Ecco perché il calcio è il gioco più bello del mondo

Così è (anche se non vi pare)

Se ve ne siete tornati con i vostri piedi a casa dopo la gara con il Fano significa che avete superato alla grande l’esame della coronarie; avete una salute di ferro e le emozioni, per quanto forti, vi fanno un baffo.
Emozioni, il sale della vita. Che ve ne fate di una partita piatta, anche giocata bene, dall’esito scontato? Già, esito scontato! Ma quale scontato? Prima della partita con il Fano in molti guardavano già alla gara con l’Arzanese. “Dobbiamo ancora fare sei punti in due gare – dicevano – tre li prendiamo con il Fano, gli altri tre li dobbiamo andare a prendere in trasferta ad Afragola.”
I calcoli si fanno sulla carta. Il campo ragiona diversamente e ragiona con il sudore della fronte, con l’agonismo, con la forza che hai nelle gambe. E’ bello il gioco del calcio! Quando perdi per zero a uno, quando sembra tutto deciso, tutto scontato, quando mancano pochi minuti alla fine, basta una giocata di fino, un’invenzione, una magia per farti scordare tutte le “litanie” pronunciate anche ad alta voce per l’intera gara.
E’ uno! arriva il pareggio ma tutto sembra inutile perché un solo punto non basta. Ma è quasi finita. L’arbitro decreta quattro minuti di recupero che sembrano volare. Ecco siamo proprio agli ultimi secondi. Palla a Tricarico sulla sinistra; potrebbe crossare di sinistro ma vuole essere più preciso, si gira, si porta il pallone sul destro ed effettua il cross della disperazione. Esce il portiere, quasi arriva sulla traiettoria, che è tesa al punto giusto, ma non tocca il pallone che prosegue la sua corsa sull’altro versante di attacco; sull’invito – che non si può rifiutare – arriva come una catapulta Fusco e di piatto insacca senza pietà.
E’ il finimondo, in campo e sugli spalti; la mente di tanti torna indietro nel tempo e focalizza il gol di Izzo nell’indimenticabile gara con la Reggiana di anni addietro.
Paganese-Fano è una di quelle gare che non potrai mai dimenticare finché vivi; una di quelle gare che evidenzia l’essenza del gioco del calcio. Mai niente di scontato, mai niente di definito; si vince, si perde, si pareggia, si soffre, è vero. Ma volete mettere la gioia di un risultato acciuffato per i capelli quando tutto sembra deciso, beffardamente deciso?
E chi se lo ricorda più adesso l’errore commesso da Giglio a centrocampo che – unitamente ad uno sciagurato senso di posizione di tutta la difesa – aveva consentito una ripartenza solitaria di quaranta metri con relativo gol del Fano? Chi se la ricorda più la scadente esibizione di Galizia che non è più quello delle prime gare di campionato? Ma chi volete che ripensi ad uno schieramento tattico arrangiato con un centrocampo sempre in inferiorità numerica nei confronti di avversari per niente disposti a recitare la parte dell’agnello sacrificale?
Una partita quella tra Paganese e Fano assolutamente vietata ai sofferenti di cuore; un finale da thriller, degno di un uno dei migliori film di Alfred Hitchcock  o di Dario Argento, disegnato da un destino che quest’anno pare divertirsi come quei folletti dispettosi delle fiabe, quelli che non si vedono, ma si sentono e fanno “schiattiglie” a non finire.
Riviviamoli quei momenti che fanno storia.
Stadio “Marcello Torre”, quarantaquattresimo minuto del secondo tempo. Risultato fermo sullo zero a uno per il Fano. Visi stralunati e rassegnati sugli spalti: la partita sembra stregata. Spinge come un ossesso sulla corsia di sinistra Agresta che non si ferma mai; ma non c’è un varco che si apre nella guarnitissima difesa ospite. Di testa, di piede, di anticipo, anche con affanno, c’è sempre qualcuno che allontana il pallone che danza da tempo nell’area marchigiana. E’ un monologo continuo di parte azzurro-stellata ma la retroguardia avversaria non dà cenni di cedimento.
La Paganese non demorde e ce la mette tutta; forse più con il cuore che con le gambe. Dopo un primo tempo penoso sotto l’aspetto caratteriale, adesso l’azione offensiva è tambureggiante.
Nel momento della disperazione, con l’orologio che batte inesorabilmente e impietosamente gli ultimi minuti di gioco, ecco il miracolo. Ecco il coniglio estratto a sorpresa dal cilindro del prestigiatore. Fa tutto da solo in piena area Fava: finta, contro finta, portiere avversario a terra e pallone letteralmente accompagnato in porta con una bordata da due passi, a mo’ di liberazione. Ecco il Fava che tutti vogliamo vedere all’opera; ecco il giocatore che incanta con una giocata degna del suo illustre passato.
“E’ quasi finita, accidenti! se solo avessimo segnato un po’ prima…”
– mi fa il mio amico Pasquale, fedele compagno di viaggio per l’intero campionato vissuto gomito a gomito sempre sistemati allo stesso, identico posto. Siamo tutti in piedi oramai mentre l’arbitro decreta un recupero di quattro minuti. D’istinto, mi viene da esorcizzare gli eventi: “Aspetta, non è finita; pensa che domenica scorsa l’Aprilia a due minuti dalla fine perdeva per zero a uno. Poi ha vinto per due a uno nel recupero…”
Non aggiungo altro, forse si trova a passare un angelo compiacente, come ci piace dire dalle nostre parti, e dice amen.
La partita, e lo dico soprattutto a beneficio dei tanti assenti per svariati motivi, non è stata bella. Ma dopo un campionato poco esaltante non si potevano pretendere miracoli. La Paganese ha scontato più del previsto le contemporanee assenze di Niglio e di De Martino a centrocampo e di Scarpa infortunatosi proprio nei primissimi minuti di gioco. Apprezzabile però la gara di Neglia sulla fascia che è sempre riuscito a svolgere con grande impegno e sacrificio sia la fase difensiva che quella propositiva. Buona finalmente la prova di Balzano, tornato ai livelli della prima parte del campionato e più che buona soprattutto la gara di Agresta che è stato il più continuo ed il più efficace soprattutto quando si è trattato di affondare i colpi sulla fascia sinistra dell’attacco.
La difesa ha dato poche preoccupazioni e si è fatta trovare impreparata solo in occasione del gol del Fano, ma nell’occasione, a dire il vero, è stato il filtro di centrocampo che è mancato del tutto.
Preoccupa un tantino lo stato di forma di due atleti che pure erano state le carte vincenti in tante gare. Parlo di Luca Orlando e di Galizia. I due non hanno più lo smalto dei giorni migliori; non so se il fatto sia attribuibile ad un fattore psicologico o se invece ci sia qualche problema di ordine fisico che non li fa esprimere al meglio.
Per intanto bisogna guardare all’ultimo impegnativo incontro contro l’Arzanese che si giocherà a Frattamaggiore.
Stavo per concludere il mio settimanale impegno, quando mi arriva una notizia sconvolgente, addirittura più sensazionale della vittoria acciuffata per i capelli con il Fano. Tante ne ho vissute che nessuna notizia mi fa più impressione nel mondo del calcio; è quantomeno clamoroso però che – ad un turno dalla fine – sulla panchina torni a sistemarsi Grassadonia.
Non so da cosa sia scaturita questa decisione che lascia interdetti.
“E’ morto il re, viva il re!”
esclamava il popolo tanti anni fa quando c’era una successione al trono. E’ la seconda volta, se la memoria non m’inganna, che Palumbo riceve il benservito quando meno se l’aspetta.
Cose del calcio e della vita. Ogni commento potrebbe essere controproducente e inopportuno.
Adesso – a novanta minuti dalla fine delle normali ostilità – so solo che siamo in ballo e dobbiamo ballare. Scegliamo un ballo moderno, svelto, ritmato e coinvolgente.Un ballo che ci porti diritti diritti ai play-off.
Nino Ruggiero 

Non ci resta che vincere

Così è (anche se non vi pare)

Va proprio tutto a rotoli come nelle peggiori tradizioni calcistiche degli ultimi anni. Non bastava una sconfitta ad Aversa che ancora brucia. No, ci voleva pure la vittoria dell’Aprilia al fotofinish su una sorprendente Isola Liri. “Aver compagni al duol scema la pena”, avrebbe sentenziato il poeta in caso di una sconfitta in contemporanea dell’Aquila e dell’Aprilia per lenire in un certo qual modo l’amarezza del momento.

Ma che diavolo vuoi lenire! Va male per la sconfitta, va ancora peggio per l’incalzante e imperioso cammino di Gavorrano e Aprilia che non conoscono ostacoli.

Adesso, dopo l’ultimo turno, per la prima volta dall’inizio del campionato, la Paganese è fuori dalla griglia dei play-off.

Questo è il calcio: devi saper contare solo sulle tue forze, se le hai. Inutile guardare da interessati alle disgrazie degli altri quando le tue le hai sempre a portata di mano. E’ triste, ma è così.

Ad Aversa, senza entrare nel merito tecnico-tattico della partita, come solitamente faccio quando non ho elementi per farlo, probabilmente si sono infranti i sogni e le speranze di arrivare a giocarci la promozione in Prima Divisione. La matematica però non ci condanna e basterebbero due vittorie nelle due restanti gare per arrivare al traguardo di minima fissato a inizio campionato; ma dopo il deludente risultato di mercoledì scorso, credetemi, come diciamo dalla nostre parti, se ne sono cadute le braccia.

Tutta la grinta, tutta la determinazione, tutta la voglia di arrivare al risultato, tutta la forza d’animo messa in campo da parte dell’Aversa me la sarei aspettata, pardon, ce la saremmo aspettata invece dalla Paganese, attesa alla prova della verità dopo le ultime incoraggianti esibizioni.

Fa rabbia pensare che ai padroni di casa un pareggio sarebbe andato bene, visto che dovevano solo racimolare un punto per essere tranquilli e per salvarsi matematicamente. Ma si sa, l’appetito viene mangiando e quando gli aversani hanno capito di avere a che fare con un’avversaria molle e che non riusciva a controbattere efficacemente la loro azione, hanno pensato bene di darci dentro e di puntare dritto alla vittoria.

Ma chi aveva più motivazioni: l’Aversa o la Paganese? E ancora: bastano le motivazioni a fine stagione per arrivare al successo? O, infine, sono le gambe che non rispondono più alle varie sollecitazioni atletiche?

Chi lo sa… Una sola cosa è certa, al di là dei commenti e delle considerazioni più o meno appropriate: questa Paganese ha perduto lo smalto migliore e non riesce più a imporsi come faceva nella prima parte del campionato. Lo dicono i numeri che, per quanto freddi e odiosi, non tradiscono mai perché sono lo specchio fedele di un campionato.

Mercoledì ho avuto la ventura di incappare nella radiocronaca della partita offerta da una radio di Aversa. E allora la sofferenza è stata doppia; prima, perché la partita era vista solo in chiave normanna per una sorta di insita simpatia che un radiocronista locale ha per la propria squadra; poi, perché dalla cronaca venivano fuori motivazioni gestionali che in teoria avrebbero dovuto caratterizzare la prestazione della Paganese ma che invece sembravano patrimonio esclusivo della squadra di casa.

A fine primo tempo, per non sentire più le urla sovrumane di chi dalla postazione riusciva anche a sovrapporsi al pacato radiocronista, per evitare attacchi di fegato, ho chiuso il collegamento. Solo flash e solo collera per l’andamento generale della giornata calcistica.

Beh! adesso sappiamo che – numeri alla mano – non ci resta che vincere per sperare nel miracoloso aggancio all’ultima posizione utile per i play-off. Vincere in casa con il Fondi e vincere fuori con l’Arzanese. In tempi normali, considerando le posizioni in classifica delle due squadre, salve già da tempo, il cammino sulla carta non sarebbe stato improbo. Ma a questo punto, a due gare dal termine, bisogna fare due tipi di conti. Prima, con lo stato di forma degli uomini di Palumbo e con l’aspetto psicologico degli stessi che nel calcio spesso assume valori determinanti. Secondo, guardare inevitabilmente alle tre avversarie dirette, al Gavorrano, all’Aprilia e all’Aquila.

Niente sarebbe già perduto; come vedete uso il condizionale. Il Gavorrano domenica riposerà e avrà solo un turno ancora a disposizione nell’ultima giornata quando incontrerà in casa la Neapolis; quindi nella migliore delle ipotesi arriverà a 64 punti. L’Aquila e Aprilia si affronteranno in uno scontro diretto dal sapore del mors tua vita mea; una delle due dovrà giocoforza rimanere a secco, sempre che non ci sia la spartizione della posta in palio. E comunque una sola delle due, considerando anche una vittoria nell’ultima di campionato, potrà arrivare o superare quota 65.

In tutto questo, però, conditio sine qua non, la Paganese dovrà conquistare sei punti per arrivare a quota 65 che, per chi ama i numeri e le statistiche, è la quota che assicura la partecipazione ai play-off.

Sono solo considerazioni e calcoli probatori.

La parola finale, come sempre, spetta solo al campo.

Nino Ruggiero

Quando i conti non tornano

Così è (anche se non vi pare)

Mannaggia! riecco i numeri, i calcoli, le speranze. Li odio i numeri applicati al calcio; sia quando si vuole parlare di tattica e vi si ricorre come se il calcio fosse uno statico gioco da scrivania; sia quando devi cominciare a fantasticare perché i conti del campo non tornano, perché le vittorie si fanno desiderare e sei costretto a fare calcoli: un punto qua, un punto là, con un occhio interessato alle squadre che possono essere considerate concorrenti.

Odio i numeri, ma stavolta, considerato che devo parlare di Paganese, non posso fare a meno di tirarli in ballo.

Dobbiamo sempre soffrire; se non soffriamo non siamo noi. Mai niente che sia non dico facile, ma  almeno lineare; no! Soffrire e rischiare sono verbi che oramai fanno parte del nostro vocabolario, li abbiamo nel sangue e – giocoforza – tutti noi abbiamo imparato a coniugarli alla prima persona del plurale: noi soffriamo, noi rischiamo.

Noi soffriamo e pareggiamo: gli altri, non so se soffrono, ma vincono. Dove per altri bisogna intendere Gavorrano e Aprilia. E che diamine! è vero che ognuno dovrebbe fare prima i conti in casa propria ma, classifica alla mano, a tre turni dalla fine, a dire il vero un’Aprilia così in pochi se la sarebbero aspettata. Nelle ultime quattro gare disputate ha fatto addirittura l’en plein; ha conquistato dodici punti su dodici mentre i “nostri” ne hanno preso solo cinque, osservando il turno di riposo.

A Melfi è andata come è andata; inutile infarcire il discorso di “se” e di “ma” che non ci porterebbero da nessuna parte. Per avere notizie di prima mano, fermo restando quella specie di “oscuramento” televisivo che ci fornisce solitamente poche e incomplete immagini, ho sentito un buon amico lucano presente alla gara che mi ha parlato abbondantemente della gara. Il pareggio, pare, sia lo specchio fedele di quello che le due squadre hanno fatto vedere in campo.

Il Melfi di certo sarà contento del risultato ottenuto, ma – con tutto il rispetto per la squadra lucana – non si può certo gioire in casa azzurro-stellata, compagine che aspira a ben altro che alla salvezza.

E’ da tempo oramai che cerchiamo giustificazioni per risultati che non sono più rispondenti alle aspettative che aleggiavano intorno alla squadra nelle prime giornate di campionato. Volevamo vincere il campionato di primo acchito e le prime giornate, condite da chiare vittorie, ci hanno illusi.

Ci identificavano tutti come un’autentica corazzata, capitata quasi per sbaglio in una modesta seconda divisione, noi che avevamo nomi altisonanti da mettere in vetrina.

I pronostici erano tutti per Paganese e Perugia, addirittura in quest’ordine. Poi è venuto fuori il Catanzaro; poi si è affacciata la Vigor Lamezia. Accidenti! sotto Natale ci si accorge che i conti societari non tornano. Tira di qua, tira di là; qualcosa si spezza nel rapporto società-squadra: c’è da rivedere il programma iniziale per far rientrare il tutto in una sana amministrazione gestionale. Intanto la concorrenza aumenta e si fa minacciosa. Allora meglio puntare ai play-off. Come se fosse facile! Ecco spuntare due concorrenti che nessuno aveva calcolato: l’Aquila e il Chieti. E fossero solo loro! Arrivano nelle posizioni di avanguardia baldanzosamente, con fiero cipiglio, anche Gavorrano e Aprilia; la prima grazie ai gol a ripetizione realizzati dal centravanti Fioretti; la seconda in virtù di una invidiabile organizzazione di gioco.

Adesso, a tre giornate dal termine, come la mettiamo? I play-off per la Paganese sono lì, a portata di mano, ma il calendario non offre scampo. Ed ecco i numeri, questi benedetti numeri che non ci fanno dormire.

Tre gare ancora da disputare prima della sentenza definitiva, un solo punto di vantaggio su Gavorrano e Aprilia. Due trasferte per la Paganese ad Aversa e ad Arzano con l’intermezzo della gara casalinga con il Fano. Due gare soltanto per il Gavorrano, che sulla carta è quella che sta peggio; mercoledì in trasferta a L’Aquila e chiusura in casa con la Neapolis. Tre gare anche per l’Aprilia: domani in casa con l’Isola Liri e all’ultima di campionato sempre in casa con il Melfi, inframmezzate dalla trasferta a L’Aquila.

C’è un comune denominatore: l’Aquila, sia per il Gavorrano che per l’Aprilia. Vuoi vedere che sarà proprio l’Aquila l’arbitro del campionato?

Non lo so. So solo che per far tornare meglio i conti, per soffrire e rischiare di meno, dovremo cercare di abbinare ai due verbi che non ci fanno dormire un altro verbo: vincere.

E’ così.

Nino Ruggiero

Altro che Gavorrano! occhio all’Aprilia

Così è (anche se non vi pare)

Il rush finale che ci aspetta è degno di un film di Hitchock. Pareggia la Paganese, pareggia pure il Gavorrano, ma vince fuori casa l’Aprilia. Accidenti! e chi se lo aspettava! il colpo dell’Aprilia a Fondi mette tutti in ambasce. Da oggi sono proprio i laziali che dovremo tenere d’occhio perché – calendario alla mano – a questo punto del campionato è fuor di dubbio che la concorrenza per la conquista di un posto nei play off si è allargata.

Buona la gara disputata dai ragazzi di Palumbo contro il Catanzaro. Un primo tempo arrembante, con calabresi attestati su posizioni di studio. Stenta a decollare l’architrave del gioco in fase di appoggio e subito ti ricordi che manca Tricarico, ma l’iniziativa è sempre dei “nostri”.

Agresta partecipa alla manovra, si fa vedere in avanti per poi proporre cross dalla sinistra ma i suoi lanci sono quasi sempre imprecisi e preda della guarnita difesa ospite.

Scarpa sulla stessa corsia di sinistra è ingabbiato nella morsa Narducci-Gigliotti. Allora si sposta a destra e scambia la posizione con Neglia. Gli spazi sono ristretti: i difensori calabresi montano la guardia stretta a Orlando e Fava che sono poco coordinati nella loro azione offensiva anche se si presentano minacciosi nella loro area.

La difesa ospite sbanda più di una volta. Sbanda su punizione battuta da Scarpa conclusa da un colpo di testa di Agresta a metà strada tra un tiro in porta ed un appoggio millimetrico comunque meritevole di maggiore fortuna. Sbanda ancora di più su un invito di Fava per Orlando ben posizionato sulla destra: ma il centravanti cicca clamorosamente il tiro al volo che probabilmente in altra epoca – quando la forma e la buona sorte  lo sorreggevano – non avrebbe mancato.

Si vede poche volte il Catanzaro dalle parti di Robertiello. Intorno alla mezzora il portiere è costretto ad un intervento di grande bravura per neutralizzare un tiraccio dal limite di Ulloa. Cinque minuti più tardi, in un’azione confusa e indecifrabile, gli ospiti passano in vantaggio. Lo prendo io, lo prendi tu, tutti i difensori si guardano in faccia come intontiti mentre il pallone è lì che balla a due metri dalla linea di porta: arriva Bugatti, bello solo soletto e di testa, senza per niente scomporsi, deposita docilmente il pallone in rete e ringrazia la ditta Pastore e compagni. Colpa mia, colpa tua, vallo a capire; ma intanto gli avversari sono in vantaggio.

Secondo tempo. Il Catanzaro ha l’impressione di poter amministrare la partita. Ma deve fare i conti con una squadra punita oltremisura da un gol che definire assurdo è puro eufemismo. Sale in cattedra il duo di centrocampo Nigro-De Martino. Il primo razzola il campo; avanti e indietro senza mai fermarsi. Si fionda sugli avversari in possesso di palla, li irretisce, conquista il pallone ed imposta d’acchito, senza mai fermarsi un momento: un moto perpetuo che fa stralunare gli occhi a quanti avevano avuti dubbi sulla sua posizione di centrocampista.

Il secondo, De Martino, conferma tutto quello che di buono era stato detto nella gara con il Campobasso: testa all’insù, passo da bulldozer, quasi sradica il pallone dai piedi degli avversari. E non finisce qui: imposta, si fa vedere, chiede la triangolazione, l’ottiene. Grande calciatore questo De Martino; lo trovi dovunque ed ha una tecnica di primordine. Grandissimo poi quando al 95’ a tempo quasi scaduto da buoni quaranta metri si permette un tiro al volo degno di migliore fortuna e che il portiere del Catanzaro riesce a malapena a deviare in angolo. Dico solo una cosa e poi mi fermo per non rischiare l’adulazione: un ragazzo che si permette un tiro in porta al volo e con grande potenza da quaranta metri non è un calciatore qualsiasi. Chi s’intende di calcio non ha bisogno che aggiunga altro.

Torno alla partita. Cresce l’intensità della partita e cresce in maniera direttamente proporzionale anche la prestazione di Scarpa che intanto ha ritrovato gli spazi che tanto ama sulla fascia sinistra. Non riescono più a fermarlo, avanti e indietro palla al piede. Si catapulta in piena area quando il cronometro segna il quarto d’ora di gara e si scontra con Gigliotti che è uno dei suoi angeli custodi. L’arbitro, che è ben piazzato, fischia il calcio di rigore anche se dagli spalti l’impressione generale è che si tratti di un normale scontro di gioco.

Che facciamo: vogliamo irridere pure una decisione finalmente a favore? E poi, tanto per essere nel tema, di solito ci si lamenta per  un fallo da rigore non rilevato, non viceversa. Per concederlo, considerata la posizione che il direttore di gara aveva in campo, proprio a due passi dall’intervento, evidentemente il fallo del difensore era chiaro. Non si può spiegare altrimenti, se vogliamo continuare a credere nella buona fede di un arbitro.

Dal dischetto Scarpa calcia centralmente con tutta la forza che ha in corpo e Mengoni dà anche l’impressione di essere sul pallone, ma il tiro è troppo forte e termina la sua corsa in fondo al sacco.

Il Catanzaro le tenta tutte per riacciuffare la vittoria ma si trova davanti una Paganese determinata e cattiva dal punto vista agonistico. I cinque minuti di recupero concessi non hanno storia anzi è proprio Mengoni che ci deve mettere una pezza sul gran tiro di De Martino scoccato proprio allo scadere.

Considerazione finale. Il pareggio è risultato soddisfacente se si considera la posizione in classifica del Catanzaro. Non dimenticherei in questa ottica le tante assenze lamentate da Palumbo, costretto a portare in panchina due giovani della squadra Berretti.

La faccenda play-off però adesso si fa più seria. L’Aprilia in questa delicata fase del campionato sembra volare. Ha vinto a Fondi ed il calendario le assegna tre turni casalinghi ed uno solo in trasferta; tutto il contrario per i “nostri” che giocheranno tre volte fuori ed una sola volta in casa. Palumbo è chiamato  ad amministrare i tre punti di vantaggio in classifica, e non sarà facile. Fossi in Raffaele Trapani, in questo finale di campionato centellinerei l’impiego degli under per puntare al sodo.

Il calcolo è presto fatto: un punticino in trasferta potrebbe non bastare per le trasferte di Melfi, di Aversa e di Arzano se l’Aprilia continuerà a calzare gli stivali delle sette leghe. In questo finale di torneo, che è propedeutico alla fase più importante e decisiva dei play-off, è attesa all’opera la Paganese della prima parte del campionato, quella che vinceva senza colpo ferire anche in trasferta.

Con De Martino e Nigro in piena forma fisica la squadra potrà usufruire di tanto nerbo nella zona centrale del campo. Rientrerà Tricarico e probabilmente Palumbo lo sistemerà proprio a fianco dei due per dare maggiore consistenza ad un reparto che in più di una partita si è trovato in inferiorità numerica. Rientrerà Fusco e la difesa dovrebbe ritornare sugli standard di una volta.  Rientrerà anche Galizia e ci sarà una bocca di fuoco in più per un attacco che ha bisogno del miglior  Luchino Orlando, un ragazzo che ha speso tanto fino a questo momento.

Una vittoria in trasferta ci consegnerebbe una squadra sicura di sé.

Ci sarà, non ci sarà; una sola cosa è certa, parafrasando un vecchio detto popolare, senza vittorie in trasferta non si cantano messe. Non c’è bisogno di aggiungere altro.

Nino Ruggiero

De Martino? eccolo!

Così è (anche se non vi pare)

Volevate vedere all’opera De Martino? Eccolo: prima timoroso, impacciato, quasi corpo estraneo alla squadra. Poi – con il passare di minuti, nemmeno troppi – sicuro, deciso, imperioso, quasi altezzoso; con una classe e una consistenza degna di un calciatore di alto lignaggio. Signori, è arrivato finalmente il calciatore che tutti volevamo dall’inizio dell’anno. Forte, autorevole, persino cattivo negli interventi a sostegno della difesa; lineare, geometrico, geniale una volta in possesso di palla. E poi, disinvolto, energico, sicuro di sé quando, palla al piede, si affaccia minaccioso in area di rigore avversaria con il passo del trequartista goleador.

“Durerà, non durerà” – ci chiedevamo dubbiosi a fine primo tempo – memori soprattutto della sua lunga lontananza dai campi di gioco.

Durerà: è la risposta definitiva che viene dal terreno di gioco. Durerà e sarà annoverato fra i più in palla della squadra nella sfida con il Campobasso. Solo dieci minuti di comprensibile ambientamento. Poi, mai una pausa, mai in affanno, generoso oltre misura, una vera pacchia per Pino Palumbo che temeva soprattutto la sua tenuta.

Il calciatore è recuperato in pieno: ha forza, coraggio, vitalità; è un moto perpetuo. Da oggi la squadra avrà un elemento di peso e di indubitabile carisma su cui poter contare ad occhi chiusi.

E tanto per essere in tema, a beneficio soprattutto dei tanti sostenitori che seguono le sorti della nostra amata Paganese da lontano, qualcosa la devo dire sulla prestazione di Fava.

Nessuno, negli ultimi tempi, si era risparmiato nell’indicarlo come una delle delusioni più cocenti di questa seconda parte di campionato. Le sue prestazioni – alla luce soprattutto degli infortuni che lo avevano afflitto – avevano più di una volta lasciato seri dubbi sulla sua integrità fisica; in più di una occasione era sembrato assente, anima vagante nelle aree avversarie; mai uno stacco di testa imperioso sui cross che arrivavano soprattutto da Scarpa; mai un sigillo, un acuto come quelli che lo avevano reso famoso ai tempi di Triestina, Treviso e Udinese.

Ebbene, da un paio di partite – ma soprattutto nell’impegno con il Campobasso, gol a parte – si è rivisto all’opera il vero Fava: rigenerato, generoso, attento, vigoroso, determinato, addirittura intraprendente nelle fasi più importanti della partita.

Eccoli, sono proprio loro i rinforzi che Palumbo aspettava: De Martino e Fava possono essere considerati come vera e propria nuova linfa per la fase finale del campionato. La loro classe, la loro esperienza potrà essere determinante e dovrà essere spesa per le future fortune della squadra.

Già, fortune. Oramai è chiaro – soprattutto alla luce dei risultati provenienti dagli altri campi – che, in ottica play-off, bisognerà guardarsi soprattutto dal Gavorrano e forse un tantino anche dall’Aprilia. Guardiamo pure avanti, per carità; guardiamo ai risultati che ottengono anche il Chieti e L’Aquila, ma salvaguardiamo innanzitutto l’attuale posizione che ci consentirebbe di andare ai play-off. Se pensiamo per un attimo a tutte le traversie che hanno accompagnato la squadra da Natale ad oggi, sul momento possiamo anche accontentarci. Salvo poi pensare subito dopo ad una strategia vincente; perché è chiaro che il solo platonico traguardo dei play-off non accontenterebbe gli esigenti palati di una tifoseria pronta per il grande salto. Ma facciamo un passo alla volta.

La partita non è stata bella. Ma oramai ci abbiamo fatto il callo. Solo che stavolta, a differenza di altre partite casalinghe, sono arrivati i tre punti; che poi erano quelli che un po’ tutti volevamo. Al diavolo il bel gioco, le triangolazioni, le sovrapposizioni e tutto quello che può far felice chi vede il calcio come uno spettacolo. Bentornata vittoria, senza “se” e senza “ma”; sentivamo da tempo la tua mancanza!

Potrei dire che la squadra non è riuscita a far diventare rotondo un risultato che appare striminzito, risicato e raccogliticcio nei confronti di un’avversaria molto modesta. Potrei dire anche che si sono sprecate numerosissime occasioni da rete che una squadra di alto rango non può depauperare, ma – con i chiari di luna che hanno accompagnato il nostro cammino negli ultimi tempi – dobbiamo accontentarci di quello che passa il convento.

Importante è aver recuperato per strada non solamente i tre punti ma anche una buona dose di entusiasmo e di voglia di vincere; tutte qualità che negli ultimi tempi avevano latitato.

Più importante ancora, quasi determinante, è sembrata la presenza in panchina del presidente Raffaele Trapani, sfortunato protagonista di una vicenda giudiziaria ancora tutta da chiarire.

“Bentornato presidente” – hanno inneggiato a più riprese i gruppi organizzati. Bentornato presidente e bentornata vittoria; il connubio è presto delineato.

Adesso, in occasione della Santa Pasqua, ci sarà un turno di riposo che capita proprio a fagiolo. Bisognerà cercare di recuperare Fusco e Tricarico, due elementi che nei rispettivi ruoli sono degli autentici leader. Così Palumbo avrà finalmente qualche problema di abbondanza che nel calcio non gusta mai.

Poi, nella domenica dedicata alla Festa della Madonna delle Galline ci sarà la trasferta di Aversa e subito dopo, di mercoledì, la partita in casa con il Catanzaro.

Vediamo di tirare il capo a terra, come diciamo dalle nostre parti. Non credo ci sia bisogno di traduzione.

Buona Pasqua a tutti.

Nino Ruggiero

 

Ve le ricordate le scolle in fronte?

Così è (anche se non vi pare)

Ho pochissima voglia di commentare l’ultima partita dei “nostri”. Gli impegni però sono impegni e non si possono rimandare, anche se probabilmente il silenzio esprimerebbe meglio l’ennesima delusione che – espressa in mezzo vernacolo – “ci fa scendere il cuore nelle calzette”.

Come al solito, quando si tratta di partite in trasferta, cerco di commentare solo il risultato perché non sarebbe serio parlare di una partita non vista.

Il risultato, come sta capitando da un po’ di tempo a questa parte, specie in occasione di cosiddetti scontri diretti, è stato deludente. La Paganese, ancora una volta rivoluzionata nell’inquadratura, ha dovuto soccombere proprio contro una di quelle squadre che dalla prima giornata del girone di ritorno hanno lanciato il guanto di sfida in ottica play-off.

Per giunta, non bastassero gli insperati recuperi effettuati, prima il Gavorrano, a Pagani, e poi il Chieti hanno messo anche una bella ipoteca su quella che, ipoteticamente, potrebbe essere una classifica avulsa in vista dei play-off. Praticamente, se Paganese, Chieti e Gavorrano dovessero a fine campionato finire a pari punteggio, ai fini della qualificazione al mini-torneo finale, sarebbero proprio gli abruzzesi e i toscani ad avere le meglio in quanto, negli incontri diretti con la Paganese,  il Chieti potrebbe vantare due vittorie e il Gavorrano un pareggio ed una vittoria.

Ve le ricordate le famose “scolle in fronte”? ecco, sono ricomparse, ancora più inquietanti di un anno fa, a darci i tormenti che – come tifoseria – non meritiamo. Allora si combatteva per non retrocedere con una squadra messa su alla bell’e meglio; oggi si sarebbe dovuto combattere per alti traguardi con una squadra messa su proprio per vincere. Ma i risultati sono quelli che sono: miseri, deludenti e mortificanti.

All’inizio, alla vigilia del campionato e nelle prime esibizioni, s’era parlato di promozione diretta, di “corazzata”, di squadra schiacciasassi; ve lo ricordate?

Erano tutte rose e fiori. Bastava una prodezza del singolo, un pezzo di bravura di Fava, una capocciata di Galizia, un acuto di Luchino Orlando per mettere al tappeto le squadre che si incontravano sul proprio cammino. Questo, fino al termine del girone di andata; se si escludono le battute di arresto con il Perugia, con il Chieti in casa e con il Catanzaro. Con il Perugia ricordiamo tutti come andò; più che condivisibili nell’occasione i lamenti per le storture che caratterizzarono una deludente direzione arbitrale e che portarono ad una immeritata sconfitta sotto i riflettori della Rai.

Poi, il girone di ritorno. I programmi che si rivedono; l’incomprensibile  braccio di ferro tra società e staff tecnico; il ridimensionamento dell’obiettivo primario; i risultati che cominciano a saltellare; l’addio di Grassadonia; l’arrivo di Pino Palumbo. Abbiamo scherzato: promozione “bye-bye”; si comincia a parlare almeno di play-off.

Stringi stringi, riduci riduci, pure i play-off adesso sono in serio pericolo.

Purtroppo quando le cose cominciano ad andare male, è difficile e complicato addivenire a una inversione di tendenza. A volte ci si mette la buona sorte che ti volta le spalle; qualche altra volta è l’errore di un singolo che ti condiziona e ti condanna; un’altra volta ancora – come pare sia successo a Chieti – incontri sulla tua strada un portiere che para di tutto, anche i tiri considerati imparabili. E allora che fai? Puoi sempre parlare di sfortuna o di presunti meriti calpestati?

E’ inutile imprecare. La vita insegna che è l’essere umano ad essere arbitro del proprio destino. Ci può essere sfortuna in qualche occasione, ma se hai gli attributi, se hai le qualità giuste, se sei forte, alla fine, riesci sempre ad imporre i tuoi diritti. Se poi diciamo altre cose, se vogliamo trovare sempre i pannicelli caldi, se troviamo sempre una giustificazione, se vogliamo sempre e solo parlare di sfortuna, allora siamo proprio fuori strada.

So che più di un tifoso ha quasi del tutto abdicato al suo ruolo istituzionale proprio a causa di risultati altalenanti con tendenza più verso il basso; risultati che – in tutta sincerità – continuano a sconfessare domenica dopo domenica le ottimistiche e fiduciose dichiarazioni dello staff tecnico e societario.

Ma altrettanto sinceramente credo che non sia il momento di abbandonare le armi, metaforicamente parlando.

In ossequio alla matematica che difficilmente dice bugie perché è una delle poche scienze esatte, credo che abbiamo ancora qualche carta da giocare. Giochiamocela.

Guai nella vita a non credere di poter raggiungere un determinato traguardo; che poi ci siano delle riserve, è anche comprensibile e umano. Ma resto dell’avviso che ci si debba arrendere solo quando si è spalle al muro.

Al momento, con tutte le crisi che ci attanagliano sia come squadra che come appassionati, con tutte le comprensibili delusioni che quest’anno hanno accompagnato il nostro cammino, con tutte le recriminazioni per quello che poteva essere e non è stato, dobbiamo ancora essere presenti.

Presenti e possibilmente vincenti, parafrasando una cara e vecchia pubblicità del Totip.

Nino Ruggiero

Come sulle montagne russe

Così è (anche se non vi pare)

“Fermate la giostra, voglio scendere!”  Non riesco proprio più a sopportare i settimanali giri sulle “montagne russe”. Una volta giù, un’altra su. Scusate la divagazione che sa tanto di Luna Park, ma  oramai non mi ci raccapezzo più. Sono frastornato, proprio come è intronato chi va su e giù nelle giostre.

Una partita pareggiata in casa con L’Aquila; un pronto riscatto a Giulianova quando nessuno se l’aspetta; una sconfitta in casa con il Gavorrano che grida ancora vendetta; una partita vinta in trasferta contro la Neapolis con gol realizzato allo scadere del tempo; poi ieri l’altro ancora un passo falso in casa – l’ennesimo – contro l’Ebolitana, una delle squadre peggio posizionate in classifica ma che, per come è maturato – lo dico a scanso di equivoci e a beneficio proprio della squadra ospite – non deve suonare affatto come uno scippo.

Se amate le giostre, se vi va di andare su e giù come capita a chi ama le “montagne russe”, se vi piace frequentare i Luna Park, allora siete nel posto giusto. In caso contrario, avete bisogno di essere vaccinati per questo tipo di altalena o quanto meno dovete assumere una di quelle pillole che di solito si prendono per il mal di mare.

Quello della Paganese è un tran tran che continua da qualche tempo. Si sale, si scende; quando credi che il momento critico sia alle spalle, ti cala tra “noce e capo di collo” una sconfitta come quella rimediata con il Gavorrano che – a distanza di oltre quindici giorni – ancora brucia.

Poi, c’è l’accenno di ripresa. Una vittoria che non ti aspetti fuori casa a Mugnano di Napoli contro la Neapolis. Vuoi vedere che forse abbiamo superato la crisi? No, abbiamo solo scherzato: la giostra continua, si va prima su e poi giù in un’altalena di posizionamento che è proprio tipica delle “montagne russe”.

Vorrei scendere da questa benedetta giostra che mi fa girare la testa, ma non posso; la passione per i colori azzurro-stellati è troppo forte per essere scaricata così tutta in una volta.

I play-off sono sempre lì, a portata di mano. Pareggia la Paganese quando meno te l’aspetti, ma pareggiano anche Chieti e Gavorrano che oramai sono le due squadre da cui bisogna guardarsi in ottica spareggi.

La partita. Sulla carta l’Ebolitana non dovrebbe rappresentare un ostacolo per le ambizioni di Fusco e compagni. Nel primo tempo la sensazione di poter fare un solo boccone degli avversari è pressoché generale. Ma nel calcio c’è bisogno di segnare. Segna Scarpa su calcio di punizione con un tiro che va a conficcarsi nel sette alla destra del portiere eburino, ma poi la squadra quasi si siede, rallenta il ritmo, si crogiola in un controproducente narcisismo e consente agli avversari di organizzarsi.

Hanno fame di punti i calciatori dell’Ebolitana e lo si nota per la grinta che mettono in ogni loro intervento. Spazza l’area come ai vecchi tempi il capitano De Pascale e poco gli importa se il pallone deve finire in tribuna; i difensori ospiti raddoppiano ed a volte triplicano il controllo di uno scatenato Scarpa che impazza sul fronte sinistro dell’attacco. Raddoppi spietati sull’elemento in possesso di palla, grinta al limite della cattiveria agonistica caratterizzano la prestazione complessiva di una squadra che ha sete di punti.

La Paganese invece, dopo la segnatura, gioca su ritmi sincopati, pensa forse di poter amministrare lo striminzito vantaggio come potrebbe farlo uno smaliziato speziale. Ma il calcio moderno non è più quello di una volta; è gioco maschio, roba da combattenti. Chi traccheggia, pur se dotato tecnicamente, se non corre come l’avversario, resta fermo al palo e va sotto, non c’è scampo.

Troppo sicura di sé e delle sue potenzialità, la Paganese viene mortificata sul piano dell’agonismo puro e della grinta. Una sola volta si fa viva in avanti la squadra avversaria e segna un gol che – per come viene incassato – non sta né in cielo né in terra, con difensori della Paganese che sembrano come imbambolati.

Un pareggio può sempre arrivare, per carità. Nel calcio può sempre succedere di tutto. E’ capitato anche in altre gare di perdere in casa punti preziosi. Parate strepitose di portieri avversari, decisioni quantomeno discutibili di arbitri forse in cattiva forma, errori sotto rete hanno spesso caratterizzato prestazioni più o meno accettabili anche se non accompagnate dal risultato pieno.

Contro l’Ebolitana – più che in altre occasioni – è scattato un inquietante campanello d’allarme per il futuro; sotto accusa soprattutto è la sufficienza con cui la gara è stata interpretata.

Adesso in città c’è molto scetticismo per il raggiungimento del programma di minimo che prevede la disputa dei play-off; e per la verità una prestazione altalenante ed anonima come quella di ieri l’altro autorizza ben poche speranze.

Il ragionamento che però bisogna fare è questo: a poche giornate dal termine, con un traguardo di minima che – volenti o nolenti – è comunque a portata di mano, ce la sentiamo di scendere dalla giostra?

Con tutti i dubbi e con tutte le riserve espresse a piene mani su un campionato altalenante, irritante, assurdo, credo che dobbiamo accantonare, in una sorta di impegno a termine, rabbia, sfiducia, delusione; tutti sentimenti che da qualche tempo continuano ad accompagnare le nostre domeniche al “Marcello Torre”.

Volevo scendere dalla giostra, ma non mollo. Spero facciano altrettanto i tanti appassionati che nella buona e nella cattiva sorte hanno accompagnato e accompagnano le gesta dei “nostri”. Nella vita mai dire mai, anche se il cuore è colmo di amarezza per risultati positivi che dovevano arrivare ma che sono arrivati solo a singhiozzi. E’ notorio che il calcio non è una scienza esatta.

Quando hai o credi di avere tutte le pedine giuste per fare un campionato di avanguardia, quando credi di avere fra le mani una “corazzata”, devi poi fare i conti con la realtà.

Perché una cosa è la teoria e un’altra è la pratica; una cosa è la lavagna, un’altra cosa il campo.

Nino Ruggiero