempo. E poi inevitabili considerazioni: c’è una vera Paganese? O meglio: qual è la vera Paganese, quella di Benevento e Perugia o quella vista all’opera contro Nocerina e Avellino?
Solo un’improbabile risoluzione dell’inquietante interrogativo potrebbe dire una parola definitiva sul ruolo che la squadra potrà recitare nell’attuale campionato. Grassadonia, tecnico serio e preparato, dovrà interrogarsi a fondo e – conseguentemente – fare qualche scelta tecnica per cercare di quadrare meglio il cerchio con l’attuale rosa disposizione. Oramai, la squadra è quella che è perché non sono previsti nuovi innesti. Solo un consiglio: guardiamo, come sempre, in alto, ma non scordiamoci di guardare anche in basso.
Come nella vita.

Nino Ruggiero

Il carbone della Befana

Così è, anche se non vi pare

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 Tempo di Befana, tempo di regali. Ne riceve uno grosso quanto una casa il Viareggio a Pagani a tempo abbondantemente scaduto, quando i quattro minuti di recupero decretati dall’arbitro sono scaduti da un bel pezzo. Parlo di regali, prescindendo dall’andamento della partita, per un motivo molto semplice. Se i minuti di recupero devono essere quattro, con tanto di lavagna luminosa a ricordarlo agli spettatori, non si può poi giocare all’infinito. Le regole o ci sono o non ci sono. Ove mai ci fosse bisogno di un recupero supplementare, questo dovrebbe essere segnalato con lo stesso sistema, vale a dire sempre con la lavagna luminosa. E non mi pare, ad onor del vero, che l’arbitro abbia mai sancito tale ulteriore recupero.

La partita è stata bruttina. La pausa di campionato ci consegna una Paganese raffazzonata. Mancano tutti in una volta ben tre difensori: Fernandez, ancora in Argentina; Calvarese alle prese con un infortunio che lo terrà lontano dai campi per due mesi e Nunzella squalificato.

Grassadonia prova ad inventarsi un reparto che è ancora tutto da scoprire; difesa con tre centrali: Fusco, Puglisi e Pepe. Sulle fasce: Ciarcià a destra e Agresta a sinistra. Centrocampo senza Romondini, probabilmente per scelta tecnica, ma con l’asse Franco-Soligo sostenuto sulla trequarti da Scarpa. Attacco a due punte con Caturano e Girardi.

Il primo tempo scorre via senza grossi sussulti. La pausa di campionato ci consegna una Paganese contratta, poco lineare nel suo incedere, alquanto intruppata e senza idee nella sua metà campo.

Agresta comincia maluccio. Sulla sua fascia non riesce a dare impulso al gioco: si sgancia poco e quel poco lo fa in modo scolastico, senza personalità. Su quella fascia il gioco di proponimento manca. Se ne accorge evidentemente Scarpa che prova a dare impulso con manovra di aggiramento della difesa ospite; qualche cross allora arriva al centro per i due arieti, Girardi e Caturano che però non sempre riescono ad eludere l’agguerrita difesa viareggina. Va decisamente meglio il gioco sulla fascia destra con un Ciarcià che gioca forse la migliore partita da quando è a Pagani. Il calciatore si sacrifica in un gioco oscuro ma redditizio; staziona in una insolita posizione difensiva a sostegno dei tre centrali, ma non disdegna appoggi in avanti anche se preferisce, probabilmente per consegne tattiche ricevute, dedicarsi maggiormente ad un ruolo di interdizione. A centrocampo Franco e Soligo sono bravi sul piano dinamico ed arrivano tempestivamente sui palloni che gravitano nella loro zona; latita però la fase di proposizione del gioco. La manovra è priva di genialità e di inventiva: è farraginosa e scontata. Ciò nonostante Caturano e Girardi vanno perlomeno in un paio di occasioni ad un passo dalla segnatura che non scandalizzerebbe nessuno; ma non sono fortunati, soprattutto Girardi che sotto rete fa valere la sua stazza.

Il Viareggio giovane e pimpante dalla difesa in su, si perde in avanti. Robertiello dorme sonni tranquilli e non deve fare straordinari. La prima frazione di gioco finisce zero a zero con qualche rimpianto soprattutto da parte azzurro stellata.

La ripresa vede in campo una Paganese più determinata. Capovolto letteralmente il giudizio su Agresta che sembra un altro calciatore rispetto a quello visto nella prima frazione; è autorevole, disinvolto, non sbaglia un passaggio. Inoltre si propone in avanti con maggiore continuità e partecipa attivamente alla costruzione del gioco. Anche Ciarcià, che nel primo tempo ha curato soprattutto la fase difensiva, sull’altro versante sembra ancora più propositivo e le sue incursioni in avanti mettono in difficoltà la difesa toscana. Il gol del vantaggio della Paganese arriva su calcio di rigore ed è più che meritato per la mole di gioco che la squadra produce. Se lo procura Caturano che si catapulta un pallone sporco sulla destra dell’area e viene atterrato senza pietà da Trocar. Rigore realizzato senza scampo dallo specialista Scarpa.

Una volta in vantaggio, la Paganese dovrebbe giocare con più scioltezza. Dico e sottolineo: dovrebbe. In realtà, nella fase più delicata della partita, quando cioè dovrebbe emergere l’esperienza e il mestiere, qualcosa si inceppa. La difesa nei momenti topici della gara non ha la necessaria lucidità ed ermeticità che si richiede ad una squadra che deve badare a non prenderne.

In questi periodi si fa un gran parlare di calcio propositivo; ma il calcio, da che mondo è mondo, è sempre lo stesso. Ci sono le varie fasi di una gara. Quella in cui bisogna saper attaccare e quella in cui bisogna sapersi difendere. Perché è inutile che ci giriamo intorno: in campo ci sono sempre anche gli avversari e non si può credere di avere il pallino del gioco in mano per tutta la durata della gara.

Ecco, mi pare di poter dire che la Paganese vista contro il Viareggio abbia difettato soprattutto di mestiere e di esperienza, anche se in questo il capitano Fusco ce l’ha messa tutta. Quei rinvii errati nella parte finale della gara, quegli affanni, quella fregola di allontanare il pallone dalla propria area a tutti i costi, senza la necessaria lucidità – mi dispiace dirlo – hanno partorito il gol incassato a tempo abbondantemente scaduto.

Tempo di Befana, tempo di regali, tempo di carbone. La Paganese ha fatto scorta soprattutto di carbone nero; in parte addebitabile ad un arbitro assolutamente insufficiente, che, cosa molto grave, non ha rilevato un rigore grosso quanto una casa su Tortori; ma in parte anche addebitabile ad una inquadratura non proprio convincente che l’allenatore ha dovuto giocoforza allestire a causa di numerosissime assenze. Qualcosa ci sarebbe da eccepire sul mancato impiego di Romondini dall’inizio, un calciatore che ha personalità e senso tattico non comune, ma se Grassadonia ha optato per altre scelte avrà avuto le sue brave ragioni.

Il campionato, dopo la prima del girone di ritorno, è tutto da giocare. Ci sarà da recuperare la gara interna con il Latina (almeno si spera!); ci saranno due derby di fila: il primo a Sorrento, il secondo – in notturna – fra quindici giorni al “Marcello Torre” contro la capolista Avellino.

Per il momento siamo tra quelli che son sospesi: a pochi punti dalla griglia dei play off e con un piede in quella dei play-out. I movimenti di mercato di questo mese ci diranno quale sarà il traguardo cui ambire. Perché – diciamocelo chiaramente – con l’attuale formazione, con tutto il rispetto di tanti bravi ragazzi che  compongono la rosa, sarà difficile guardare in alto. Non so se mi sono spiegato.

Nino Ruggiero

I conti senza l’oste

Così è, anche se non vi pare

Banner_INTERNETE’ cominciata male questa Perugia-Paganese ed è finita anche peggio. Nella vita ci sono sempre dei segnali premonitori che ti fanno capire quando qualcosa non andrà come vorresti. Cominciamo dall’inizio, dalla trasmissione in diretta tivvù della Rai. Due mesi fa era stato annunciato che la partita sarebbe stata irradiata in diretta da Raisport1 con inizio alle 20 e 45, perché la Rai quando prepara un palinsesto è difficile che lo cambi in corso d’opera. Questa benedetta partita non si sa come e perché dalle ore 20,45 è stata poi spostata all’orario canonico delle 14,30; lo riportava giorni fa il sito della Legapro, aggiungendo anche che la partita sarebbe stata trasmessa alla stessa ora dai Raisport1. Quando si dice: hai fatto i conti senza l’oste, nella fattispecie la Rai che aveva già in calendario un’altra gara alla stessa ora del Campionato Nazionale Dilettanti. E così tutti quelli che per un motivo o per un altro pregustavano di vedere all’opera la loro squadra sono stati buggerati e si sono dovuti arrangiare con la radiocronaca trasmessa da Radio Base che da tempo – meritoriamente – ha acquisito i diritti radiofonici.

La partita, nonostante conoscessi il risultato e le azioni salienti, l’ho vista alle 20 e 45 in registrata Rai. Dopo due minuti il patatrac che ti scombussola ogni piano tattico. Certo, cominciare una gara ad handicap non è facile. La Paganese prova a mettere ordine nel suo gioco, ma non è giornata. Gli avversari corrono come schegge impazzite. Politano, in particolare, sembra imprendibile; sguscia via da tutte le parti. E’ lui l’uomo partita; impazza su tutto il fronte d’attacco, specie sulla fascia destra, e Nunzella fa gran fatica nel tentativo di contrastarlo e di frenarlo. Grande giocatore questo Politano, sprecato per la categoria a soli diciannove anni. Non so se gioca sempre con la stessa intensità e con la stessa autorevolezza; se così fosse è già maturo per la massima serie. E’ lui che innesta la marcia e trascina la squadra, è lui che fa impazzire la difesa paganese con le sue scorribande, con la sua velocità; ha una marcia in più, è inutile che dica altro.

La Paganese la partita la perde proprio sul piano tattico. Quel gioco sulle fasce che costituiva una forza della squadra nelle partite più delicate si rivela un flop. Nunzella, bravissimo quando deve attaccare gli spazi, adesso che deve controllare, per consegne ricevute, un indemoniato Politano, non sa a che santo votarsi; le sue proverbiali galoppate sulla fascia sinistra sono solo un sogno. Sull’altra fascia anche Calvarese ha il suo da fare nel controllare Fabinho che è meno devastante del suo collega di fascia opposta ma ugualmente è lì che spinge e non dà tregua. Ci vorrebbe un mastino, uno di quei difensori di una volta che non ti davano respiro, che facevano sentire i tacchetti delle scarpette sulle caviglie per cercare di frenare gli slanci di Politano e per sganciare Nunzella in avanti; ma non c’è in formazione per caratteristiche tecniche.

Non parlo mai di numeri, voi che mi seguite lo sapete, preferendo solo e semplicemente parlare di prestazioni; ma in tutta onestà – in questo tipo di gara, con un Perugia devastante sulle fasce laterali –  tre centrali difensivi sono sembrati esagerati.

Costretta sulla difensiva, anche in svantaggio di una rete, la Paganese, orfano degli sbocchi sulle fasce in avanti, gioca la gara solo per vie centrali. Ma non è giornata nonostante il prodigarsi di Romondini, Soligo e Scarpa nella zona centrale del campo. Il Perugia è squadra organizzata e formata da atleti di grosso spessore tecnico; non fatevi ingannare dalla classifica. Quando arriva il secondo gol, ispiratore sempre Politano, si capisce che è finita. Il terzo gol non ha storia.

Finisce il girone di andata ed il bottino raccolto non è da poco, anche se la classifica, molto corta, non è per niente definita sia per la zona play-off, sia per i play-out. Una sconfitta, conseguita contro una signora squadra, non deve demoralizzare oltre il dovuto tutto l’ambiente. Si deve però guardare avanti, soprattutto se si vogliono ancora coltivare sogni di alta classifica. Con tutto il rispetto per coloro che hanno sostituito dignitosamente Marruocco e Fernandez, credo che i rientro dei due darà maggiore compattezza ad un reparto che fino a poche settimane fa sembrava imperforabile.

Poi ci sarà – come è auspicabile – la ripetizione della gara con il Latina e ci sarà soprattutto la campagna acquisti cessione di gennaio che dovrebbe assicurare qualche soluzione tattica diversa alla squadra.

Per intanto caliamoci nel clima natalizio: auguri di buone feste a tutto lo staff della Paganese e a coloro che hanno la bontà di leggere le mie note.

Nino Ruggiero

Buca, fossa, anzi voragine

Così è (anche se non vi pare)

Il buco che non ti aspetti. Ne avevamo già piene le tasche di buchi, buchini, buchetti. Già la letteratura politica-economica di questi tempi fa sfoggio di tutta una serie di vocaboli riportanti ai deficit di bilancio statale. Buco di qua, buco di là. Bisogna ripianare i conti, tentare di chiudere il disastroso buco del bilancio statale che fa acqua da tutte le parti. E tutto a spese della collettività, a spese della classe meno abbiente che paga sempre in prima persona quando c’è da fare sacrifici. Ma che dovessimo fare i conti con un buco anche in una partita di calcio, beh! onestamente mi pare che si stia un po’ esagerando!

Si gioca di sera Paganese-Latina, davanti alle telecamere di Sportitalia. Orario comodo, alle diciotto. Spalti finalmente più folti. Non è il pubblico delle grandi occasioni, ma la partecipazione c’è e il colpo d’occhio è di quelli che incantano. Bella coreografia nella zona dei distinti; partecipazione finalmente più massiccia e goliardica in curva nord. Fila via il primo tempo con azioni importanti da una parte e dall’altra. Ma il risultato resta fermo sullo zero a zero.

Nell’intervallo il patatrac. Un addetto del campo, uno di quelli che, nella pausa tra primo e secondo tempo, cercano di sistemare le zolle del terreno che inevitabilmente hanno bisogno di un ritocchino, si ferma qualche istante in più nella zona centrale del campo agitando una specie di bastone per sistemare una zolla ribelle che sembra non voler trovare ospitalità nel terreno di gioco. Batti una volta, batti un’altra, c’è una specie di cedimento del terreno in quel punto del campo. Si tratta di un vero e proprio buco, una specie di fossa che si apre nel terreno di gioco. In tanti l’hanno poi chiamato voragine, esagerando certamente perché la voragine è tutt’altra cosa; ma il buco è lì, c’è e si dovrebbe ripianare.

Il tentativo di ripianare il buco del bilancio statale – quello grosso, quasi incolmabile – viene addossato ai poveri cittadini inermi che soffrono e pagano senza per questo avere nemmeno certezza della buona riuscita dell’operazione. Quello del campo – che non è una voragine, come smisuratamente descritto –  viene effettuato da un manipolo di volontari che con una improvvisata carriola vanno avanti e indietro nel tentativo di sistemare la falla.

Il buco viene riempito a dovere; il terreno sembra essere in sicurezza, con improvvisati tecnici che saltellano sul punto dolente per far intendere che non c’è alcun pericolo di smottamento: che adesso quel terreno è sicuro. Ma di diverso avviso sono i calciatori del Latina che fanno capire subito di non essere affatto intenzionati a proseguire nella disputa della gara. Ogni scusa è buona quando si intravvede la possibilità di sfruttare l’evento a proprio vantaggio. È l’arbitro però che dovrebbe decidere; e decide alla Ponzio Pilato: fine delle trasmissioni, partita chiusa per impraticabilità di campo.

Adesso sul punto si aprono inquietanti interrogativi. Punto primo: perché l’arbitro non ha aspettato i canonici quarantacinque minuti prima di decretare la sospensione della gara per “impraticabilità di campo”? Punto secondo: perché il Latina non ha voluto proseguire una partita più che regolare su un campo che fino a prova contraria è a norma? Il secondo punto è presto svelato: la squadra pontina nel dopo gara ha presentato una poco diplomatica riserva scritta chiedendo in pratica la vittoria a tavolino.

Che brutto affare per il calcio! Ogni occasione è buona e presa a pretesto per svincolare da quello che dovrebbe essere il responso del campo, che è giudice inappellabile. Brutto affare anche per gli organi giudicanti che verosimilmente avranno due versioni da prendere in considerazione. Quella della Paganese che si avvarrà dei tecnici – ivi compresi i vigili del fuoco –  che si sono succeduti nel sopralluogo dopo che la buca era stata sistemata in tempi anche brevi; quella del Latina che chiederà – cosa che ha già fatto, presentando la riserva scritta – la vittoria a tavolino per responsabilità oggettiva della società ospitante.

Se il calcio è ancora uno sport credibile, solo una ripetizione della gara potrà sanare ogni posizione di parte. Il responso – considerato che non mi pare possano essere invocate responsabilità oggettive, vista anche la prontezza con la quale la buca è stata sistemata a dovere – darà la possibilità alle due squadre di giocarsela sul campo. È sul terreno di gioco che le partite vanno vinte, non sui freddi tavoli della giustizia sportiva.

Nino Ruggiero