Paganese, hai … toppato

Così è, anche se non vi pare

La gioia di Deli dopo il gol

La gioia di Deli dopo il gol

Devo parlare di calcio? Parliamone pure, anche se la voglia è poca; anche se, per questa brutta storia dei derby a porte chiuse, è stata svilita la nobile essenza del gioco più bello del mondo.
La partita con la Nocerina l’ho vista in tv, ma ne avrei volentieri fatto a meno proprio per gli accadimenti che l’hanno preceduta. Per mantenere fede a un impegno preso con i miei quattro-cinque affezionati lettori, ho fatto violenza al mio primordiale istinto che mi invitava a interessarmi del presepe che, per tradizione, ogni anno preparo con le mie mani.
Ha vinto la Nocerina ma la Paganese, come al solito, ci ha messo del suo. Non so se Raffaele Trapani, presidente e tifoso, che stimo molto per tutto quello che ha fatto nella storia della Paganese, parlerà ancora di nono posto come obiettivo. Io non lo farei, per la serietà dell’operato che lo ha sempre contraddistinto.
Non ci sono retrocessioni? Il bilancio della società deve essere salvaguardato? Nulla quaestio. Io al suo posto – direi solo e semplicemente: “questi sono i giocatori, questa è l’idea della società in fatto di valorizzazione giovanile; verrà quello che verrà, noi continueremo ad andare avanti con questa squadra e con questo allenatore. Mi dispiace doverlo dire, ma chi ci vuole seguire ci segua. Altro non possiamo fare”.
Un modo chiaro, netto, di dire come stanno le cose, al di là delle valutazioni che potrà fare ogni singolo seguace degli uomini in maglia azzurro-stellata. Ma, per favore, cerchiamo di parlare chiaro a quei pochi che ancora hanno la Paganese nel cuore. Credo sia deleterio continuare a mettere pannicelli caldi come panacea di un male che invece avrebbe bisogno del bisturi.
È dall’inizio dell’anno calcistico che mi affanno a dire che la politica dei giovani va curata e seguita. I giovani non crescono mai e danno pochi risultati concreti se non sono assistiti in campo da atleti esperti e di valore. Ho citato a più riprese una squadra giovane e brillante, il Policoro, di fine anni Sessanta. Era una squadra composta da tutti giovanissimi alle prime armi e disputava il campionato di serie D. Giocava e metteva in difficoltà tutte le squadre che incontrava. Però perdeva quasi sempre e si classificò all’ultimo posto. Perché? Per inesperienza; perché non aveva elementi di personalità nei punti chiave. Prendeva gol a iosa; gol assurdi anche se aveva un portiere bravo come Birtolo che arrivò poi a giocare in serie B con il Taranto.
Ritornando a noi, dico che per principio non sono mai estremamente severo nei confronti degli allenatori, e vi dico anche perché. Parto dal presupposto che ogni persona che siede in panchina ha un minimo di preparazione e competenza; se uno fa un mestiere di sicuro non può essere un improvvisato. Ovviamente, come in tutti i mestieri e le professioni c’è il più bravo e il meno bravo; ma di certo una preparazione di base c’è sempre. Di conseguenza credo che quando i risultati sperati non arrivano le colpe non sono da una parte sola. Ho dato sempre poca importanza ai nomi degli allenatori perché sono convinto che l’allenatore considerato bravo sia quello che vince; puoi essere anche un grande lavoratore, uno che perde giornate intere sul campo, ma se non vinci non sei nessuno.
Piuttosto, nel caso nostro, a Maurizi imputo due cose. La prima, la più importante: non aver richiesto alla società, in tema di campagna acquisti – pretendendolo – tre/quattro acquisti di spessore nei punti chiave della formazione; una specie di salvagente o – se preferite – pilastri per le fondamenta di quello che sarebbe stato poi il palazzo da costruire. La seconda: di non aver dato una mentalità vincente alla squadra, a prescindere dai moduli tattici da scrivania che onestamente io non sopporto perché una cosa è la lavagna, un’altra cosa è il campo di gioco.
Nell’incontro farsa con la Nocerina, paradossalmente, i ragazzi in maglia gialla (la scaramanzia oramai non funziona più!) hanno forse giocato la gara più intensa del loro campionato. Forse meritavano anche il pareggio in termini di risultato. Ma ancora una volta il reparto difensivo ha sbagliato di grosso su due innocui palloni. E una squadra non può permettersi il lusso di regalare due gol agli avversari. Forse, e senza forse, a fine dicembre si dovrà pensare, se non altro, a sfoltire una rosa particolarmente copiosa.
E chissà che il presidente Trapani non riveda le sue posizioni in tema di potenziamento. Forse c’è ancora tempo per recuperare una tifoseria allo sbando e che si disaffeziona giorno per giorno. Il nono posto, mi dispiace dirlo, a questo punto, c’entra come cavolo a merenda.
Vorrei tanto che la mia diagnosi fosse errata, ma non credo.

Nino Ruggiero

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Le rivoluzioni di gennaio che non ci sono più

Così è, anche se non vi pare

Uno dei rari interventi del portiere Koprivec

Uno dei rari interventi del portiere Koprivec

Dopo aver assistito allo scempio della partita con il Perugia, ho l’impressione che il titolo della mia rubrica andrà, come si suol dire, a carte quarantotto. Perché? Embè, credo che tutto quello che dirò, e anche quello che non dirò solo per non affondare ulteriormente la lama nella piaga già abbondantemente devastata e martoriata, sarà ampiamente condiviso e anzi ci sarà pure qualcuno che mi rimprovererà per essere stato tenero.
La rubrica, almeno oggi, dopo la disastrosa disfatta accusata con il Perugia, potrebbe assumere un’altra titolazione, diciamo: Così è, e siamo tutti d’accordo invece del tradizionale e, ad oggi, anacronistico Così è, anche se non vi pare.
Dopo l’ultimo attacco di fegato subìto inopinatamente nel pomeriggio di ieri – devo per forza di cose ripetere quanto sostenuto con questa rubrica fin dalla prima giornata del campionato in poi, non di più. Lo so, è facile dire “l’avevo già previsto”; ma a questo punto, con una situazione di classifica che sfiora la nullità, con assoluta mancanza di risultati, con prestazioni indecorose e al limite della decenza, con lo spettro incombente di una resa incondizionata nei confronti di altre squadre che dovranno essere incontrate da qui alla fine, mi sembra di poter dire che si è proprio toccato il fondo. Di chi la colpa? Del tecnico, della squadra, della società? Intendiamoci, sappiamo tutti bene che quest’anno in mancanza di retrocessioni si è cercato di attuare una politica di austerity. Credo che nessuno abbia mai preteso l’allestimento di una grossa squadra, consci dell’attuale congiuntura economica che attanaglia il Paese; ma una squadra decente, composta da giovani di belle speranze con l’innesto di tre-quattro calciatori di peso e di esperienza era nelle aspettative generali. Invece, purtroppo, ci ritroviamo con una squadra che ci fa rodere il fegato e con una desertificazione storica di pubblico. Ieri, ad esempio, con tutte le giustificazioni possibili ed immaginabili del sabato e della giornata piovosa, al fischio di inizio mi sono ritrovato con tre o quattro compagni di sventura su una tribuna assolutamente vuota; e gli altri settori non è che scherzassero…
Le squadre di calcio sono come i palazzi: si devono costruire dalle fondamenta. Inutile pensare ai dettagli e alle rifiniture se non si è cominciato dalle basi. Difesa e centrocampo costituiscono le fondamenta delle squadre di calcio. Purtroppo, la difesa della Paganese presenta lacune di ordine strutturale; non ha un leader che sappia prenderla per mano nei momenti critici della partita, che infonda coraggio e sappia suggerire la posizione tattica da tenere ai colleghi di reparto; e si sa quanto conti avere un elemento di peso e di esperienza che mette tranquillità a un reparto. Ricordate, tanto per essere nel tema, le figure di De Sanzo, di Taccola, di Fusco? Ad esempio, la facilità con la quale l’attacco del Perugia ha imperversato nella seconda parte della gara in una difesa smarrita, tagliata come da una lama calda nel burro, ha lasciato interdetti i pochi temerari presenti sulle scalee. Ad un certo punto è parso di assistere a una gara di allenamento, di quelle che una squadra di serie superiore disputa il giovedì con una squadra di categoria inferiore.
Eppure il primo tempo aveva lasciato una discreta impressione. Addirittura dopo due minuti il Perugia era stato graziato da un mancato impatto, a due passi dalla porta, di De Sena liberato, solo soletto, davanti a Koprivec da uno splendido servizio di William. Poi c’era stato il rigore, realizzato impeccabilmente per due volte dallo stesso De Sena e il Perugia aveva stentato parecchio per arrivare al pareggio.
Le partite, specie quando si incontra una squadra come il Perugia costruito senza risparmi e che addirittura si è preso il lusso di avere in panchina elementi come Mazzeo e Vitofrancesco, si possono anche perdere, ma la disfatta – consentitemelo – è un’altra cosa.
Non so come finirà la telenovela con l’allenatore Maurizi, cui imputo soprattutto due cose: 1) di non aver chiarito i termini del suo pensiero calcistico, 2) di aver consigliato l’acquisto di calciatori di cui si poteva benissimo fare meno, in presenza di un progetto giovanile.
Primo punto: si è partiti con un’idea tattica rivoluzionaria che prevedeva un calcio offensivo e poi man mano ci si è ridotti a giocare di rimessa, senza avere nemmeno gli uomini adatti per farlo, aggiungo; secondo punto: un calciatore “over” deve fare la differenza in campo, sia in termini di esperienza, sia perché deve saper guidare un reparto. In caso contrario, è meglio schierare un giovane; almeno si dà sostanza anche ai premi previsti dalla Lega.
Con questi “chiari di luna” ci avviamo verso la conclusione del girone di andata e verso quella che in altre epoche, quando ugualmente la squadra non girava nel verso desiderato, si sarebbe chiamata la “rivoluzione di gennaio”. Ma adesso, senza retrocessioni, con l’agognato nono posto che si allontana sempre di più, come la mettiamo?
Nino Ruggiero

Quei rigori a fil di palo

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Così è (anche se non vi pare)

L’immagine di Scarpa che allontana Girardi per sistemare il pallone sul dischetto è ancora ferma sulla retina. È sicuro del fatto suo Scarpa; tanto sicuro che non vuole sentire ragioni e non vuole essere messo in discussione come rigorista: il tiro spetta a lui. Vuole mettere il sigillo alla gara, come già fatto in altre occasioni; vuole essere il protagonista indiscutibile; intende essere l’uomo partita, quello che firma il gol della vittoria anche se la gara è ancora tutta da giocare perché mancano ancora buoni venticinque minuti alla fine. Silenzio tombale al momento della breve rincorsa. In tribuna, come di consueto, sortilegi e scaramanzia: c’è chi chiude gli occhi, c’è chi guarda in cielo, c’è chi dà le spalle al campo augurandosi che ci sia di lì a poco il boato che di solito segue una realizzazione. Ma sono in tanti a fissare, al pari di una implacabile e lenta moviola, i passi di Scarpa che precedono il tiro. Sono attimi infiniti; attimi che sembrano durare un’eternità. Tira Scarpa e il pallone, colpito di forza più che d’astuzia, viene intercettato dal portiere avversario che si butta sulla sua destra e, di piede, miracolosamente, riesce a sventare il gol. Il boato c’è; ma arriva da un’altra sponda, quella occupata da non meno di trecento tifosi beneventani.
Poteva essere, ma non è stato. Questo è il gioco del calcio.
Dà dimostrazione di buona inquadratura il Benevento. Comincia in salita la gara della Paganese che subisce per almeno un quarto d’ora iniziale la supremazia territoriale degli avversari. Un caldo vento di scirocco, intanto, impazza sul manto erboso del “Marcello Torre” e il gioco risulta spesso spezzettato proprio per le folate di vento che falsano le traiettorie. Un quarto d’ora, non di più, dura lo sterile predominio territoriale degli stregoni. La Paganese ricuce il reparto di centrocampo dove Romondini fino a quel momento appariva quasi circondato da un nugolo di avversari bravi nell’arte del palleggio; si rivede all’opera un immenso Ciarcià, bravissimo a interpretare sia la fase difensiva che di disimpegno e di rifinitura. È quello di oggi (e quello di Carrara, per la verità) il vero Ciarcià, un calciatore mai visto in forma così smagliante e che sprizza energia giovanile da tutti i pori, un moto perpetuo inesauribile, avanti e indietro senza fermarsi mai; un calciatore che, se mantiene l’attuale stato di forma, risulterà il migliore acquisto per quest’ultima parte di campionato.
Dunque cresce Ciarcià, si fa sentire più che vedere anche Soligo, e allora Romondini può giocare come sa, a testa alta; può organizzare il gioco, può innescare la potenzialità offensiva di un vigoroso Girardi mai domo al centro dell’attacco. Se la vede brutta il Benevento quando la Paganese accelera, quando Nunzella spinge sulla fascia sinistra e quando Ciarcià per ben due volte, dopo aver conquistato palla, con slalom entusiasmanti degni del Tomba prima maniera, insidia con due bordate micidiali la porta di Gori. I due tiri, uno di seguito all’altro, quasi fotocopie, terminano di un niente alla destra del portiere sannita che, annichilito, può solo guardare la sfera terminare sul fondo.
È un crescendo quello della Paganese, alla mezzora di gioco. Romondini è l’incaricato speciale a battere i calci d’angolo. Con un vento forte che spira in favore un calcio d’angolo è qualcosa in più di una semplice punizione. Tre calci d’angolo di seguito fanno venire i brividi alla difesa beneventana. Sul primo, battuto sempre da Romondini che ha le chiavi in mano di ogni punizione indiretta, il portiere Gori si salva pur uscendo a vuoto: due attaccanti della Paganese, Tortori e Caturano, e subito dopo anche il difensore Perrotta, non riescono a trovare i tempi giusti per l’impatto con il pallone che quasi danza beffardamente sulla linea di porta. Sul secondo, è il primo palo ad opporsi ad un astuto tentativo di realizzazione diretta. Sul terzo, è Pepe che in un groviglio di calciatori riesce a svettare e a colpire di testa; il pallone sembra indirizzato senza scampo a fil di palo ma viene smorzato da un difensore avversario ad un metro dalla linea di porta e Gori, con un tuffo a terra alla sua sinistra, se lo ritrova miracolosamente fra le mani.
Ma non è finita. L’azione della Paganese è tambureggiante e la difesa del Benevento pare in grossa difficoltà. Quasi allo scadere del tempo si sviluppa l’occasione più ghiotta per passare in vantaggio. Ennesima punizione battuta dalla tre quarti in avanti da Romondini, un difensore respinge alla meno peggio e la palla termina in piena area, sui piedi di Perrotta, tutto spostato sulla sinistra. Maldestro l’impatto del sinistro di Perrotta nei confronti dell’invitante pallone che viene colpito malissimo; “da difensore vecchia maniera” – avrebbe detto qualche cronista di un tempo che fu. Sia chiaro, nessuna demerito per Perrotta che anzi deve essere considerato come una delle note liete della giornata; attento, preciso, puntiglioso, finanche elegante il giovane difensore pescarese che non ha sbagliato un intervento. Un gol, certo, avrebbe premiato la sua bella gara e lo avrebbe consacrato anche nelle vesti di goleador. Sarà per un’altra volta.
Nel calcio troppi errori possono costare caro. Ma soprattutto costa cara la mancata realizzazione del calcio di rigore nella fase centrale della partita. L’errore di Scarpa dal dischetto alla fine risulterà determinante. Inutile rivisitare l’episodio, inutile rimpiangere un qualcosa che poteva essere e non è stato. Piuttosto sarebbe solo il caso di riflettere sulla scelta di esecuzione del tiro dal dischetto risultato fatale dagli undici metri; non per mettere minimamente in discussione la bravura di Scarpa, quanto per il fatto che oggi come oggi quasi tutti i portieri conoscono a memoria i rigoristi che settimanalmente possono incontrare sulla loro strada. Sanno delle loro attitudini, sanno principalmente l’angolo preferito che il rigorista cerca. Non vorrei sbagliarmi ma mi sembra di poter dire che Scarpa dal dischetto cerca quasi sempre l’angolo alla destra del portiere, anche se oggi ha tentato il tiro forte e centrale; un portiere aggiornato in questo tipo di casistica lo sa e non ha nemmeno bisogno di dare fondo al suo istinto per lanciarsi sulla sua destra. Se il tiro è potente, rasoterra e a fil di palo puoi anche indovinare l’angolo, ma non riesci a prenderlo. Altre soluzioni, per il prosieguo del campionato, è meglio tenerle in caldo: non si sa mai, anche se bisogna dire che i rigori si segnano e si falliscono dovunque, anche nella massima serie e anche da parte di conclamati campioni.
C’era un calciatore della Paganese degli anni Settanta, Tonino Albano, cresciuto alla corte del Napoli, campione come pochi in terza serie, che era un vero cecchino dal dischetto. Un giorno come un altro, durante un allenamento, era l’anno di Rambone allenatore, mi dimostrò come non si riesce a neutralizzare un calcio di rigore anche se conosci in anticipo l’angolo dove è indirizzato. Nella circostanza in porta c’era Pasquale Fiore, altro napoletano doc, un mostro sacro fra i portieri dell’epoca. “Lo tiro alla tua destra – disse Albano – cerca di arrivarci stavolta, ma senza muoverti prima del fischio.” Di interno destro, rasoterra, Albano infilò la porta di Fiore disteso alla vana ricerca del pallone. “È scientifico – disse Albano – se sei al centro della porta non riuscirai mai a fermare un tiro forte, rasoterra e a fil di palo.” È così: è stato sperimentato. Solo che bisogna avere nel piede di battuta una precisione millimetrica; la qual cosa non è da tutti.
Torno alla gara. È andata male, ma non malissimo. Archiviati da tempo i sogni di gloria, anche un pareggio, quando, per un motivo o un altro, non si riesce ad arrivare al risultato pieno, può essere accettato. Siamo alla stretta finale e la salvezza va conquistata anticipatamente, senza che siano riservati grossi patemi d’animo. Per intanto andiamo a recuperare giovedì la gara con il Latina. Sappiamo tutti quelli che successe a dicembre. I “tavolini” sono stati serviti abbondantemente nelle aule dei tribunali sportivi, tipo barba, capelli e shampoo. La parola definitiva passa al campo, che, come sempre, è giudice inappellabile.
Sarà di sicuro una partita molto tirata con in ballo tanti buoni motivi di risentimento e di orgoglio, da parte paganese.
Vediamo come va a finire.
Nino Ruggiero

Uno, nessuno, centomila

colpo di testaCosì è (anche se non vi pare)

 Il calcio è materia opinabile. Partiamo da qui. Se ci fosse una giusta ricetta per guarire le innumerevoli disfunzioni tecnico-tattiche che una partita di calcio produce, specie in assenza di risultati, allora credo che tutti la utilizzerebbero: allenatori, dirigenti di società e – perché no? – i tifosi che sono i primi malati di una passione che travolge e che assai spesso lascia poco spazio al buon senso e alla saggezza.

L’unica medicina universale che mette tutto a tacere sono i risultati positivi. Quando arrivano le vittorie c’è poco spazio per ogni tipo di disquisizione tecnica perché le vittorie rappresentano la panacea di tutti i mali. Hai giocato male e hai vinto? Bene, altri tipi di considerazioni – che pure fanno parte del calcio – passano in secondo piano.

La ricetta giusta, quando i risultati non sono quelli sperati, non c’è; non c’è mai stata e mai ci sarà. Sappiamo tutti che il primo colpevole viene individuato nel manico: nell’allenatore. E’ storia vecchia, storia di sempre. A pagare è sempre l’allenatore, è prassi consolidata; l’allenatore paga sempre, a prescindere da colpe e manchevolezze. Qualche volta il cambio di allenatore può essere necessario. Ma bisogna avere le idee chiare in merito. Bisogna valutare tante cose: se la squadra segue ancora i dettami tattici dell’allenatore; chi l’ha costruita e con quali criteri; se, infine, ci sono i tempi tecnici per dare eventualmente una sterzata. Cambiare per cambiare, non serve.

Prendete Zamparini, presidente del Palermo e Cellino, presidente del Cagliari: ho perso il conto di quanti allenatori hanno cambiato negli ultimi anni. Non arrivano le vittorie e allora via l’allenatore. Continuano a non arrivare successi, ecco allora ancora un altro allenatore. Non si muove una foglia? allora facciamo ritornare il primo allenatore. Insomma una giostra, un via vai, tipo Stazione Termini, senza per questo risolvere il problema. La considerazione più ovvia che viene fuori allora è questa: possibile che siano tutti scarsi? Ma  allora quando i risultati sperati non arrivano di chi è la colpa? Forse di tutti e di nessuno. Detto alla Pirandello, forse uno, nessuno, centomila.

Vado alle cose di casa nostra. L’ennesimo passo falso commesso nell’incontro con la Nocerina ha aggravato la posizione in classifica della Paganese. Archiviati i sogni di alta classifica, gli azzurro-stellati non riescono più nemmeno a mantenere il passo delle squadre pericolanti e sono sprofondati in piena zona play-out. Contro la Nocerina si è vista all’opera una squadra senza nerbo, senza idee e senza costrutto; l’ombra della squadra bella e intrigante che nella prima parte del campionato aveva fatto palpitare e sognare tanti cuori. Ovvio, allora, che ci si domandi: che è successo alla squadra, come mai non ha più il rendimento del girone di andata? L’allenatore Grassadonia, come da classico copione, è sulla graticola. L’accusa è quella di non aver dato un gioco ed volto definitivo alla squadra, aggravata dal fatto che la squadra azzurro-stellata oramai non vince più dal 4 gennaio quando rimandò a casa con un sonoro 4 a 1 l’Avellino.

Non sono mai stato particolarmente tenero con Grassadonia in linea squisitamente tattica; altre cose non mi interessano.  Non una sola volta nelle mie solite note, all’indomani delle partite casalinghe, ho messo in evidenza che la squadra a centrocampo aveva più di una difficoltà. Schierare due soli centrocampisti di ruolo portava inevitabilmente ad uno squilibrio tattico, specie in presenza di squadre organizzate e che nella stessa zona nevralgica del gioco si presentavano con tre e anche con quattro elementi.

Mi pare di poter dire che, fin quando le condizioni fisiche degli atleti sono state ottimali, la squadra ha saputo mascherare qualche magagna di ordine tattico. Adesso, che più di qualche calciatore accusa malanni fisici, tanti nodi di natura tecnico-tattica vengono inevitabilmente al pettine.

Contro la Nocerina, Grassadonia, a causa di numerosi infortuni e della squalifica di Ciarcià, ha dovuto letteralmente inventarsi una squadra diversa dal solito. Nel giorno in cui si era finalmente deciso a schierare un centrocampo a tre, ha dovuto rinunciare a Romondini (febbre influenzale?) unico elemento in grado di accendere la luce nel grigiore di un centrocampo operaio.

Dopo aver subìto il gol su un calcio d’angolo studiato, provato e riprovato come schema negli allenamenti, la Paganese si è trovata a dover fare la partita. Contro una squadra organizzatissima, formata da elementi di grosso spessore,  gli azzurro stellati non hanno mai trovato il bandolo del gioco. Senza un uomo d’ordine a centrocampo, la manovra si è sviluppata spesso con lanci lunghi dalle retrovie. Palla lunga e pedalare; è sembrato questo lo slogan che ha accompagnato la squadra verso un’improbabile rimonta. Sono mancate le sovrapposizioni sulla fasce laterali; le due filiere di destra e di sinistra non hanno dato il solito apporto. Più di un calciatore, soprattutto gli under, hanno sofferto il clima agonistico di quella che per tanti è una partita speciale. Ciò nonostante il risultato della partita, specie nella prima parte della gara, è stata sempre in bilico e Tortori, nelle vesti di incursore, è stato fra i più brillanti mettendo spesso in allarme la difesa nocerina; ottimo un suo colpo di testa nel secondo tempo degno di migliori fortune. Il secondo tempo, acuto di Tortori a parte, è stato una vera lagna nonostante la Nocerina fosse ridotta in dieci uomini.

Rieccoci all’allenatore. Credo che la società gli riconfermerà la fiducia. A questo punto del campionato, con sole otto gare (inclusa quella con il Latina) ancora da disputare, con una squadra costruita su sue precise indicazioni (almeno credo!), bisognerà solo e soltanto pensare ad evitare i play-out. Non devo e non voglio difendere nessuno, ma altre considerazioni, anche condivisibili, sono da rinviare perché produrrebbero solo divisioni in un momento delicato in cui invece c’è bisogno di unità d’intenti.

Nino Ruggiero

La difficile materia del calcio

Così è (anche se non vi pare)OLYMPUS DIGITAL CAMERA

 Il calcio, si sa, è materia opinabile. Niente è mai certo. Sento in giro amici che, dopo l’ennesima delusione maturata al termine dell’incontro contro il Prato, parlano di moduli tattici, di calciatori che andrebbero accantonati, di formazioni e sostituzioni sbagliate, di un allenatore che avrebbe perduto il controllo della squadra. Questo è il calcio. Siamo tutti esperti, o quasi; ci sentiamo coinvolti e vogliamo dire la nostra in ogni discorso di natura tecnica, soprattutto quando i risultati non sono quelli sperati.

Sono le vittorie che annullano ogni discorso di natura tecnico-tattica; lo cancellano in nome di un entusiasmo collettivo che il calcio stesso sa sprigionare e che va al di là del fatto tecnico. Abbiamo giocato male e abbiamo vinto? e che ce ne importa? nel calcio l’importante è vincere, non partecipare.

Il guaio è che da un po’ di tempo a questa parte si gioca male e il risultati non arrivano. Già, nisba risultati. Niente risultati e niente gioco; insomma, niente di niente. E volete che con questi “chiari di luna” non ci sia un dibattito, non ci siano posizioni estreme, non ci sia un “pollice verso” che accusa?

La situazione oggi non è rassicurante. Si era partiti in sordina all’inizio del campionato allestendo una squadra di tutto rispetto che sulla carta avrebbe dovuto dare parecchie soddisfazioni al pubblico amico. Si era puntato su nomi di una certa levatura tecnica tipo Soligo, Fernandez, Romondini, Caturano, Girardi; atleti che – aggiunti ai riconfermati Scarpa, Fusco e Fava – avrebbero dovuto assicurare la disputa di un campionato di tutto rispetto.

L’inizio era stato buono; la squadra pareva rispondere bene alle sollecitazione tecnico-tattiche del suo allenatore, anche se qualche riserva, in linea tecnica, era sempre dietro l’angolo. Logico, quindi, in un campionato apparso abbastanza livellato, che si pensasse anche a qualcosa in più di una semplice e tranquilla salvezza. È giusto e lecito pensare sempre in grande; guai se così non fosse. Nella vita bisogna avere sempre molta autostima; anche se poi, purtroppo, bisogna sempre scontrarsi con la realtà. E la realtà, specie quella caratterizzata dalla seconda parte del campionato, ci sta consegnando una squadra che non è più quella brillante della prima parte del torneo.

Le cause, i motivi? Materia opinabile il calcio; l’ho sempre detto e ribadito. Ogni allenatore credo abbia un modello di gioco da porre in essere. Poi, si sa, è il campo a dare i responsi e da lì non si scappa. Quando si vince, ogni discorso di natura tattica viene accantonato. L’allenatore, inoltre, è bravo quando vince; lo è di meno, per non dire altro, quando invece la squadra non riesce a cogliere successi.

Prendete Grassadonia. Ha sposato la causa di un gioco altamente offensivo e non si sposta un millimetro dalla sua idea. Mi sono guardato intorno, e non da adesso, e per quanto mi sforzi non riesco a individuare il modello di squadra da cui prende spunto. So soltanto che la Paganese degli ultimi tempi – quella che non vince più – va in affanno nella zona centrale del campo dove le squadre avversarie hanno sempre, come minimo, un giocatore in più. Andava in difficoltà pure prima, per la verità, anche quando vinceva. Ma le vittorie avevano un sapore giustizialista; facevano scordare tutto: gli affanni, le fatiche, i patimenti per arrivare alla vittoria.

Contro il Prato, ancora una volta, specie nel primo tempo, la squadra accusa un distacco pauroso tra i reparti, uno scollamento fra gli stessi e nella zona nevralgica del gioco si vedono solo gli avversari. Lulli e Soligo – calciatori di quantità – giocano una gara intensa, anche ammirevole, non si risparmiano ma hanno di fronte avversari in numero preponderante che arrivano inevitabilmente, proprio perché in superiorità numerica, sempre primi sulla palla. Peggio del solito va la fase di possesso palla. La mancanza di un uomo d’ordine – al di là di una concezione condivisibile o meno di calcio razzolante – fa il resto. La squadra appare smarrita, senza idee, senza luce, senza personalità; il pressing asfissiante, i raddoppi sistematici degli avversari non consentono un abbozzo di manovra, uno scambio, due passaggi precisi di fila. La prova della difficoltà di manovra sta tutta nel fatto che un solo tiro degno di nota, il colpo di testa di Caturano, viene indirizzato dalle parti del portiere toscano.

Ti aspetti una correzione di rotta, che entri un centrocampista a dare manforte alla squadra che manca proprio di equilibrio e di qualità. Entra in campo Romondini – evidentemente accantonato dall’inizio solo per un discorso tattico e non perché in cattiva forma – ma esce un altro centrocampista, il giovane e promettente Lulli; niente da fare sul discorso puramente tattico, abbiamo scherzato.

Gioca meglio la squadra nel secondo tempo. Romondini ha personalità e classe; forse gli manca il vigore agonistico della prima gioventù, ma quando prende palla sa come amministrarla, sa indirizzare la squadra, sa guidarla, sa prenderla per mano nei momenti di difficoltà. A un atleta del genere bisognerebbe affiancare cursori, atleti capaci di recuperare palloni; forse parliamo di un altro calcio, di certo non di marziani.

Viaggiare ad una media di un punto a partita, in un torneo che assegna tre punti per la vittoria ed un punto per i pareggi, è deleterio anche per squadre che devono salvarsi. Tanti anni fa, quando la vittoria assegnava solo due punti, poteva anche andare bene; sempre però che il traguardo da raggiungere fosse fissato nella salvezza. Alla sesta di ritorno, tanto per entrare nel tema che più ci interessa, la Paganese ha collezionato soltanto sei punti; nel girone di andata, alla stessa giornata, di punti ne aveva preso otto.

Dopo la gara con il Prato, cominciamo ad avere un quadro più chiaro per quello che riguarda le ambizioni del team azzurro-stellato. Riponiamo nel cassetto tanti sogni dolcemente cullati e ricullati che investivano le posizioni di vertice della classifica. Siamo fatti per soffrire e soffriremo; però finiamola di parlare sempre di episodi sfavorevoli. Episodio di qua, episodio di là; si parla sempre di episodi, manco se gli episodi non fossero parte integrante di una partita di calcio. Immaginate solo per un istante uno scrittore che lamenti scarsa attenzione e poco successo editoriale e di vendita per un suo libro, a causa di un capitolo scritto male. Embè, scusate, ma il libro chi lo ha scritto?

Siamo seri, per favore. Di banalità – è vero – ce ne sono tante nel variegato mondo del calcio, ma non è possibile che si vada oltre ogni limite intellettivo, come se gli episodi fossero corpi estranei ad una partita di calcio invece di esserne parte integrante.

Termino con gli auguri a Scarpa per le sue cento prestazioni in maglia azzurro-stellata. Aspettavamo un po’ tutti il suo graffio d’autore in zona gol; è andata male, ma è tutto solo rimandato.

Nino Ruggiero

Le partite che non dovrebbero finire mai

Così è (anche se non vi pare)

scarpa

Ci sono partite che non dovrebbero finire mai; dovrebbero durare in eterno perché – dopo delusioni cocenti e prestazioni insipide – una vittoria tanto copiosa, tanto bella, tanto eclatante e tanto meritata può farti fare pace con il calcio e conciliarti anche con le difficoltà della vita. Piove a catinelle sul “Marcello Torre”. La partita è finita. Ma c’è poca voglia di sloggiare da parte dei soliti fedelissimi della Paganese. “Me la voglio godere fino in fondo – ammicca uno di quelli che pioggia o non pioggia, freddo o non freddo, è al solito posto, in mezzo ai soliti irriducibili – starei qui tutta la notte. E chi si muove di qua!…”.
Volti felici, sorridenti, gioiosi; continua a cadere impietosa la pioggia ma sono in tanti a restare al proprio posto. Vogliono tributare un doveroso ringraziamento ai ragazzi in maglia azzurro-stellata, ma vogliono anche commentare la partita, vogliono essere certi di quello che hanno visto i propri occhi; una specie di “sogno o son desto?”, dopo qualche cocente delusione maturata negli ultimi tempi.
Bello il colpo d’occhio, lato distinti, sotto le telecamere di mamma Rai, qualche minuto prima dell’inizio. Coreografia bella, anche spartana, ma molto originale.
Grassadonia deve mischiare ancora una volta le carte; le assenze di Marruocco, Calvarese e Ciarcià non sono da poco. Gioca dal primo minuto Pepe in difesa con compiti particolarmente impegnativi: dovrà mettere la museruola a Biancolino, detto “il pitone”; lo farà in modo puntuale e preciso tanto è vero che l’attaccante irpino alla fine risulterà fra i “non pervenuti”. Fusco, invece, si dedica quasi interamente all’altro attaccante di peso, Castaldo, e lo fa con la solita professionalità e bravura. Fernandez è chiamato a chiudere tutti i varchi difensivi, lui che è atleta eclettico buono per ogni tipo di situazione tattica.
Il centrocampo presenta la novità Franco al fianco dei soliti Romondini e Soligo. Il ragazzo gioca da veterano incallito. Tocchi e posizione da scolaro diligente; mai un passo più del dovuto; intelligente gestione del pallone, un tocco e via oltre ad una buona predisposizione per la fase difensiva. Se ne avvantaggia Romondini che gioca una delle partite più intense dall’inizio del campionato. Sarà anche una moviola, come si affanna a dire qualcuno che sa poco di calcio, ma Romondini, quando viene ben assistito, una volta in possesso di palla, rappresenta l’unica vera luce nella manovra della squadra.
Il guaio sapete qual è? Ve lo dico subito: ci siamo talmente abituati a vedere un calcio razzolante e gladiatorio che non ci rendiamo nemmeno più conto di cosa significhi avere tra le propria fila un cervello pensante che da del “tu” al pallone e che lo spedisce dove vuole; poi, quando le cose vanno in un certo senso, nei momenti critici di una gara difficile da sbrogliare, ci lamentiamo di non avere un uomo d’ordine che sappia dare personalità alla squadra.
Soligo comincia a destra dello schieramento, in una insolita posizione, per dare profondità alla squadra che ne ha poca da quelle parti; nella seconda parte della gara, invece, riprende la sua abituale posizione mentre Franco va ad occupare la corsia di destra senza mai affondare, viste le sue caratteristiche, ma giocando il solito calcio essenziale e pulito; mai un passo più del dovuto, nessuna iniziativa personale di carattere individualistico.
Gran primo tempo. L’Avellino si intruppa al centro e lascia le due corsie, quella di sinistra e di destra poco guarnite. La filiera di sinistra con Nunzella e Tortori funziona alla grande. Comincia benissimo il piccolo attaccante romano, infilandosi bene fra le strette maglie della difesa avellinese; poi cala man mano fors’anche a causa del terreno particolarmente pesante. Nunzella è, come al solito, dirompente sulla fascia di competenza. Si propone spesso in avanti e lo fa con cognizione di causa con un sinistro che non tradisce e che conosce bene la via del cross. L’ex leccese è oramai una realtà – altro che under! – perché sa interpretare alla perfezione il ruolo che Grassadonia gli ha ritagliato sulla fascia sinistra.
In avanti Caturano è in giornata di grazia, si trasforma in una specie di bulldozer travolgitutto; su quel tipo di campo sembra un invitato a nozze. Fa valere la sua possanza fisica e uno straordinario momento di forma. Corre su tutti i palloni che gravitano in avanti, una volta a destra, una volta a sinistra e dimostra anche di avere buona dimestichezza con il gol. Meno bene Girardi al centro dell’area; più macchinoso il suo incedere, ben coperto com’è tra due mastini di area che non gli danno respiro.
Come capita assai spesso nel calcio, gioca meglio la Paganese, ma segna l’Avellino. Pallone perduto in malo modo a centrocampo, rapido capovolgimento di fronte e gol chirurgico a fil di palo rasoterra.
Nel secondo tempo, un’altra partita e un’altra Paganese. Entra Scarpa al posto di Tortori e la manovra si velocizza. L’Avellino intuisce di dover rafforzare la sua fascia destra di difesa, ma deve fare i conti con uno Scarpa letteralmente scatenato come capita da qualche tempo, soprattutto nelle partite importanti. Caturano è più reattivo ancora e sprizza forza agonistica da tutti i pori; si catapulta continuamente su ogni pallone, anche su quelli che sembrano perduta: è una forza della natura. Arriva così, naturalmente, il gol del pareggio; poi quello del due a uno, del tre a uno ed anche quello del quattro a uno.
Grande partita, grande Paganese. Ci stropicciamo ancora gli occhi a fine gara. Emozioni non finire; quelle che mancavano da qualche tempo. E poi inevitabili considerazioni: c’è una vera Paganese? O meglio: qual è la vera Paganese, quella di Benevento e Perugia o quella vista all’opera contro Nocerina e Avellino?
Solo un’improbabile risoluzione dell’inquietante interrogativo potrebbe dire una parola definitiva sul ruolo che la squadra potrà recitare nell’attuale campionato. Grassadonia, tecnico serio e preparato, dovrà interrogarsi a fondo e – conseguentemente – fare qualche scelta tecnica per cercare di quadrare meglio il cerchio con l’attuale rosa disposizione. Oramai, la squadra è quella che è perché non sono previsti nuovi innesti. Solo un consiglio: guardiamo, come sempre, in alto, ma non scordiamoci di guardare anche in basso.
Come nella vita.

Nino Ruggiero

Il carbone della Befana

Così è, anche se non vi pare

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 Tempo di Befana, tempo di regali. Ne riceve uno grosso quanto una casa il Viareggio a Pagani a tempo abbondantemente scaduto, quando i quattro minuti di recupero decretati dall’arbitro sono scaduti da un bel pezzo. Parlo di regali, prescindendo dall’andamento della partita, per un motivo molto semplice. Se i minuti di recupero devono essere quattro, con tanto di lavagna luminosa a ricordarlo agli spettatori, non si può poi giocare all’infinito. Le regole o ci sono o non ci sono. Ove mai ci fosse bisogno di un recupero supplementare, questo dovrebbe essere segnalato con lo stesso sistema, vale a dire sempre con la lavagna luminosa. E non mi pare, ad onor del vero, che l’arbitro abbia mai sancito tale ulteriore recupero.

La partita è stata bruttina. La pausa di campionato ci consegna una Paganese raffazzonata. Mancano tutti in una volta ben tre difensori: Fernandez, ancora in Argentina; Calvarese alle prese con un infortunio che lo terrà lontano dai campi per due mesi e Nunzella squalificato.

Grassadonia prova ad inventarsi un reparto che è ancora tutto da scoprire; difesa con tre centrali: Fusco, Puglisi e Pepe. Sulle fasce: Ciarcià a destra e Agresta a sinistra. Centrocampo senza Romondini, probabilmente per scelta tecnica, ma con l’asse Franco-Soligo sostenuto sulla trequarti da Scarpa. Attacco a due punte con Caturano e Girardi.

Il primo tempo scorre via senza grossi sussulti. La pausa di campionato ci consegna una Paganese contratta, poco lineare nel suo incedere, alquanto intruppata e senza idee nella sua metà campo.

Agresta comincia maluccio. Sulla sua fascia non riesce a dare impulso al gioco: si sgancia poco e quel poco lo fa in modo scolastico, senza personalità. Su quella fascia il gioco di proponimento manca. Se ne accorge evidentemente Scarpa che prova a dare impulso con manovra di aggiramento della difesa ospite; qualche cross allora arriva al centro per i due arieti, Girardi e Caturano che però non sempre riescono ad eludere l’agguerrita difesa viareggina. Va decisamente meglio il gioco sulla fascia destra con un Ciarcià che gioca forse la migliore partita da quando è a Pagani. Il calciatore si sacrifica in un gioco oscuro ma redditizio; staziona in una insolita posizione difensiva a sostegno dei tre centrali, ma non disdegna appoggi in avanti anche se preferisce, probabilmente per consegne tattiche ricevute, dedicarsi maggiormente ad un ruolo di interdizione. A centrocampo Franco e Soligo sono bravi sul piano dinamico ed arrivano tempestivamente sui palloni che gravitano nella loro zona; latita però la fase di proposizione del gioco. La manovra è priva di genialità e di inventiva: è farraginosa e scontata. Ciò nonostante Caturano e Girardi vanno perlomeno in un paio di occasioni ad un passo dalla segnatura che non scandalizzerebbe nessuno; ma non sono fortunati, soprattutto Girardi che sotto rete fa valere la sua stazza.

Il Viareggio giovane e pimpante dalla difesa in su, si perde in avanti. Robertiello dorme sonni tranquilli e non deve fare straordinari. La prima frazione di gioco finisce zero a zero con qualche rimpianto soprattutto da parte azzurro stellata.

La ripresa vede in campo una Paganese più determinata. Capovolto letteralmente il giudizio su Agresta che sembra un altro calciatore rispetto a quello visto nella prima frazione; è autorevole, disinvolto, non sbaglia un passaggio. Inoltre si propone in avanti con maggiore continuità e partecipa attivamente alla costruzione del gioco. Anche Ciarcià, che nel primo tempo ha curato soprattutto la fase difensiva, sull’altro versante sembra ancora più propositivo e le sue incursioni in avanti mettono in difficoltà la difesa toscana. Il gol del vantaggio della Paganese arriva su calcio di rigore ed è più che meritato per la mole di gioco che la squadra produce. Se lo procura Caturano che si catapulta un pallone sporco sulla destra dell’area e viene atterrato senza pietà da Trocar. Rigore realizzato senza scampo dallo specialista Scarpa.

Una volta in vantaggio, la Paganese dovrebbe giocare con più scioltezza. Dico e sottolineo: dovrebbe. In realtà, nella fase più delicata della partita, quando cioè dovrebbe emergere l’esperienza e il mestiere, qualcosa si inceppa. La difesa nei momenti topici della gara non ha la necessaria lucidità ed ermeticità che si richiede ad una squadra che deve badare a non prenderne.

In questi periodi si fa un gran parlare di calcio propositivo; ma il calcio, da che mondo è mondo, è sempre lo stesso. Ci sono le varie fasi di una gara. Quella in cui bisogna saper attaccare e quella in cui bisogna sapersi difendere. Perché è inutile che ci giriamo intorno: in campo ci sono sempre anche gli avversari e non si può credere di avere il pallino del gioco in mano per tutta la durata della gara.

Ecco, mi pare di poter dire che la Paganese vista contro il Viareggio abbia difettato soprattutto di mestiere e di esperienza, anche se in questo il capitano Fusco ce l’ha messa tutta. Quei rinvii errati nella parte finale della gara, quegli affanni, quella fregola di allontanare il pallone dalla propria area a tutti i costi, senza la necessaria lucidità – mi dispiace dirlo – hanno partorito il gol incassato a tempo abbondantemente scaduto.

Tempo di Befana, tempo di regali, tempo di carbone. La Paganese ha fatto scorta soprattutto di carbone nero; in parte addebitabile ad un arbitro assolutamente insufficiente, che, cosa molto grave, non ha rilevato un rigore grosso quanto una casa su Tortori; ma in parte anche addebitabile ad una inquadratura non proprio convincente che l’allenatore ha dovuto giocoforza allestire a causa di numerosissime assenze. Qualcosa ci sarebbe da eccepire sul mancato impiego di Romondini dall’inizio, un calciatore che ha personalità e senso tattico non comune, ma se Grassadonia ha optato per altre scelte avrà avuto le sue brave ragioni.

Il campionato, dopo la prima del girone di ritorno, è tutto da giocare. Ci sarà da recuperare la gara interna con il Latina (almeno si spera!); ci saranno due derby di fila: il primo a Sorrento, il secondo – in notturna – fra quindici giorni al “Marcello Torre” contro la capolista Avellino.

Per il momento siamo tra quelli che son sospesi: a pochi punti dalla griglia dei play off e con un piede in quella dei play-out. I movimenti di mercato di questo mese ci diranno quale sarà il traguardo cui ambire. Perché – diciamocelo chiaramente – con l’attuale formazione, con tutto il rispetto di tanti bravi ragazzi che  compongono la rosa, sarà difficile guardare in alto. Non so se mi sono spiegato.

Nino Ruggiero