Come in una bella favola

Così è (anche se non vi pare)

Dunque, siamo tornati dalla festa. All’andata ci siamo trattenuti, fedeli al vecchio detto popolare che fa sempre tanta saggezza: “si canta quando si torna dalla festa, non prima”. Adesso sì che possiamo e dobbiamo gioire. Liberiamo in sola una volta tutte le angosce che ci avevano attanagliato, tutti i dubbi che ci avevano pervaso, tutte le remore che avevano bloccato cuori palpitanti e generosi. C’è proprio bisogno, in una città martoriata ed afflitta da misere vicende umane e da mali endemici, di un motivo per poter finalmente avere un giorno, e perché no?, anche più di un giorno, per gioire. Forse, e senza forse, non risolveremo i problemi di una città sfortunata ed inerme che sentiamo giorno per giorno sulla nostra pelle, ma tutti noi abbiamo bisogno di tanto in tanto – fra gli innumerevoli mali – di avere un momento e un argomento per liberare qualche inebriante emozione.

So già che in tanti – leggendo queste note –  argomenteranno con chi è sempre pronto a puntare il dito accusatore e vede sempre tutto nero: “con tanti guai che ci affliggono, vedete se è il caso di entusiasmarsi per un campionato di calcio vinto”. Quasi che indifferenza e disinteresse dovessero costituire l’abito funereo per contribuire a risolvere, in questa occasione, tutti i mali di una città. Chi ragiona così non ha capito niente della vita; ed è abituato solo a scaricare i problemi della propria coscienza sugli altri. Siamo fuori strada. I problemi, quali che essi siano, si affrontano e si risolvono. Il calcio ha un suo percorso, una sua storia e non va confuso con altro.

Festeggiamola come merita questa indomita Paganese.

Un’esplosione di gioia giovanile domenica subito dopo la conclusione della gara di Chieti per le strade della città; drappi azzurri al vento, auto e moto scorazzanti per ogni dove. Poi un’ulteriore esplosione di folla anonima a tarda sera: giovani, meno giovani, ragazzi, intere famiglie, all’arrivo della squadra con un tributo eccezionale di una folla immensa all’interno del “Marcello Torre”. Mai vista tanta gente sulle scalee. Tribuna gremitissima, quasi come ai tempi della notturna di una indimenticabile Paganese-Brindisi di qualche anno fa.

E’ festa a Pagani, ma tutto – dopo una fiammata iniziale – è così misurato, così decoroso, così equilibrato. I balconi sono spogli; bandiere azzurre non se ne vedono. Sul tratto via Carmine-piazza Sant’Alfonso ne ho contate appena tre. Numerosi invece i tricolori che richiamano più le vicende della Nazionale impegnata negli Europei che l’impresa della Paganese. Tirateli fuori, allora, i vecchi vessilli azzurri, quelli con la stella, ma anche quelli senza; esponeteli senza ritegno.

Ogni promozione sembra avere un profumo diverso. Ne ho vissute tante di promozioni; non voglio nemmeno contarle perché quelli della mia generazione sono fieri e gelosi dei propri ricordi. Ogni volta sensazioni diverse, ogni volta stati d’animo differenti. Capita per tutte le stagioni della vita. A vincere spesso, si rischia l’assuefazione, come capita a chi ingerisce medicinali in continuazione e quando servono veramente non danno più l’effetto terapeutico sperato. Vuoi vedere – mi chiedo – che ci siamo abituati troppo a vincere campionati?

A Chieti ancora una volta ha trionfato la “teoria degli spazi in campo”. Nelle ultime quattro gare, un poco per le squalifiche, un poco per gli infortuni, Grassadonia ha dovuto rivedere il suo credo tattico. Ed è stato in questo bravo e fortunato. Quattro gare; tre vittorie, un pareggio e zero gol al passivo.

Solo la bravura, si ha un bel dire, nel calcio non basta. La storia ci insegna che un allenatore è bravo quando vince: inutile dire e aggiungere altre cose, perché significherebbe volersi prendere in giro. Se un allenatore butta il sangue sul campo ventiquattrore su ventiquattro, studia schemi, si impegna, lavora per due, ma non vince, nella considerazione generale è uno che va sostituito. Se schiera una determinata formazione e vince, o gli va bene, è un mago; se perde è incompetente. Se diciamo altre cose, se vogliamo arzigogolare su schemi tattici, su trovate più o meno geniali, facciamolo pure. Ma il calcio vuole e pretende i risultati. Così come li pretendono dirigenti e spettatori. I vincenti – come nella vita di tutti i giorni – vanno avanti e fanno carriera; i perdenti restano al palo.

Dicevo di Grassadonia. “Si è misurata bene la palla”, come diciamo dalle nostre parti e, forte di una condizione atletica invidiabile di quasi tutti gli elementi a disposizione, ha intuito di poter arrivare al traguardo che gli si chiedeva di raggiungere.

In partite che erano vere e proprie finali, da dentro o fuori, ha estratto il meglio dai suoi uomini. In trasferta ha giocato come si faceva negli anni Settanta-Ottanta; ha intasato gli spazi difensivi a protezione di Robertiello togliendo finanche il respiro agli attaccanti avversari. Marcature ferree, maniacali, raddoppi, restrizione degli spazi, gabbie per gli attaccanti più pericolosi a conferma anche di uno studio approfondito della caratteristiche degli avversari di turno. Una vittoria dell’intelligenza tattica e della saggia amministrazione degli sforzi sullo sfrenato podismo che sta caratterizzando negli ultimi tempi il calcio italiano, condita anche da un pizzico di buona sorte.

Una chiosa sulla squadra. Non voglio fare nomi perché rischierei in questo momento felicissimo di trascurare qualcuno. Dico solo che proprio nella fase determinante del campionato sono finalmente emersi quei valori tecnici e fondamentali di atleti che nel corso del lungo ed estenuante campionato non sempre avevano dato alla squadra quanto era lecito attendersi.

Adesso si guarda al futuro. Il presidente Trapani, con i consigli e con l’opera preziosa di Cocchino D’Eboli, vorrebbe allestire una squadra da alta classifica. Fossi in lui riconfermerei subito Grassadonia al timone e non smembrerei l’attuale compagine. Pochi ritocchi, ma buoni; a cominciare da un centrocampista che dia subito identità e personalità alla squadra; proprio quella che spesso è mancata nei momenti topici del campionato.

Chiudo e saluto coloro i quali nel corso dell’intera annata hanno avuto la bontà di seguire i miei scritti; saluto soprattutto i tanti sostenitori paganesi sparsi per il mondo. L’appuntamento è fissato per il prossimo anno.

Un affettuoso pensiero lo dedico alla memoria dei colleghi giornalisti scomparsi: a Raffaele Ianniello, a Renato Cuomo, a Salvatore Scarano e a Ninì Cesarano.

Chissà come avrebbero gioito nel vedere nuovamente la loro squadra in un campionato di terza serie.

Nino Ruggiero

Le ciambelle con il buco

Così è (anche se non vi pare)

E’ vero, sono d’accordo con chi saggiamente suggerisce che “si canta quando si torna dalla festa e mai all’andata”, ma un piccolo motivetto, un refrain, anche in sordina, è lecito abbozzarlo dopo Paganese-Chieti. Abbiamo sofferto troppo per un intero campionato. Abbiamo incassato sconfitte assurde che gridano ancora vendetta ed è logico e normale che dopo una vittoria entusiasmante, il cui esito, per la verità, non è stato mai in dubbio, in tanti levino le braccia al cielo e pensino di poter giustamente coronare un sogno. Ma con moderazione, con raziocinio, con razionalità ben sapendo che la parola “fine” è ancora tutta da scrivere.

Parecchio ci ha messo la Paganese per arrivare al top del rendimento. Ha balbettato sul finale del girone di andata, si è trovata in affanno in tante partite più che abbordabili sulla carta; ha steccato nelle partite di cartello del campionato, quando si pensava che proprio tali partite avrebbero rilanciato le sue ambizioni di primato. Ma alla fine ha ritrovato una sua identità, a partire dalla gara interna con il Fano, ed è riuscita a rilanciare le sue potenzialità vincendo la doppia sfida con la Vigor Lamezia. Un po’ come dire, parafrasando un vecchio detto popolare, che quando le ciambelle sono buone riescono anche con il buco.

Grande partita Paganese-Chieti, a beneficio soprattutto dei tanti che nel corso di un lungo campionato avevano dovuto ingoiare rospi indigesti; ma a beneficio anche dei troppi che, quasi sempre, anche in occasione di partite di cartello, avevano preferito il calduccio del focolare domestico o una partita in tv.

Grande partita e grande Paganese, lo dico subito. Un inizio scoppiettante dei ragazzi di Grassadonia. Chieti subito in ambasce, quasi stordito nel primo quarto d’ora della gara. Mancano De Martino, Tricarico e Nigro, praticamente tutti i centrocampisti della squadra; ma quasi non si avverte la loro assenza. Galizia prende subito in mano il comando delle operazioni. E’ su tutti i palloni e distribuisce il gioco, una volta a sinistra dove imperversa Scarpa, una volta a destra dove Neglia ancora una volta dimostra le sue grandi qualità. Il ritmo di gioco è subito altissimo nonostante il gran caldo. Va vicino una prima volta al gol Fava ma la sua girata, da ottima posizione, risulta fiacca e centrale. Quando è appena trascorso il primo quarto d’ora, arriva il capolavoro di Galizia. Scarpa ondeggia come sa fare sulla sinistra, stringe e ritorna con il pallone sul destro, vede Galizia che arriva di gran carriera e gli serve lateralmente, quasi a dire “ecco, fai tu”, un pallone di quelli che sono manna per un attaccante. Gran tiro di esterno destro al volo e pallone che si conficca nell’angolino alto alla sinistra del portiere del Chieti. Che gol, ragazzi, che potenza, che precisione, che giocatore questo Galizia!

Il Chieti è sotto shock. Un gol del genere ti mette ko; devi riorganizzarti, devi mettere ordine nelle tue idee di gioco. E la squadra teatina lo fa, almeno lo tenta. A centrocampo adesso, man mano che passano i minuti, sono gli abruzzesi che prendono il sopravvento. E non potrebbe essere altrimenti considerate le contemporanee assenze di tre uomini chiave della Paganese in quel reparto.

E’ la fase difensiva del reparto che dà qualche preoccupazione. Giglio e Galizia, per caratteristiche tecniche, offrono meno garanzie quando devono rincorrere gli avversari; si avvalgono in questo anche dei preziosi rientri di Neglia e di Scarpa, ma è chiaro che in quella zona del campo i “nostri” sono molto più bravi a ripartire che a contrastare il gioco avversario.

Con tutto questo il Chieti non impensierisce una volta, che sia una, il portiere Robertiello che svetta sui numerosi palloni alti che gravitano nella sua zona.

Se è vero che Galizia è l’uomo dalla zampata che stordisce, è anche vero che Grassadonia, dal centrocampo in su,  può contare su tre elementi che alla fine risulteranno determinanti con le loro prestazioni. Primo fra tutti Scarpa, ritornato finalmente il grande calciatore che abbiamo ammirato negli anni passati. La sua prestazione è da incorniciare; avanti e indietro nella zona centrale del campo, da incursore e da guastatore con galoppate al limite della frenesia che vanno a intaccare l’apparato difensivo del Chieti; i calciatori avversari si guardano in faccia: “lo prendo io, lo prendi tu” sembrano volersi dire, ma Scarpa non se ne preoccupa e imperversa con un insperato spirito giovanile che lo pervade. E’ un’anguilla, sguscia via da tutte le parti ed entusiasma la platea che lo rielegge suo idolo.

E posso non parlare di Neglia, di questo gioiellino che nelle ultime gare si è comportato da veterano, che ha saputo sempre interpretare alla perfezione sia la fase difensiva che quella offensiva? Sulla destra Neglia è superlativo; avanti e indietro come un soldatino,  da novello Di Livio; ve lo ricordate? Sempre pronto a dare una mano a Balzano in difesa ma anche a spingersi in avanti per proporre il cross al centro: il tutto con una lucidità e con una costanza che fanno onore a un ragazzo di vent’anni.

Da un ventenne a uno che di anni ne ha qualcuno in più. Parlo di Fava, non molto appariscente nella prima parte della gara, ma monumentale nella ripresa, specie dopo l’uscita di Luchino Orlando. Battagliero, puntiglioso, addirittura travolgente, riesce a fare reparto da solo. Da solo tiene testa all’intera difesa del Chieti quando si tratta di alleggerire la più che prevedibile pressione offensiva degli ospiti. Tiene la palla, la conquista, fa salire la squadra, sgomita, lotta, conquista palloni su palloni e nulla possono i suoi controllori al cospetto di un giocatore che sembra rinato e che finalmente sprizza vitalità atletica da tutti i pori. Segna il secondo gol, Fava, con una prontezza di riflessi eccezionale, ma, gol a parte, è l’elemento caratterizzante l’ottimo momento complessivo della squadra.

Finisce due a zero con ben poche recriminazioni da parte del Chieti che non si è mai visto dalla parti di Robertiello. Peccato solo che finisca all’incrocio dei pali un autentica bomba di Giglio scoccata su calcio di punizione da distanza siderale e che il portiere nemmeno vede. Forse sarebbe stata una punizione eccessiva per i nero-verdi, ma Giglio quel gol l’avrebbe meritato se non altro per aver messo il magico zampino sinistro anche nella segnatura di Fava. Già, Giglio: altra sorpresa. Buoni numeri, controllo di palla di buona scuola, macchinoso nei movimenti, lento, dinoccolato, passo felpato da ultratrentenne, una dannazione per un ventenne che dovrebbe correre per due, croce e delizia di un centrocampo inventato. Croce per quel suo ritmo sincopato, delizia per quel suo sinistro al fulmicotone che stordisce e che porta prima al secondo gol e poi a una traversa che ancora traballa. Una cosa è certa però: il ragazzo c’è, ha buoni numeri scolastici, deve prendere il ritmo partita e deve crescere giocando.

La parola finale per un campionato che ha riservato tante emozioni è attesa domenica prossima sul campo del Chieti. Grassadonia ancora una volta dovrà rivoltare la formazione a causa delle contemporanee assenze per squalifica di Balzano, Agresta e Pepe.

Sarà dura, molto dura, ma l’attuale Paganese è in un ottimo stato di forma complessivo.

Diamoci dentro, con lo spirito guerriero che sta caratterizzando le prestazioni di questo finale di torneo, e incrociamo le dita.

Poi se il destino lo vorrà, se saremo stati più in gamba dei nostri avversari, giustamente, canterà e gioirà tutta Pagani.

Ma al ritorno dalla festa, come dice uno dei tanti proverbi che sono fonte inesauribile di saggezza popolare.

Prosit, allora: porta bene!

Nino Ruggiero

Chi ha avuto ha avuto, e chi ha dato ha dato

Così è (anche se non vi pare)

I pronostici sono tali perché possono essere smentiti; altrimenti si chiamerebbero certezze. Ci avevano dato per spacciati. Addirittura sul lato distinti dello stadio lametino campeggiava un presuntuoso e lungo striscione: ”VINCEREMO NOI…” c’era scritto. Nel calcio non ci sono certezze; soprattutto in un calcio vero, come nel caso nostro, vissuto al limite della battaglia agonistica, stavolta indiscutibilmente incontaminato al di là di ogni ragionevole dubbio.

Vince la Paganese anche se qualcuno o più d’uno, soprattutto di sponda calabrese, davanti a un risultato non rispondente all’enorme mole di gioco sciorinata, storcerà il muso e tirerà in ballo la iella più nera. Purtroppo, o per fortuna, a seconda dei punti di vista, non bastano una costante pressione offensiva e territoriale per vincere le partite; il calcio è gioco complesso, perciò è bello, perciò è intrigante, perciò affascina le platee. Entrano in gioco ogni volta l’intelligenza del singolo, l’acume tattico complessivo, la predisposizione al sacrificio e alla lotta agonistica; infine, perché no? come nella vita, anche fortuna e sfortuna.

Vince la squadra di Grassadonia, applicando pedissequamente la teoria degli spazi in campo che non è certo stata inventata adesso.

Uno dei primi elementi che ho assimilato negli anni Sessanta quando ho cominciato a scrivere di calcio è stato appunto la teoria degli spazi in campo che –  non essendo allenatore – non so se sia mai stata oggetto di studi al corso di Coverciano.

La teoria degli spazi e del “prima non prenderle”, fu elaborata da due grandi giornalisti sportivi del passato, il lombardo Gianni Brera e il napoletano Guido Prestisimone. Essa si basava su due concetti molto semplici: uno, cercare di restringere gli spazi nella fase difensiva ai calciatori avversari in possesso di palla, in virtù di marcature asfissianti, con raddoppi frenetici che li avrebbero irretiti e non li avrebbero fatto ragionare; due, ricerca degli spazi in velocità, una volta in possesso di palla, per mettere in crisi l’apparato difensivo degli avversari quasi sempre sbilanciati perché impegnati soprattutto a offendere.

Oggi questa fase viene chiamata ripartenza, una volta era contropiede ed era sinonimo di gioco di rimessa. Al gioco di rimessa si affidavano soprattutto le squadre che sulla carta si sentivano più deboli. Dovevano pur difendersi in un modo dalla preponderante forza offensiva degli avversari di turno, dotati di elementi di grande personalità calcistica; e lo facevano in modo intelligente, cercando di mettere in difficoltà gli uomini più rappresentativi con marcature asfissianti e con raddoppi che rasentavano la cattiveria. Memorabili per questo i successi ottenuti in serie A dal Padova di Nereo Rocco, altro monumento sacro del calcio italiano.

Che voglio dire? Solo che la Paganese, alla luce della vittoria ottenuta in casa sette giorni prima, doveva contenere le più che prevedibili sfuriate della Vigor Lamezia e lo doveva fare rinforzando gli ormeggi della difesa, così come si fa quando si deve proteggere una barca che deve affrontare il mare in tempesta. Il fine giustifica i mezzi, si sa; niente calcio spettacolo, gli esteti possono pure aspettare, e gara impostata prevalentemente sulla difensiva a salvaguardia di un risultato. Ecco spiegato come è arrivato, al di là delle pur comprensibili amarezze calabresi, il risultato che si sperava di ottenere alla vigilia, addirittura superiore ad ogni più rosea aspettativa.

Non so se Grassadonia, da tecnico intelligente e preparato, in difficoltà per non poter contare su qualche elemento di spessore, si sia ispirato alla teoria che ho citato; quello che è certo, però, volente o nolente, ha pensato bene di restringere le maglie difensive inserendo contemporaneamente in formazione difensori puri come Pepe e Sicignano in aggiunta ai collaudati Balzano, Fusco e Agresta, e con Nigro e De Martino ben attestati sulla difensiva.

I risultati si sono visti, anche se – come sempre e come nella vita di tutti i giorni – bisogna fare i conti con fortuna e sfortuna, che fanno parte del gioco. Così come fa parte del gioco aver ritrovato per strada il portiere Robertiello, autore di grossi interventi e soprattutto di una parata che ha del miracoloso sul rigore angolatissimo di Gattari. Bravo davvero questo Robertiello utilizzato a sprazzi nel corso del campionato ma che proprio a Lamezia ha avuto la definitiva consacrazione di portiere affidabilissimo e di sicuro avvenire.

Il pomeriggio di domenica è stato esaltante. Tutti quelli che non hanno seguito la squadra a Lamezia, orfani anche della risicata ma mai troppo lodata informativa dell’ufficio stampa, si sono organizzati alla bell’e meglio per seguire le sorti della partita. Mi sono tornati alla mente i pioneristici collegamenti degli anni Settanta quando con “baracchini” della banda cittadina, con gli indimenticati Salvatore Scarano e Ninì Cesarano in prima fila, addirittura chiedevamo compiacente ospitalità ai proprietari dei balconi adiacenti i vecchi terreni polverosi del tempo per fornire notizie sull’andamento della gara a tutti coloro che hanno sempre trepidato per i colori azzurro stellati. In un modo o in un altro le notizie arrivavano a Pagani; ma che tempi, ragazzi!

Adesso che abbiamo passato ampiamente il duemila siamo ai verbi difettivi nel campo della comunicazione. Pareva tutto semplicissimo: l’era digitale, telefoni portatili in tutte le tasche, radio e televisioni private quante ne vuoi. Insomma ci sarebbero stati tutti gli ingredienti a portata di mano per essere presenti sulla notizia ed invece, con la tecnologia che ha fatto passi da gigante, forse anche a causa di una Lega che raschia soldi un po’ dappertutto e in ogni occasione, siamo quasi al tempo dei “tam tam” o, se preferite, del “passaparola”.

Ci sarebbe tanto ancora da aggiungere sull’argomento ma per il momento abbiamo da pensare soprattutto alla Paganese.

Domenica scorsa ci siamo passati la parola su Facebook, un mezzo di comunicazione che purtroppo non è per tutti, grazie alla squisita disponibilità di Carlo Vitiello, presente a Lamezia, e alla perfetta organizzazione tecnica di Gianluca Russo, responsabile di Paganese.it.

La partita sembrava interminabile, non finiva mai. Abbiamo gioito, abbiamo sperato, abbiamo sofferto. Abbiamo vinto. Chi ha avuto, ha avuto, e chi ha dato ha dato; lasciamoci dietro il passato.

Non è finita, teniamocelo bene in mente. Giocheremo in casa domenica prossima con il Chieti e poi, la settimana dopo, giocheremo in terra d’Abruzzo. Chi – con il superamento del turno – dovesse pensare di aver superato l’ostacolo più importante è fuori strada. Dovremo essere concentrati e cattivi, agonisticamente parlando, come e più domenica scorsa. Mancheranno pedine importanti a centrocampo e Grassadonia dovrà inventarsi un reparto dal niente.

Niente però è impossibile.

Avanti, per la miseria!

Nino Ruggiero

Altro giro, altro vincitore

Così è (anche se non vi pare)

“Faccio pace con il calcio, anzi faccio pace con la Paganese” – si sarà detto più d’uno domenica scorsa, alla vigilia dell’incontro con la Vigor Lamezia, passandosi la mano per la coscienza. Sono arrivati a frotte pochi minuti prima dell’inizio della gara quando i presenti di sempre erano pronti a dirsi “avete visto? Altro che pienone, siamo sempre gli stessi…”.

Sono arrivati e hanno riempito lo stadio quasi come ai vecchi tempi. Forse qualcuno ha latitato perché oramai disaffezionato; qualcuno – con poca fede – avrà pensato che quella era una partita già segnata; qualcun altro, in eterna polemica con tutti e soprattutto con se stesso, ha voluto mantenere “il punto”; qualcun altro ancora – ed erano in tanti – infine, ha pensato bene, “abundantis abundandum”, come avrebbe detto il grande Totò, di andare a riempire “la grande curva del cavalcavia”: bella, capiente, ottima visione d’assieme e soprattutto molto economica.

Purtroppo c’è sempre un cavalcavia nella lunga storia della Paganese. I più giovani forse non lo sanno, ma potrebbero chiedere notizie ai loro genitori: anche al “Del Forno” erano in tanti quelli che preferivano sistemarsi sulla sopraelevata che oggi costeggia l’Ospedale, piuttosto che passare per i botteghini. E tutti quelli che avevano acquisito nel tempo il passaporto “portoghese” erano pure i più esigenti o – se preferite – i più critici. Corsi e ricorsi.

La partita. Che spettacolo il “Marcello Torre” vestito finalmente a festa! Che spettacolo le coreografie! Che spettacolo, con un pubblico finalmente all’altezza delle migliori tradizioni nostrane! Ma dove eravate, che facevate la domenica pomeriggio, di grazia?

So bene che è tuttora irrisolto l’amletico dubbio del “se è il pubblico che deve trascinare la squadra” o se, invece, “è la squadra che deve trascinare il pubblico”. Quello che è certo, inconfutabile, è che l’inscindibile connubio squadra-pubblico ha portato alla vittoria, non altro.

Che partita, ragazzi! Lo dico soprattutto a beneficio di tutti coloro che sono lontani da Pagani e attendono giorno per giorno notizie dettagliate sulla squadra del cuore. Emozioni a non finire. Pali, traverse, capovolgimenti di fronte, brividi da un lato e dall’altro. Episodi dubbi, recriminazioni: è questo il sale del calcio. Allora, scusate, forse non era proprio “cotta” la Paganese, come aveva sentenziato qualche inevitabile “solone”?

Il campo dice cose diverse, e il campo non sbaglia mai, al di là di quelli che possono essere gli stucchevoli discorsi inerenti dispositivi tattici da lavagna, al di là dei freddi numeri che significano poco o nulla nel calcio vero, quello che ti fa sudare, che ti fa correre per due anche quando hai poca benzina nelle gambe, quello che trascina e che avvince.

Vince la Paganese e mostra di saper soffrire al cospetto di una squadra che, alla luce degli ottanta punti totalizzati in campionato, non è certo per caso nei play-off. Vince, combatte, non si arrende mai; maschera qualche inevitabile discrasia tecnica con l’ardore che si richiedeva e alla fine di novanta e più minuti di autentica sofferenza distribuisce speranze a una città che, soprattutto in questo particolare momento socio-politico-ambientale, almeno di sogni deve vivere. Toglieteci anche i sogni, dopo averci tolto tutto, e ci avete annientati.

Gioca anche bene e con buona intelligenza tattica la squadra di Grassadonia. Su tutti, scusatemi ma lo devo dire subito per onestà di giudizio, emerge il centrocampista Nigro, uno degli ultimi arrivati nella sessione invernale, con il quale in qualche occasione non sono stato molto tenero. Comincia subito alla grande Nigro, nonostante il comprensibile periodo di studio che pervade i suoi compagni, presi d’infilata da una presuntuosa Vigor Lamezia. Si piazza a ridosso della propria difesa in funzione di centromediano metodista, come si diceva una volta, e distribuisce il gioco con una padronanza del ruolo che fa sgranare gli occhi. Frena gli avversari in possesso di palla con una cattiveria agonistica che è di esempio ai compagni; corre per due, anche per l’assente Tricarico: è onnipresente in tutte le azioni; è un moto perpetuo e non sbaglia un solo passaggio. La sua autorevolezza, il suo “physique du rôle” e la sua esperienza infondono coraggio ai compagni. Non gli è da meno De Martino, dopo un inizio non proprio incoraggiante, e cresce anche la squadra nel suo complesso. “Presente” – sembra rispondere il giovane Neglia, che risulterà a fine gara fra i più brillanti e continui, oltre che intelligente sotto il profilo tattico. Sulla fascia sinistra il giovane salernitano cala i suoi assi: gioca a protezione di Agresta che ha il suo da fare per controllare uno scatenato Cane e si propone anche in avanti per dare sostegno alla manovra offensiva della squadra.

Il gol che castiga la Vigor Lamezia è da manuale del calcio. Galizia ondeggia sulla destra come sa fare, mette in ambasce il suo angelo custode con una finta e con una controfinta, poi serve De Martino scattato in avanti per ricevere l’eventuale passaggio del compagno. Il centrocampista, testa all’insù, vede Orlando ben piazzato al centro dell’area e lo serve con un invito al bacio; colpo di testa azzeccato del centravanti, come ai vecchi tempi, e pallone in fondo al sacco.

Il gol è sinonimo di vittoria per la Paganese che soffre il prevedibile ritorno della squadra calabrese; soffre anche tanto, ma resiste e vince.

Alla luce di quanto visto domenica scorsa, la gara di ritorno a Lamezia, nonostante le prevedibili assenze nella formazione azzurro stellata di alcuni uomini chiave, non deve impressionare più di tanto. Massimo rispetto per le potenzialità dei lametini, ma nel calcio niente è mai scontato, anche se più d’uno dall’altra parte della barricata grida già vittoria.

Ce la giocheremo, faccia a faccia, perché non è pensabile che Grassadonia – con il materiale umano a disposizione – possa impostare una gara solo sulla difensiva; ci vorrà una gara accorta, ma mai del tutto rinunciataria per la difesa di un sogno che facciamo fatica a tenere nascosto.

“Altro giro, altro vincitore” – dicevano una volta gli addetti al Luna Park, con il tono degli imbonitori, a quelli che avevano perduto nella prima mano. Un po’ come dire: “ritentate, avrete maggiore fortuna”, ben sapendo però che avrebbe vinto sempre e comunque il banco.

Ma il banco, scusate, non siamo noi?

Prosit!

Nino Ruggiero

Play-off: in questo mare non ci sono più taverne

Così è (anche se non vi pare)

Volevamo i play-off: eccoli! Alla prossima, cioè fra meno di quindici giorni, si farà sul serio. Non che si sia scherzato fino a questo momento, per carità, ma le finali saranno un’altra cosa. Volete mettere una partita giocata contro avversarie in un certo qual senso appagate e una partita contro una squadra che ha chiuso il campionato con quindici punti in più dei “nostri”?

Giocheremo contro la Vigor Lamezia prima in casa, e non sarà un incontro da poco. I calabresi hanno rappresentato una delle vere sorprese del campionato, una di quelle squadre che una volta venivano definite “outsider”. Se ne sono partiti piano piano e poi, con il passare del tempo, hanno conquistato prepotentemente le posizioni altissime della classifica; fino al giorno in cui hanno affrontato fuori casa il Catanzaro e hanno perduto lo scontro fratricida per il passaggio diretto in prima divisione. Poi, in un certo qual senso, a giochi fatti, hanno un po’ mollato.

Beh! proprio questa mancata promozione diretta alla quale credevano in tanti nel lametino potrebbe aver lasciato il segno. Perché, guardate, una cosa è essere determinati e carichi al punto giusto, un’altra è essere delusi per non aver centrato il bersaglio grosso.

I “nostri”, invece, alla luce degli ultimi risultati ottenuti, dovrebbero essere ben carichi sotto il profilo psicologico, che nel calcio assume valori spesso determinanti.

Pronti, via! Fra meno di quindici giorni il “Marcello Torre” sarà teatro di una fase finale raggiunta ed afferrata quasi per i capelli; una gara che evoca altre finali, altri spareggi e libera la fervida fantasia di chi, in barba ai pronostici, vuole credere nelle potenzialità dei propri beniamini.

La Paganese ci arriva in virtù di due buoni risultati acquisiti negli ultimi due turni del campionato, ma non certo – a dire il vero – per aver entusiasmato più di tanto. Dopo un campionato poco esaltante e dalle tante contraddizioni, sarebbe stato assurdo pretendere di assistere ad un finale brillante anche sotto il profilo del gioco. Importante era conquistare il diritto a disputare i play-off; ed almeno questo traguardo è stato centrato, pur se accompagnato da tante sofferenze ed incertezze.

Qualcosa di buono la squadra l’ha fatta vedere nelle due ultime prestazioni, mostrando molto carattere e determinazione, doti che spesso riescono a mascherare altri tipi di problemi di carattere tecnico e tattico.

Largo alle speranze ed al futuro: in due partite secche ci si gioca tutto. Adesso, però, amici belli, a play-off conquistati, sappiate che in questo tipo di mare non ci sono più taverne. Non ci sono più alibi, non ci sono più scusanti: o dentro, o fuori.

La carta segreta della squadra potrà essere rappresentata da alcuni elementi che fino a questo momento hanno giocato a corrente alternata e che con le loro prestazioni altalenanti hanno condizionato il rendimento ondivago della squadra; primo fra tutti Fava – brillante nelle ultime esibizioni – che è chiamato a recitare il ruolo di primo piano che un elemento di classe e dotato di grande carisma deve interpretare. Subito dopo De Martino, elemento di grande temperamento e di classe genuina, lontano per molto tempo dai terreni di gioco ma capace di grande recupero e di prestazioni al di sopra della media; poi ancora Galizia e Luchino Orlando, che nella parte finale hanno reso meno del previsto, probabilmente per stanchezza. Il primo è atteso per la sue genialità e per le sue incursioni sulla fascia destra dello schieramento; il secondo, fiore all’occhiello dell’attacco, per i suoi gol che nella prima parte del campionato hanno spesso costituito il valore aggiunto della squadra.

Grassadonia è chiamato a restituire certezze e vigore atletico ad una squadra che molto spesso è stata trascinata dagli eventi mostrando scarsa personalità calcistica. Dovrà farlo in fretta, usufruendo soprattutto del buon ritiro in località San Gregorio Magno, paesino a due passi dalla Basilicata, dotato di un complesso sportivo di primordine, scelto dalla società azzurro-stellata in vista dell’incontro con la Vigor Lamezia. La squadra dovrà innanzitutto ritemprarsi per essere poi pronta alla tenzone; ad un gravoso ma non impossibile impegno finale che potrebbe segnare un altro importante capitolo nella storia del glorioso sodalizio azzurro-stellato.

Spero, infine, vivamente che in occasione dell’incontro con la Vigor Lamezia al “Marcello Torre” possa ritornare la folla di una volta, magari più unita, più compatta, meno “sparpagliata” soprattutto per quello che riguarda il tifo organizzato.

E’ chiedere troppo?

Nino Ruggiero

Ecco perché il calcio è il gioco più bello del mondo

Così è (anche se non vi pare)

Se ve ne siete tornati con i vostri piedi a casa dopo la gara con il Fano significa che avete superato alla grande l’esame della coronarie; avete una salute di ferro e le emozioni, per quanto forti, vi fanno un baffo.
Emozioni, il sale della vita. Che ve ne fate di una partita piatta, anche giocata bene, dall’esito scontato? Già, esito scontato! Ma quale scontato? Prima della partita con il Fano in molti guardavano già alla gara con l’Arzanese. “Dobbiamo ancora fare sei punti in due gare – dicevano – tre li prendiamo con il Fano, gli altri tre li dobbiamo andare a prendere in trasferta ad Afragola.”
I calcoli si fanno sulla carta. Il campo ragiona diversamente e ragiona con il sudore della fronte, con l’agonismo, con la forza che hai nelle gambe. E’ bello il gioco del calcio! Quando perdi per zero a uno, quando sembra tutto deciso, tutto scontato, quando mancano pochi minuti alla fine, basta una giocata di fino, un’invenzione, una magia per farti scordare tutte le “litanie” pronunciate anche ad alta voce per l’intera gara.
E’ uno! arriva il pareggio ma tutto sembra inutile perché un solo punto non basta. Ma è quasi finita. L’arbitro decreta quattro minuti di recupero che sembrano volare. Ecco siamo proprio agli ultimi secondi. Palla a Tricarico sulla sinistra; potrebbe crossare di sinistro ma vuole essere più preciso, si gira, si porta il pallone sul destro ed effettua il cross della disperazione. Esce il portiere, quasi arriva sulla traiettoria, che è tesa al punto giusto, ma non tocca il pallone che prosegue la sua corsa sull’altro versante di attacco; sull’invito – che non si può rifiutare – arriva come una catapulta Fusco e di piatto insacca senza pietà.
E’ il finimondo, in campo e sugli spalti; la mente di tanti torna indietro nel tempo e focalizza il gol di Izzo nell’indimenticabile gara con la Reggiana di anni addietro.
Paganese-Fano è una di quelle gare che non potrai mai dimenticare finché vivi; una di quelle gare che evidenzia l’essenza del gioco del calcio. Mai niente di scontato, mai niente di definito; si vince, si perde, si pareggia, si soffre, è vero. Ma volete mettere la gioia di un risultato acciuffato per i capelli quando tutto sembra deciso, beffardamente deciso?
E chi se lo ricorda più adesso l’errore commesso da Giglio a centrocampo che – unitamente ad uno sciagurato senso di posizione di tutta la difesa – aveva consentito una ripartenza solitaria di quaranta metri con relativo gol del Fano? Chi se la ricorda più la scadente esibizione di Galizia che non è più quello delle prime gare di campionato? Ma chi volete che ripensi ad uno schieramento tattico arrangiato con un centrocampo sempre in inferiorità numerica nei confronti di avversari per niente disposti a recitare la parte dell’agnello sacrificale?
Una partita quella tra Paganese e Fano assolutamente vietata ai sofferenti di cuore; un finale da thriller, degno di un uno dei migliori film di Alfred Hitchcock  o di Dario Argento, disegnato da un destino che quest’anno pare divertirsi come quei folletti dispettosi delle fiabe, quelli che non si vedono, ma si sentono e fanno “schiattiglie” a non finire.
Riviviamoli quei momenti che fanno storia.
Stadio “Marcello Torre”, quarantaquattresimo minuto del secondo tempo. Risultato fermo sullo zero a uno per il Fano. Visi stralunati e rassegnati sugli spalti: la partita sembra stregata. Spinge come un ossesso sulla corsia di sinistra Agresta che non si ferma mai; ma non c’è un varco che si apre nella guarnitissima difesa ospite. Di testa, di piede, di anticipo, anche con affanno, c’è sempre qualcuno che allontana il pallone che danza da tempo nell’area marchigiana. E’ un monologo continuo di parte azzurro-stellata ma la retroguardia avversaria non dà cenni di cedimento.
La Paganese non demorde e ce la mette tutta; forse più con il cuore che con le gambe. Dopo un primo tempo penoso sotto l’aspetto caratteriale, adesso l’azione offensiva è tambureggiante.
Nel momento della disperazione, con l’orologio che batte inesorabilmente e impietosamente gli ultimi minuti di gioco, ecco il miracolo. Ecco il coniglio estratto a sorpresa dal cilindro del prestigiatore. Fa tutto da solo in piena area Fava: finta, contro finta, portiere avversario a terra e pallone letteralmente accompagnato in porta con una bordata da due passi, a mo’ di liberazione. Ecco il Fava che tutti vogliamo vedere all’opera; ecco il giocatore che incanta con una giocata degna del suo illustre passato.
“E’ quasi finita, accidenti! se solo avessimo segnato un po’ prima…”
– mi fa il mio amico Pasquale, fedele compagno di viaggio per l’intero campionato vissuto gomito a gomito sempre sistemati allo stesso, identico posto. Siamo tutti in piedi oramai mentre l’arbitro decreta un recupero di quattro minuti. D’istinto, mi viene da esorcizzare gli eventi: “Aspetta, non è finita; pensa che domenica scorsa l’Aprilia a due minuti dalla fine perdeva per zero a uno. Poi ha vinto per due a uno nel recupero…”
Non aggiungo altro, forse si trova a passare un angelo compiacente, come ci piace dire dalle nostre parti, e dice amen.
La partita, e lo dico soprattutto a beneficio dei tanti assenti per svariati motivi, non è stata bella. Ma dopo un campionato poco esaltante non si potevano pretendere miracoli. La Paganese ha scontato più del previsto le contemporanee assenze di Niglio e di De Martino a centrocampo e di Scarpa infortunatosi proprio nei primissimi minuti di gioco. Apprezzabile però la gara di Neglia sulla fascia che è sempre riuscito a svolgere con grande impegno e sacrificio sia la fase difensiva che quella propositiva. Buona finalmente la prova di Balzano, tornato ai livelli della prima parte del campionato e più che buona soprattutto la gara di Agresta che è stato il più continuo ed il più efficace soprattutto quando si è trattato di affondare i colpi sulla fascia sinistra dell’attacco.
La difesa ha dato poche preoccupazioni e si è fatta trovare impreparata solo in occasione del gol del Fano, ma nell’occasione, a dire il vero, è stato il filtro di centrocampo che è mancato del tutto.
Preoccupa un tantino lo stato di forma di due atleti che pure erano state le carte vincenti in tante gare. Parlo di Luca Orlando e di Galizia. I due non hanno più lo smalto dei giorni migliori; non so se il fatto sia attribuibile ad un fattore psicologico o se invece ci sia qualche problema di ordine fisico che non li fa esprimere al meglio.
Per intanto bisogna guardare all’ultimo impegnativo incontro contro l’Arzanese che si giocherà a Frattamaggiore.
Stavo per concludere il mio settimanale impegno, quando mi arriva una notizia sconvolgente, addirittura più sensazionale della vittoria acciuffata per i capelli con il Fano. Tante ne ho vissute che nessuna notizia mi fa più impressione nel mondo del calcio; è quantomeno clamoroso però che – ad un turno dalla fine – sulla panchina torni a sistemarsi Grassadonia.
Non so da cosa sia scaturita questa decisione che lascia interdetti.
“E’ morto il re, viva il re!”
esclamava il popolo tanti anni fa quando c’era una successione al trono. E’ la seconda volta, se la memoria non m’inganna, che Palumbo riceve il benservito quando meno se l’aspetta.
Cose del calcio e della vita. Ogni commento potrebbe essere controproducente e inopportuno.
Adesso – a novanta minuti dalla fine delle normali ostilità – so solo che siamo in ballo e dobbiamo ballare. Scegliamo un ballo moderno, svelto, ritmato e coinvolgente.Un ballo che ci porti diritti diritti ai play-off.
Nino Ruggiero 

Non ci resta che vincere

Così è (anche se non vi pare)

Va proprio tutto a rotoli come nelle peggiori tradizioni calcistiche degli ultimi anni. Non bastava una sconfitta ad Aversa che ancora brucia. No, ci voleva pure la vittoria dell’Aprilia al fotofinish su una sorprendente Isola Liri. “Aver compagni al duol scema la pena”, avrebbe sentenziato il poeta in caso di una sconfitta in contemporanea dell’Aquila e dell’Aprilia per lenire in un certo qual modo l’amarezza del momento.

Ma che diavolo vuoi lenire! Va male per la sconfitta, va ancora peggio per l’incalzante e imperioso cammino di Gavorrano e Aprilia che non conoscono ostacoli.

Adesso, dopo l’ultimo turno, per la prima volta dall’inizio del campionato, la Paganese è fuori dalla griglia dei play-off.

Questo è il calcio: devi saper contare solo sulle tue forze, se le hai. Inutile guardare da interessati alle disgrazie degli altri quando le tue le hai sempre a portata di mano. E’ triste, ma è così.

Ad Aversa, senza entrare nel merito tecnico-tattico della partita, come solitamente faccio quando non ho elementi per farlo, probabilmente si sono infranti i sogni e le speranze di arrivare a giocarci la promozione in Prima Divisione. La matematica però non ci condanna e basterebbero due vittorie nelle due restanti gare per arrivare al traguardo di minima fissato a inizio campionato; ma dopo il deludente risultato di mercoledì scorso, credetemi, come diciamo dalla nostre parti, se ne sono cadute le braccia.

Tutta la grinta, tutta la determinazione, tutta la voglia di arrivare al risultato, tutta la forza d’animo messa in campo da parte dell’Aversa me la sarei aspettata, pardon, ce la saremmo aspettata invece dalla Paganese, attesa alla prova della verità dopo le ultime incoraggianti esibizioni.

Fa rabbia pensare che ai padroni di casa un pareggio sarebbe andato bene, visto che dovevano solo racimolare un punto per essere tranquilli e per salvarsi matematicamente. Ma si sa, l’appetito viene mangiando e quando gli aversani hanno capito di avere a che fare con un’avversaria molle e che non riusciva a controbattere efficacemente la loro azione, hanno pensato bene di darci dentro e di puntare dritto alla vittoria.

Ma chi aveva più motivazioni: l’Aversa o la Paganese? E ancora: bastano le motivazioni a fine stagione per arrivare al successo? O, infine, sono le gambe che non rispondono più alle varie sollecitazioni atletiche?

Chi lo sa… Una sola cosa è certa, al di là dei commenti e delle considerazioni più o meno appropriate: questa Paganese ha perduto lo smalto migliore e non riesce più a imporsi come faceva nella prima parte del campionato. Lo dicono i numeri che, per quanto freddi e odiosi, non tradiscono mai perché sono lo specchio fedele di un campionato.

Mercoledì ho avuto la ventura di incappare nella radiocronaca della partita offerta da una radio di Aversa. E allora la sofferenza è stata doppia; prima, perché la partita era vista solo in chiave normanna per una sorta di insita simpatia che un radiocronista locale ha per la propria squadra; poi, perché dalla cronaca venivano fuori motivazioni gestionali che in teoria avrebbero dovuto caratterizzare la prestazione della Paganese ma che invece sembravano patrimonio esclusivo della squadra di casa.

A fine primo tempo, per non sentire più le urla sovrumane di chi dalla postazione riusciva anche a sovrapporsi al pacato radiocronista, per evitare attacchi di fegato, ho chiuso il collegamento. Solo flash e solo collera per l’andamento generale della giornata calcistica.

Beh! adesso sappiamo che – numeri alla mano – non ci resta che vincere per sperare nel miracoloso aggancio all’ultima posizione utile per i play-off. Vincere in casa con il Fondi e vincere fuori con l’Arzanese. In tempi normali, considerando le posizioni in classifica delle due squadre, salve già da tempo, il cammino sulla carta non sarebbe stato improbo. Ma a questo punto, a due gare dal termine, bisogna fare due tipi di conti. Prima, con lo stato di forma degli uomini di Palumbo e con l’aspetto psicologico degli stessi che nel calcio spesso assume valori determinanti. Secondo, guardare inevitabilmente alle tre avversarie dirette, al Gavorrano, all’Aprilia e all’Aquila.

Niente sarebbe già perduto; come vedete uso il condizionale. Il Gavorrano domenica riposerà e avrà solo un turno ancora a disposizione nell’ultima giornata quando incontrerà in casa la Neapolis; quindi nella migliore delle ipotesi arriverà a 64 punti. L’Aquila e Aprilia si affronteranno in uno scontro diretto dal sapore del mors tua vita mea; una delle due dovrà giocoforza rimanere a secco, sempre che non ci sia la spartizione della posta in palio. E comunque una sola delle due, considerando anche una vittoria nell’ultima di campionato, potrà arrivare o superare quota 65.

In tutto questo, però, conditio sine qua non, la Paganese dovrà conquistare sei punti per arrivare a quota 65 che, per chi ama i numeri e le statistiche, è la quota che assicura la partecipazione ai play-off.

Sono solo considerazioni e calcoli probatori.

La parola finale, come sempre, spetta solo al campo.

Nino Ruggiero