Un cioccolatino dalla Befana

Così è, anche se non vi pare

De Sena in area sannita

De Sena in area sannita

Il cuore, certo il cuore. Meno male che c’è il cuore, un muscolo che non sta mai fermo e che trasmette energie vitali. Con il cuore, che rappresenta la vita, si possono affrontare a viso aperto anche i valori tecnici che nel calcio non sono tutto; rappresentano molto nel calcio le qualità tecniche, ma – per fortuna – non rappresentano l’assoluto. Se dovessero prevalere sempre e solo le doti tecniche non ci sarebbe mai partita e vincerebbero sempre le squadre più forti, quelle che spendono e spandono; il calcio perderebbe tutto il suo fascino e le partite avrebbero già una sorte segnata in partenza. Ma non è così.
Il cuore è risultato l’invitato più prestigioso nel derby Paganese-Benevento. Tanto cuore, tanto ardore, tanto garibaldino entusiasmo da parte dei giovanotti in maglia azzurro-stellata, messo in mostra soprattutto nella seconda parte della gara, meritavano un premio; lasciamo perdere i valori tecnici, lasciamo stare le pecche che c’erano e ci sono, scordiamoci anche, per un attimo, di aver tanto penato e sofferto dal mese di settembre ad oggi. Ci sono valori, nel calcio, che ti trascinano, che ti fanno entusiasmare, che ti fanno trepidare, che ti fanno sentire vivo, che ti fanno amare quello che resta lo sport più bello del mondo; sono i sentimenti pregnanti della vita, con le sue passioni, con gli stati d’animo che solo chi frequenta le scalee di uno stadio può capire e condividere.
E’ bello il gioco del calcio! E sapete perché? Perché il campo ragiona – oltre che con i valori tecnici che sono indiscutibili e alla base dei successi – anche con il sudore della fronte, con l’agonismo, con la forza che hai nelle gambe. Quando perdi per zero a uno, quando la squadra avversaria sembra padrona del campo in virtù di una migliore organizzazione di gioco e per una classe superiore dei suoi componenti, basta un’invenzione come quella di Panariello con pallone scaraventato, a mo’ di liberazione, nell’angolino alto alla destra di Gori da buoni trenta metri, per rimettere tutto in gioco, per farti ammettere che in fondo una partita è pur sempre una partita e che niente deve intendersi come scontato.
A pareggio ottenuto, in un pomeriggio plumbeo, su un campo ridotto ad un vero e proprio acquitrino, viene finalmente fuori lo spirito guerriero di una banda di ragazzi che intuiscono di stare lì lì per compiere un’impresa. Vedo volti stanchi, sfigurati dal fango, maglie azzurre pregne di fanghiglia e mi ritornano in mente le gesta pioneristiche di atleti degli anni cinquanta/sessanta, di calciatori che giocavano con un fazzoletto legato alla fronte per colpire meglio di testa palloni che allora pesavano un accidente. Un copione di un calcio di altri tempi che i ragazzi di Belotti interpretano con orgoglio, passione e furore agonistico, come cavalieri senza macchia e senza paura.
Il pareggio finale ha il sapore di una vittoria. Dagli spalti applausi scroscianti dei pochi temerari; applausi che mancavano al “Marcello Torre” da tempo immemorabile; segno indiscutibile di partecipazione e di coinvolgimento in una specie di battaglia combattuta sul campo ma anche, idealmente, dalla scalee.
Le note tecniche in una partita del genere passano in sottordine. Con il materiale a disposizione, con una squadra orfana di Pepe, Franco e Giampà, elementi considerati titolari partiti in direzione di Messina e di Lamezia; con le assenze di William, Amelio e Iraci per infortuni vari, va in campo una squadra rabberciata al massimo.
Tanto rabberciata che presenta molti elementi fuori ruolo, adattati per la particolare circostanza. Dall’altra parte il Benevento; quadrato in tutti i reparti, nomi altisonanti in panchina e in tribuna. Una squadra che dovrebbe spaccare il mondo ma che da anni non riesce a spiccare il volo. Una gara sulla carta affatto proibitiva per i sanniti, contro una Paganese allo sbando; una squadra all’ultimo posto in classifica, con un allenatore fresco di nomina, con addii e partenze da vera e propria Stazione Termini.
Gara dall’esito scontato? Mai niente nel calcio è scontato, anche se – soprattutto da parte di uno sfiduciato ambiente locale – credo che nessuno in partenza avrebbe scommesso un euro su un risultato di parità.
Primo tempo come da copione: Benevento padrone del campo e difesa locale sempre in ambasce per mancanza di filtro a centrocampo. Storia vecchia che si ripete e porta il Benevento al vantaggio per mancata chiusura in diagonale di un difensore; niente da fare per Volturo. Il portierino è chiamato ad un super lavoro e lo svolge egregiamente, soprattutto quando para da campione un rasoterra micidiale di Mancosu. Finisce il primo tempo e Belotti nell’intervallo rimodula la squadra. Entrano Ceccarelli al posto di Toppan e Beretta al posto di Deli. Si dice che le partite si vincono anche dalla panchina; è vero parzialmente, a seconda dei risultati che si ottengono. Questa volta la mossa riesce. Potrebbe trattarsi di intuizione tattica, di buona sorte o anche solo di coincidenze: gli ingressi in campo di Ceccarelli e di Beretta danno una vitalità diversa alla squadra. Ceccarelli si presenta subito sulla fascia sinistra con una bella sgroppata e un cross millimetrico al centro, ma soprattutto il ragazzo non sta mai fermo e sembra avere l’argento vivo addosso. Beretta, abituato più a stazionare nelle aree di rigore avversarie, a centrocampo fa valere la sua stazza e riesce a dare un valido supporto a Velardi e Martinovic costantemente in inferiorità numerica per tutto il primo tempo.
Quando arriva l’eurogol di Panariello si intuisce che l’impresa è possibile, che quel manipoli di ardimentosi sanno stringere i denti, sanno soffrire e possono portare a termine positivamente una gara considerata impossibile.
Considerazione finale. Abbiamo ritrovato lo spirito guerriero di una squadra allo sbando; la Befana è stata generosa e ci ha portato un delizioso cioccolatino; ma non illudiamoci più di tanto. Servono rinforzi ed anche presto, anche se Belotti avrà intuito che qualche giovanotto di belle speranze c’è e va valorizzato.
Nino Ruggiero

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Quell’ ahimè galeotto

Così è, anche se non vi pare

Auguri

La partita l’ho vista, anche se da casa e in registrata, grazie a Telecolore. Ho visto la gara e perciò commento, come da abitudine consolidata. Se quella di Salerno fosse stata la prima partita dell’anno, parlerei – senza dubbio alcuno – di una Paganese promettente ed in palla. Ma, ahimé (e ogni riferimento alla parolina galeotta scappata a Cocchino D’Eboli nei confronti del tecnico Maurizi, nel dopo partita, non è affatto casuale), siamo al giro di boa ed abbiamo già un grosso fardello di sconfitte e di delusioni che ci portiamo sul groppone.
Gli uomini schierati, uno più uno meno, sono sempre gli stessi; forse tatticamente qualche innovazione è stata bene assimilata dai ragazzi in maglia azzurro-stellata, ma – parliamoci chiaro – nel calcio bisogna far sempre i conti con chi hai davanti e con le giornate di grazia e/o di magra.
Su Volturo, protagonista indiscusso della partita, determinante in almeno due occasioni, credo di non essermi sbagliato fin da quando l’ho visto all’opera la prima volta all’opera in Coppa Italia. Il ragazzo è cresciuto e crescerà ancora perché ha doti innate e senso di posizione. Con due portieri giovani e di valore come Volturo e Svedskauskas, almeno nel ruolo di portiere, si potranno dormire sonni tranquilli nel prossimo futuro.
La Salernitana di domenica è parsa parecchio in confusione anche se la classe dei singoli non è per niente in discussione. La Paganese, però, è apparsa squadra, nel senso etimologico della parola; non si è limitata solo a difendersi e a bloccare le iniziative degli avversari di certo più dotati sul piano tecnico. Fin quando le forze glielo hanno consentito, in virtù di ritmi elevatissimi tenuti anche dalle cosiddette “tre punte” che non sono state un momento ferme, rientrando sempre nella propria metà campo; con un centrocampo che finalmente è riuscito a proteggere adeguatamente la difesa; con una squadra che è rimasta compatta interpretando un gioco corale che una volta veniva definito “a fisarmonica”, allora abbiamo visto la Paganese che nei piani della vigilia del campionato, per ammissione del presidente Trapani e di tutto lo staff tecnico, avrebbe dovuto aspirare a qualcosa in più di quello squallido ultimo posto in classifica in cui è affondata e che suona come una irrimediabile condanna.
Alla squadra, nel suo complesso, bisogna riconoscere di avere forse giocato la gara più giudiziosa e tatticamente perfetta della sua amara stagione. Aver giocato però una buona gara e aver preso un punto a Salerno, ritenuto risultato impossibile da raggiungere alla vigilia, non può autorizzare un colpo di spugna, tipo “chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato”, o – meglio ancora – non può finire “a tarallucci e vino”, anche perché, con tutto il rispetto per la buona gara disputata a Salerno, il campionato è ancora lontano dall’essere concluso e l’ultimo posto in classifica suona come una condanna senza appelli.
Maurizi era in discussione e forse lo è ancora, nonostante il colpo di coda di Salerno perché gli allenatori sono il bersaglio più facile da colpire quando i programmi della vigilia non vengono rispettati.
“Ahimè – si è lasciato scappare Cocchino D’Eboli, a fine gara intervistato da Franco Esposito e Tommaso D’Angelo in diretta sul lodo Maurizi – forse resta…”
Un “ahimè” galeotto che è tutto un programma e che solo il presidente Trapani potrà chiarire fino in fondo.
Intanto – in attesa di quella che nell’immaginario collettivo viene coloritamente definita “rivoluzione di gennaio” – sempre che effettivamente ci sia, facciamoci buone feste, quantomeno serene.
Buon Natale a tutti.
Nino Ruggiero

Come un soprabito sdrucito

Così è, anche se non vi pare

Gol di Russotto su punizione

Gol di Russotto su punizione

Nella mente e nel cuore resta solo lo striscione che il settore “distinti” ha inteso dedicare alla memoria di Marcello Torre, il grande sindaco trucidato nel dopo-terremoto, appena trentatreanni fa.
Paganese-Catanzaro: una partita inutile. Tempo inclemente, tribuna deserta, in totale un centinaio di spettatori, compresi un manipolo di calabresi: roba da calcio parrocchiale. Si deve giocare e si gioca. Ma è una partita dall’esito scontato; troppa la differenza di sostanza fra le due squadre.
Maurizi, che si sente saldo sulla panchina nonostante i risultati negativi a catena, deve aver studiato per bene gli avversari. Restituisce pertanto Giampà al suo ruolo originario, che è quello di cursore sulla fascia destra: un occhio alla difesa, un altro alla costruzione del gioco sul suo settore. La mossa, a dire il vero, irrobustisce il settore destro perché in quella zona Giampà riesce a dare il meglio di se stesso, come ha sempre fatto nel corso della sua lunga carriera. A Giampà è affidato il compito di ingabbiare, con l’aiuto di Monopoli, Russotto, che è l’elemento di maggior tasso tecnico degli avversari. Mossa di tutto rispetto per una squadra normale, ma non per la Paganese che oramai è come un soprabito sdrucito o, come diciamo coloritamente dalle nostre parti, “arrepezzato”; cerchi di aggiustarlo da una parte e si “scatascia” dall’altra.
Perde colpi, infatti, il reparto di centrocampo, orfano proprio dell’esperienza di Giampà. Il duo Franco-Martinovic è sovrastato dai calabresi che in quel settore schierano quel volpone di Vitiello affiancato da Benedetti e Marchi; superiorità di fatto già solo numerica, per non parlare di qualità.
Maurizi si affida al suo modulo preferito, ai tre attaccanti che sono tali solo sulla carta perché sono preda costante della difesa ospite. Il Catanzaro è padrone del campo perché nel settore centrale schiera calciatori di spessore e di qualità con trascorsi anche in serie superiore.
Quasi un allenamento per il Catanzaro che, come il Perugia un mese fa, una volta arrivato al vantaggio, gioca come fa il gatto con il topo. Ecco il Catanzaro, squadra costruita per vincere: giovani manco a parlarne, se si eccettua Calvarese che lo scorso anno giocava proprio qui da noi. E volete che una squadra siffatta, davanti ad un manipolo di imberbi giovincelli, debba sudare chissà quanto per portare a casa i tre punti?
Oramai ci dobbiamo rassegnare; questo campionato andrà avanti così, con criteri parsimoniosi anche se più d’uno in giro si affida all’orgoglio e alla voglia di Raffaele Trapani di rimestare il tutto nel mese di gennaio. Il guaio sapete qual è? È che gran parte della tifoseria – a causa di risultati negativi a ripetizione – si è disamorata e nel calcio, come nella vita di tutti i giorni, a perdere “clienti” perché un determinato prodotto non è ritenuto più soddisfacente, è facile, molto facile. Il difficile sta nel riacquistare i clienti perduti, se vogliamo usare una metafora che a mio parere calza a pennello.
Intanto dobbiamo ancora assistere a partite dall’esito scontato; c’è troppa gioventù, troppa inesperienza, troppa gente da svezzare in tutti i reparti. Con un parco giocatori che, quantitativamente, può fare concorrenza a squadre di serie A, l’allenatore Maurizi, in mancanza di materia prima di valore, può rimescolare le carte come vuole: può affidarsi a moduli più o meno offensivi, può provarle tutte, ma quando non c’è sostanza, quando non c’è qualità non puoi mai affrontare una squadra come il Catanzaro sperando di farla franca.
Maurizi ha le sue colpe, non si discute. Di certo, però, non è l’unico responsabile di questo stato di cose; però un allenatore che ha polso e personalità, oltre che dignità, deve farsi sentire e porre dei paletti. Non credo che Maurizi lo abbia fatto o, se l’ha fatto, ha segnalato e chiesto elementi che risultano poco congeniali alla causa di una squadra che invece avrebbe avuto bisogno di elementi di grosso spessore tecnico.
Resta il fatto che Maurizi è ancora saldamente al suo posto e parla anche di futuro; se lo fa, qualche ragione ci deve pur essere, perché è arcinoto che il primo a pagare quando i risultati sperati non arrivano è sempre l’allenatore.
Stiamo parlando di normalità; ma oramai anche la normalità è una parola astratta.
Nino Ruggiero

Paganese, hai … toppato

Così è, anche se non vi pare

La gioia di Deli dopo il gol

La gioia di Deli dopo il gol

Devo parlare di calcio? Parliamone pure, anche se la voglia è poca; anche se, per questa brutta storia dei derby a porte chiuse, è stata svilita la nobile essenza del gioco più bello del mondo.
La partita con la Nocerina l’ho vista in tv, ma ne avrei volentieri fatto a meno proprio per gli accadimenti che l’hanno preceduta. Per mantenere fede a un impegno preso con i miei quattro-cinque affezionati lettori, ho fatto violenza al mio primordiale istinto che mi invitava a interessarmi del presepe che, per tradizione, ogni anno preparo con le mie mani.
Ha vinto la Nocerina ma la Paganese, come al solito, ci ha messo del suo. Non so se Raffaele Trapani, presidente e tifoso, che stimo molto per tutto quello che ha fatto nella storia della Paganese, parlerà ancora di nono posto come obiettivo. Io non lo farei, per la serietà dell’operato che lo ha sempre contraddistinto.
Non ci sono retrocessioni? Il bilancio della società deve essere salvaguardato? Nulla quaestio. Io al suo posto – direi solo e semplicemente: “questi sono i giocatori, questa è l’idea della società in fatto di valorizzazione giovanile; verrà quello che verrà, noi continueremo ad andare avanti con questa squadra e con questo allenatore. Mi dispiace doverlo dire, ma chi ci vuole seguire ci segua. Altro non possiamo fare”.
Un modo chiaro, netto, di dire come stanno le cose, al di là delle valutazioni che potrà fare ogni singolo seguace degli uomini in maglia azzurro-stellata. Ma, per favore, cerchiamo di parlare chiaro a quei pochi che ancora hanno la Paganese nel cuore. Credo sia deleterio continuare a mettere pannicelli caldi come panacea di un male che invece avrebbe bisogno del bisturi.
È dall’inizio dell’anno calcistico che mi affanno a dire che la politica dei giovani va curata e seguita. I giovani non crescono mai e danno pochi risultati concreti se non sono assistiti in campo da atleti esperti e di valore. Ho citato a più riprese una squadra giovane e brillante, il Policoro, di fine anni Sessanta. Era una squadra composta da tutti giovanissimi alle prime armi e disputava il campionato di serie D. Giocava e metteva in difficoltà tutte le squadre che incontrava. Però perdeva quasi sempre e si classificò all’ultimo posto. Perché? Per inesperienza; perché non aveva elementi di personalità nei punti chiave. Prendeva gol a iosa; gol assurdi anche se aveva un portiere bravo come Birtolo che arrivò poi a giocare in serie B con il Taranto.
Ritornando a noi, dico che per principio non sono mai estremamente severo nei confronti degli allenatori, e vi dico anche perché. Parto dal presupposto che ogni persona che siede in panchina ha un minimo di preparazione e competenza; se uno fa un mestiere di sicuro non può essere un improvvisato. Ovviamente, come in tutti i mestieri e le professioni c’è il più bravo e il meno bravo; ma di certo una preparazione di base c’è sempre. Di conseguenza credo che quando i risultati sperati non arrivano le colpe non sono da una parte sola. Ho dato sempre poca importanza ai nomi degli allenatori perché sono convinto che l’allenatore considerato bravo sia quello che vince; puoi essere anche un grande lavoratore, uno che perde giornate intere sul campo, ma se non vinci non sei nessuno.
Piuttosto, nel caso nostro, a Maurizi imputo due cose. La prima, la più importante: non aver richiesto alla società, in tema di campagna acquisti – pretendendolo – tre/quattro acquisti di spessore nei punti chiave della formazione; una specie di salvagente o – se preferite – pilastri per le fondamenta di quello che sarebbe stato poi il palazzo da costruire. La seconda: di non aver dato una mentalità vincente alla squadra, a prescindere dai moduli tattici da scrivania che onestamente io non sopporto perché una cosa è la lavagna, un’altra cosa è il campo di gioco.
Nell’incontro farsa con la Nocerina, paradossalmente, i ragazzi in maglia gialla (la scaramanzia oramai non funziona più!) hanno forse giocato la gara più intensa del loro campionato. Forse meritavano anche il pareggio in termini di risultato. Ma ancora una volta il reparto difensivo ha sbagliato di grosso su due innocui palloni. E una squadra non può permettersi il lusso di regalare due gol agli avversari. Forse, e senza forse, a fine dicembre si dovrà pensare, se non altro, a sfoltire una rosa particolarmente copiosa.
E chissà che il presidente Trapani non riveda le sue posizioni in tema di potenziamento. Forse c’è ancora tempo per recuperare una tifoseria allo sbando e che si disaffeziona giorno per giorno. Il nono posto, mi dispiace dirlo, a questo punto, c’entra come cavolo a merenda.
Vorrei tanto che la mia diagnosi fosse errata, ma non credo.

Nino Ruggiero

Le rivoluzioni di gennaio che non ci sono più

Così è, anche se non vi pare

Uno dei rari interventi del portiere Koprivec

Uno dei rari interventi del portiere Koprivec

Dopo aver assistito allo scempio della partita con il Perugia, ho l’impressione che il titolo della mia rubrica andrà, come si suol dire, a carte quarantotto. Perché? Embè, credo che tutto quello che dirò, e anche quello che non dirò solo per non affondare ulteriormente la lama nella piaga già abbondantemente devastata e martoriata, sarà ampiamente condiviso e anzi ci sarà pure qualcuno che mi rimprovererà per essere stato tenero.
La rubrica, almeno oggi, dopo la disastrosa disfatta accusata con il Perugia, potrebbe assumere un’altra titolazione, diciamo: Così è, e siamo tutti d’accordo invece del tradizionale e, ad oggi, anacronistico Così è, anche se non vi pare.
Dopo l’ultimo attacco di fegato subìto inopinatamente nel pomeriggio di ieri – devo per forza di cose ripetere quanto sostenuto con questa rubrica fin dalla prima giornata del campionato in poi, non di più. Lo so, è facile dire “l’avevo già previsto”; ma a questo punto, con una situazione di classifica che sfiora la nullità, con assoluta mancanza di risultati, con prestazioni indecorose e al limite della decenza, con lo spettro incombente di una resa incondizionata nei confronti di altre squadre che dovranno essere incontrate da qui alla fine, mi sembra di poter dire che si è proprio toccato il fondo. Di chi la colpa? Del tecnico, della squadra, della società? Intendiamoci, sappiamo tutti bene che quest’anno in mancanza di retrocessioni si è cercato di attuare una politica di austerity. Credo che nessuno abbia mai preteso l’allestimento di una grossa squadra, consci dell’attuale congiuntura economica che attanaglia il Paese; ma una squadra decente, composta da giovani di belle speranze con l’innesto di tre-quattro calciatori di peso e di esperienza era nelle aspettative generali. Invece, purtroppo, ci ritroviamo con una squadra che ci fa rodere il fegato e con una desertificazione storica di pubblico. Ieri, ad esempio, con tutte le giustificazioni possibili ed immaginabili del sabato e della giornata piovosa, al fischio di inizio mi sono ritrovato con tre o quattro compagni di sventura su una tribuna assolutamente vuota; e gli altri settori non è che scherzassero…
Le squadre di calcio sono come i palazzi: si devono costruire dalle fondamenta. Inutile pensare ai dettagli e alle rifiniture se non si è cominciato dalle basi. Difesa e centrocampo costituiscono le fondamenta delle squadre di calcio. Purtroppo, la difesa della Paganese presenta lacune di ordine strutturale; non ha un leader che sappia prenderla per mano nei momenti critici della partita, che infonda coraggio e sappia suggerire la posizione tattica da tenere ai colleghi di reparto; e si sa quanto conti avere un elemento di peso e di esperienza che mette tranquillità a un reparto. Ricordate, tanto per essere nel tema, le figure di De Sanzo, di Taccola, di Fusco? Ad esempio, la facilità con la quale l’attacco del Perugia ha imperversato nella seconda parte della gara in una difesa smarrita, tagliata come da una lama calda nel burro, ha lasciato interdetti i pochi temerari presenti sulle scalee. Ad un certo punto è parso di assistere a una gara di allenamento, di quelle che una squadra di serie superiore disputa il giovedì con una squadra di categoria inferiore.
Eppure il primo tempo aveva lasciato una discreta impressione. Addirittura dopo due minuti il Perugia era stato graziato da un mancato impatto, a due passi dalla porta, di De Sena liberato, solo soletto, davanti a Koprivec da uno splendido servizio di William. Poi c’era stato il rigore, realizzato impeccabilmente per due volte dallo stesso De Sena e il Perugia aveva stentato parecchio per arrivare al pareggio.
Le partite, specie quando si incontra una squadra come il Perugia costruito senza risparmi e che addirittura si è preso il lusso di avere in panchina elementi come Mazzeo e Vitofrancesco, si possono anche perdere, ma la disfatta – consentitemelo – è un’altra cosa.
Non so come finirà la telenovela con l’allenatore Maurizi, cui imputo soprattutto due cose: 1) di non aver chiarito i termini del suo pensiero calcistico, 2) di aver consigliato l’acquisto di calciatori di cui si poteva benissimo fare meno, in presenza di un progetto giovanile.
Primo punto: si è partiti con un’idea tattica rivoluzionaria che prevedeva un calcio offensivo e poi man mano ci si è ridotti a giocare di rimessa, senza avere nemmeno gli uomini adatti per farlo, aggiungo; secondo punto: un calciatore “over” deve fare la differenza in campo, sia in termini di esperienza, sia perché deve saper guidare un reparto. In caso contrario, è meglio schierare un giovane; almeno si dà sostanza anche ai premi previsti dalla Lega.
Con questi “chiari di luna” ci avviamo verso la conclusione del girone di andata e verso quella che in altre epoche, quando ugualmente la squadra non girava nel verso desiderato, si sarebbe chiamata la “rivoluzione di gennaio”. Ma adesso, senza retrocessioni, con l’agognato nono posto che si allontana sempre di più, come la mettiamo?
Nino Ruggiero

Rischiare o non rischiare, questo è il dilemma

Così è, anche se non vi pare

Iraci calcia a lato
Dico la verità: la scena più bella di una partita che ha avuto poca storia è stata quella dell’immediato dopo gara, subito dopo il triplice fischio finale dell’arbitro. Capita poche volte di vedere una tifoseria familiarizzare con quella ospite, per giunta con precedenti tutt’altro che idilliaci. Ebbene, quando i calciatori del Barletta si sono portati lentamente sotto la curva ospite per un saluto alla numerosa schiera dei loro supporter – a capo chino, come a chiedere scusa per una sconfitta e per una gara incolore, maturata nettamente, senza nessuna attenuante – i pochi presenti attardatasi sulle scalee del “Marcello Torre” si sono sentiti come affratellati, come chi sa bene cosa significhi conoscere umiliazioni e patimenti. A lungo, quel manipolo di temerari paganesi, quei tifosi di lungo corso, quelli presenti sempre, “nella buona e nella cattiva sorte”, hanno applaudito sia i calciatori, forse essi stessi mortificati da una prestazione avvilente e decisamente sotto tono, sia la schiera degli ultras pugliesi che – incuranti di una bruciante ed inaspettata sconfitta – continuavano ad inneggiare ai loro colori. Una scena di altri tempi, decisamente da libro Cuore e che vorremmo vedere più spesso sui campi di calcio.
La gara stavolta, si può dire, è stata a senso unico. Dopo una serie di partite insulse, senza nerbo, senza speranza, senza un minimo di idee e di iniziative, la Paganese si è data finalmente una dimensione. La squadra è apparsa subito più quadrata, più geometrica, più propositiva. Non so se è l’ingresso di Giampà che ha determinato un mutamente di ordine tattico e se è la presenza finalmente di un uomo d’ordine che ha portato equilibrio alla manovra. Suppongo di sì perché finalmente il gioco ha avuto una logica, un filo conduttore, un riferimento, un polo di partenza, un minimo di ordine tattico. Un elemento come Giampà, atleta di lungo corso, in questa squadra può giocare tranquillamente anche se non al massimo della condizione fisica; perché ha statura tecnica, visione di gioco, carisma e sa recitare la parte dell’allenatore in campo.
Ecco perché in tante occasioni ho parlato e parlo sempre della necessità di avere in squadra, nei punti cardine del gioco, uomini di provata esperienza. Quando in campo, in determinati settori c’è la qualità che si sposa con la necessaria esperienza, i giovani crescono meglio; imparano a carpire segreti, si sentono spalleggiati; in loro aumenta l’autostima; si sentono più forti e mettono in campo tutte quelle energie giovanili che altrimenti – senza spalle forti – restano inespresse.
Manca la controprova, che nel calcio non esiste perché ogni partita fa storia a sé, ma l’impressione è che l’innesto di un solo uomo, nella zona nevralgica del gioco – e parlo ovviamente di Giampà – abbia, se non altro, dato una sistematina doverosa all’impianto di costruzione del gioco. La manovra della squadra, infatti, dalla cintola in su, è apparsa abbastanza organica e la squadra che ci fece dannare sia nell’incontro casalingo con il Prato che con il Lecce, è apparsa una lontana parente di quella vista oggi contro il Barletta, con tutte le riserve del caso sul valore di quest’ultima.
Resto però sempre dell’idea che all’attuale squadra manchi ancora una pedina importante per poter recitare un ruolo diverso da quello improponibile di cenerentola del girone; e mi riferisco ad un altro calciatore di valore, dotato ugualmente di grande personalità e carisma, da destinare alla difesa; perché – con tutto il rispetto possibile per atleti come Pepe, Panariello e Perrotta che fanno tutto per intero il loro dovere – credo che, soprattutto quando si incontrano squadre più organizzate che vanno per la maggiore, la stessa non sempre si dimostra impeccabile nelle chiusure.
Non so, e credo che nessuno – a meno che non sia un autentico mago – possa sapere, dove può arrivare l’attuale squadra come posizione finale di classifica. Ma se uno sforzo economico si deve fare per migliorare la squadra, credo che esso debba essere fatto con l’ingaggio di un difensore dotato di grande personalità e carisma. Diciamo, per chiarirci bene le idee, che dovrebbe trattarsi di un calciatore tipo De Sanzo/Taccola; un calciatore con altre caratteristiche non servirebbe.
La società, e per essa il presidente Raffaele Trapani, è chiamata ad una scelta: andare avanti con l’attuale rosa a disposizione con l’obiettivo minimo di salvarsi dall’onta dell’ultimo posto, oppure rischiare qualcosa in termini economici, in barba al dichiarato piano di economicità aziendale, per cercare di arrampicarsi nelle posizioni alte della classifica.
Nell’ultimo caso, come dicevo poco prima, un ulteriore ingaggio di alto lignaggio è d’obbligo. Con spese che in questo particolare momento non si sa se possono essere sostenute con profitto successivo.
Rischiare o non rischiare, questo è il dilemma.
Nino Ruggiero

Come prima, peggio di prima

Così è, anche se non vi pare
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Al peggio non c’è mai fine. Chi pensava di aver già visto quasi tutto, in termini di pochezza tecnica, nella precedente gara interna con il Prato, si è dovuto ricredere. Che brutta gara quella con il Lecce!
Si incontrano due squadre completamente diverse nella loro struttura tecnica. Due squadre costruite con criteri diametralmente opposti. L’una, la Paganese, imbottita di giovani di belle speranze per contenere al massimo i costi di gestione; l’altra, il Lecce, infarcita di calciatori di buon lignaggio, ancorché esperti della categoria per tentare ancora una volta – dopo la beffa dello scorso anno nei play-off – la riconquista della serie B. Criteri opposti, dicevo, ma inizio stagione amara per entrambe la squadre situate negli ultimi posti di una classifica che quest’anno serve a ben poco, in assenza di retrocessioni.
Gara deludente su tutti i fronti; ecco spiegata subito anche la precaria classifica dei salentini.
Ma guardiamo alle cose di casa nostra perché sono quelle che più ci interessano, o per meglio dire continuano ad interessare – nonostante le continue delusioni – quel manipolo di temerari che ancora affolla le scalee del “Marcello Torre”.
Gioca male la Paganese; se possibile, ancora peggio della gara con il Prato. Non c’è mai una manovra lineare che contraddistingue il suo gioco; al secondo passaggio la trama si interrompe; ogni calciatore sembra recitare un copione mai letto; i rilanci dalla difesa, cui si ricorre prevalentemente, sono fatti sempre verticalmente, praticamente in faccia agli avversari; mai un rilancio decente sulle fasce laterali per scavalcare la munita difesa pugliese.
Il Lecce punge in avanti e si fa subito intraprendente; è bravo il portiere Volturo ad intervenire in un paio di occasioni per sbrogliare delle serie minacce. La partita è una di quelle gare già viste, forse la peggiore, ed è logico, quasi naturale, che più di un benpensante – soprattutto a fine gara, a mente più lucida – interroghi la sua coscienza e si chieda se è ancora il caso di continuare ad assistere a spettacoli di tal genere.
Cerchiamo di fare un discorso serio. Il progetto Trapani, che prevedeva l’allestimento di una squadra giovane che costasse poco e poco incidesse sul bilancio della società, non era e non è sbagliato, considerato che quest’anno non ci saranno retrocessioni. Ma i giovani – è storia vecchia e non lo scopriamo oggi – hanno bisogno di avere delle guide, degli esempi, devono sentirsi protetti in campo, devono avere punti di riferimento; così possono crescere, imparare, fare tesoro di esperienze dirette, di quelle che si vivono a contatto di gomito con “volponi” della sfera di cuoio, non possono essere mandati allo sbaraglio. Oggi questi riferimenti la squadra non li ha e ha solo i connotati di una squadra “primavera”. Credo che tutto questo il presidente Trapani lo abbia valutato nel momento in cui ha ingaggiato Maurizi e voglio sperare che lo stesso tecnico abbia accettato l’incarico ricevendo opportune garanzia in tal senso.
Al momento la squadra è assolutamente priva di quel minimo di esperienza che avrebbe potuto accompagnare qualche giovane di belle speranze, a cominciare dalla difesa che soffre l’assenza di un elemento carismatico; perché, guardate, le personalità non si inventano: un calciatore o è un leader o non lo è. E la difesa, più ancora di altri reparti, necessita sempre di un elemento di grande levatura professionale, con tutto il rispetto possibile per calciatori come Pepe e Panariello che in campo, quando schierati, danno il massimo sotto il profilo dell’impegno e della professionalità.
Il discorso vale anche per il reparto di centrocampo; non so se il neo arrivato Giampà riuscirà a dare geometria e senso tattico in un settore dove sembra regnare l’anarchia più completa, dove non ci sono punti di riferimento di rilievo, dove non si riesce a costruire un’azione che sia una. Non ho sotto mano gli appunti che di solito si prendono in una partita di calcio, ma mi pare di ricordare che il portiere del Lecce non sia stato mai impegnato e che addirittura – nei due tempi – non si sia battuto un solo calcio d’angolo nell’area salentina. Forse anche questo può dare l’idea di quanto sia stata evanescente la pressione offensiva dei calciatori azzurro-stellati.
Non so aggiungere altro e credo che sia del tutto pleonastico dire ancora quelle poche cose che ho già detto abbondantemente anche in note precedenti.
Nino Ruggiero