Meglio un asino vivo o un dottore morto? 

Così è, anche se non vi pare

Partita Akragas-Paganese. Quello che per gli azzurro-stellati alla vigilia era sembrato un incontro abbordabile dal punto di vista del risultato finale si è dimostrato, invece, un vero e proprio “flop”.
Brutta partita, brutto risultato – ovviamente aggettivi riferiti alla Paganese e – per concludere – brutto e strano siparietto finale.
Negli spogliatoi, infatti, Massimiliano Favo, a parziale giustificazione del risultato negativo, ha parlato di dissenteria e di malanni fisici che avrebbero colpito alcuni suoi calciatori prima che la partita avesse inizio. Intendiamoci, le brutte partite e i risultati negativi possono essere sempre all’ordine del giorno perchè siamo nella normalità delle cose; quello che è meno normale, invece, è che vengano schierati in campo calciatori che non si reggono in piedi per virus influenzali o dissenteria. Perchè? Massimiliano Favo, allenatore che ha tutta la mia stima per il lavoro che sta svolgendo, ha forse qualche dubbio sulla bontà tecnica delle riserve? Ma anche in questo caso, mi pare logico che qualcuno si chieda: nel momento del bisogno, non è meglio schierare un asino vivo piuttosto che un dottore morto?
Devo pensare allora che il fenomeno delle indisposizioni sia stato sottovalutato e che anche lo staff medico abbia dato il placet per l’utilizzazione di elementi prostrati dall’influenza. Non altrimenti si può capire perchè non sia stato posto rimedio al problema.
A ogni buon conto va detto che l’Akragas ha giocato una gara giudiziosa potendo contare innanzitutto su una difesa solidissima che ha concesso pochissimo spazio al duo d’attacco Talamo-Cesaretti.
Per qualcuno di parte paganese, le colpe della sconfitta sarebber da ascrivere al cambio modulo per sopperire all’assenza di Picone. In tutta onestà credo, invece, che sotto il profilo puramente tattico, la squadra sia stata schierata secondo logica e secondo le caratteristiche degli elementi prescelti.
Poi, si sa, una cosa sono le idee e le convinzioni, un’altra cosa è la risposta che ti dà il campo. Ricordiamo anche che la Paganese – ridotta in dieci a causa di una affrettata decisione arbitrale – comunque ce l’ha messa tutta per cercare di arrivare al pareggio, e sotto questo aspetto è stata encomiabile.
Quello che non sapevamo – e che, soprattutto dopo il vantaggio agrigentino, aveva dato adito a tutta una serie di considerazioni poco simpatiche sullo stato atletico degli atleti azzurro-stellati – lo ha detto poi Favo negli spogliatoi. Lo accogliamo, come si suol dire in gergo giuridico-ereditario, con il beneficio d’inventario.
Qualcosa in più sulla vera forza e sostanza della squadra verrà fuori dall’incontro di sabato prossimo con la Juve Stabia in programma al “Marcello Torre”.
E stavolta non ci saranno più giustificazioni di sorta.
Almeno lo speriamo.
Nino Ruggiero

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Le bacchette magiche

Così è, anche se non vi pare
Parto da una premessa indispensabile: le bacchette magiche nel calcio non esistono. Onore e merito a Massimiliano Favo, al debutto sulla panchina azzurro-stellata, artefice di una bella vittoria in trasferta, sul campo di una delle più serie candidate alla vittoria finale. Ma onore e merito anche al suo predecessore, Salvatore Matrecano, che con grande responsabilità e signorilità – in un momento delicato, quando evidentemente si è accorto che qualcosa non girava come avrebbe voluto – ha presentato le dimissioni dall’incarico.
Due partite: la prima con il Bisceglie in casa, persa per 0 a 2, che aveva lasciato non solo tre preziosi punti all’avversaria, ma anche tanti dubbi e incertezze sulla bontà dell’inquadratura; la seconda, quella di sabato scorso a Cosenza, foriera di punti pesanti e di insperate aspettative.
Logico allora che ci si interroghi: la Paganese è quella balbettante e incerta vista in casa contro il Bisceglie o quella spavalda e irridente di Cosenza?
Senza mai prescindere dalla qualità, elemento indispensabile, è bene tenere sempre presente un principio fondamentale: nel calcio si vince e si ottengono buoni risultati quando c’è equilibrio tattico, intelligenza, furbizia e – perchè no? – anche un pizzico di buona sorte. Altre ricette, sia pure segrete, non esistono. Non fatevi ingannare dall’enunciazione continua e morbosa di moduli tattici da lavagna che in tanti si ostinano a enunciare a iosa, probabilmente perchè a corto di argomenti squisitamente pratici; i moduli e gli schieramenti servono solo nella fase di preparazione delle partite: è il campo, con il sudore della fronte dei protagonisti, che decide e seleziona i veri valori, formando graduatorie ed esprimendo giudizi senza appello.
Massimiliano Favo, pure se dovesse essere visto come un uomo in possesso di qualità taumaturgiche, arrivato a Pagani nell’immediata vigilia della gara con il Cosenza, non avrebbe potuto fare miracoli. Ha fatto, invece, ricorso a un vecchio concetto tattico: la teoria degli spazi in campo, quella che prevede la restrizione degli spazi agli avversari con marcature assidue e asfissianti con ripartenze rapide e ficcanti negli spazi lasciati liberi dagli stessi avversari impegnati nella loro fase offensiva. Inoltre non ha portato rivoluzioni all’inquadratura di sette giorni prima.
Quello che non era andato con il Bisceglie in tema di sicurezza difensiva è stato corretto con poche mosse. Favo ha inserito il giovanissimo Bernardini sulla linea mediana raccomandandogli il controllo di una zona del campo a sostegno della difesa; a fare filtro a centrocampo come si diceva una volta. Il ragazzo è stato esemplare nell’esecuzione del compito affidatogli e – diligentemente – senza andare fuori dalle righe ha svolto con grande professionalità il suo compito. Meglio protetti nella loro metà campo, Carini, Meroni, Picone e Della Corte hanno giocato quindi una partita senza sbavature offrendo pochi spazi agli scatenati attaccanti calabresi. Il tutto facendo leva sulla sicurezza derivante dalla convincente prestazione di Gomis, un vero gatto fra i pali, e dalla sapiente regìa – da direttore d’orchestra – di Carcione che si avvia a riprendere la forma di due anni fa.
Quindi squadra disposta saggiamente sulla difensiva (e non poteva essere diversamente se consideriamo che i pochi giorni a diposizione per il tecnico non avrebbero consentito discorsi tattici innovativi) ma una tattica mai remissiva con elementi come Baccolo, Cesaretti, Regolanti e Talamo pronti a ribaltare la situazione tattica con ficcanti azioni di rimessa o, se volete, di contropiede.
In due di queste azioni la Paganese è stata spietata; prima con Cesaretti bravo a seguire l’evoluzione acrobatica di Regolanti e a insaccare con un azzeccato diagonale rasoterra, e poi con Talamo, cecchino implacabile autore di un pallonetto incredibile sull’uscita disperata del portiere Perina.
Adesso, però, bisognerà dare conferme. E l’occasione di sabato con la Reggina al “Marcello Torre” non deve essere sprecata. Ci sarà bisogno di una rivisitazione tattica perchè verosimilmente la partita si presenterà con una veste diversa, rispetto a quella dell’altro ieri. Ci sarà bisogno di avere il comando delle operazioni, oltre che a mantenere le giuste distanze fra i reparti.
Favo ha già in mente una sua squadra, si è capito. Ma si è anche capito che sulla panchina azzurro-stellata ci sono elementi pronti a subentrare a partita in corsa. E’ già molto.
Nino Ruggiero

COSENZA-PAGANESE 0-2

Nella foto da Sportube, il secondo gol della Paganese

Massimiliano Favo ha bagnato bene il suo debutto sulla panchina della Paganese. Una vittoria piena, inconfutabile, come quella scaturita stasera, non l’avrebbe pronosticata nessuno; diciamoci la verità.
Niente miracolo calcistico, per carità, ma a Cosenza si è vista una Paganese ordinata tatticamente, anche armonica per buona parte della gara grazie a una disposizione tattica irreprensibile che ha messo in difficoltà fin dai primi minuti di gioco i padroni di casa.
Favo ha pensato bene di restringere gli spazi di manovra al Cosenza dando sostegno difensivo a Della Corte sulla destra e a Picone sulla sinistra. In una difesa bene ancorata, sostenuta da Bernardini ligio alle consegne avute, hanno recitato un ruolo di primo piano Gomis, autore di interventi disarmanti per la sicurezza mostrata; ma anche Meroni e Carini che al centro hanno giostrato sicuramente meglio di sette giorni fa.
Aggiungeteci anche che Carcione – come era auspicabile – ha ripreso con naturalezza le redini del gioco di centrocampo e che Talamo, Cesaretti e Regolanti – pur non essendo ancora al pieno della condizione fisica – hanno recitato, ognuno per la parte di competenza, una gara più che soddisfacente.
Una vittoria, dunque, che rinsalda il morale abbastanza scosso dopo la brutta esibizione interna con il Bisceglie e che lascia ben sperare per il futuro.
Appuntamento a lunedì per un approfondimento con la rubrica “Così è, anche se non vi pare”

Le certezze che non ci sono

Così è, anche se non vi pare

Dilemma atroce, alla Shakespeare, nell’immediata vigilia della prima con la squadra di Bisceglie. Torno, non torno, resto a mare o mi metto in viaggio? Pensieri sgarrupativi: c’è traffico, tanti chilometri da percorrere, un caldo afoso e irritante. Pensieri positivi: c’è la Paganese che gioca in casa, non ne hai mai perduta una, che fai l’abbandoni solo perchè devi percorrere qualche chilometro sotto il sole? Non sia mai…
Stadio “Marcello Torre”, ore 18 e 30. Prima nota positiva, che sarà poi la prima e l’ultima di una giornata deludente dal punto di vista sportivo: curva finalmente gremita di sostenitori azzurro-stellati uniti sotto un’unica bandiera che è quella del tifo e dell’appartenenza.
Partita brutta. Soprattutto da parte Paganese. Sapevo di difficoltà di allestimento della squadra, ma speravo nell’ennesimo miracolo. Speravo di vedere all’opera un complesso più rodato, se non altro più omogeneo. Invece, nonostante l’impegno che non è mai mancato, fino all’ultimo minuto di gioco, la Paganese è parsa l’ombra della squadra che fece sognare nella parte finale dello scorso campionato. Certo, i componenti sono diversi, c’è da tener conto del poco tempo avuto dal tecnico per presentare una squadra che fosse tale dal punto di vista etimologico; ma che volete, mi sarei aspettato almeno più compattezza e più sostanza almeno dal centrocampo in avanti. Invece anche gli uomini più rappresentativi non sono ancora in condizione; e la cosa mi preoccupa non poco perchè almeno quelle che vengono considerate certezze non possono deludere.
Al cospetto di un Bisceglie effervescente e già in palla, la Paganese ha balbettato soprattutto in difesa che, allestita alla meno peggio con l’ultimo arrivato Carini, non ha goduto nemmeno di un efficace filtro a centrocampo. Nella zona centrale del campo gli azzurro-stellati sono apparsi spesso in inferiorità numerica contro avversari tarantolati che arrivavano da tutte le parti per impensierire il povero Gomis, chiamato, fra i pali, a un paio di interventi miracolosi.
Ci sarà molto da lavorare per Matrecano: spero possa farlo in tranquillità con la collaborazione incondizionata di tutti. Bisognerà sistemare la fase difensiva che al momento preoccupa molto e soprattutto bisognerà coordinare tatticamente il centrocampo che sulla carta pare ben assortito, specie dopo l’arrivo di Tascone. Quest’ultimo, apprezzatissimo per le sue qualità, dovrà dosare le sue forze senza eccedere in personalismi perchè il calcio resta soprattutto un gioco di squadra.
Note così così per l’attacco. Il materiale umano non difetta ma più d’uno è lontano dalla forma migliore. Il più in palla è sembrato Scarpa, nonostante le numerose primavere, anche se, soprattutto dalla tre quarti in avanti, manca al momento imprevedibilità e fantasia per arrivare al gol.
Non so se ci sarà ancora un innesto in settimana al centro della difesa, ma mi pare di poter dire che le squadre devono contare su determinate certezze nei reparti chiave; e al momento queste certezze – dispiace dirlo – mancano del tutto.
La fede c’è sempre. Il tifo sta tornando, lentamente, ma sta tornando. Adesso manca all’appello solo la squadra; quella – per intenderci – che ci entusiasmò nella seconda parte dell’ultimo campionato.
Non disperiamo.
Nino Ruggiero

I sogni non muoiono all’alba

Così è, anche se non vi pare

Una foto storica, emblema di una grande sintonia : l’abbraccio tra Raffaele Trapani e Gianluca Grassadonia

Sì, sulla scena calcistica paganese cala impietosamente la tela e un po’ di malinconia, frammista a un pizzico di amarezza, ci assale. Ma è solo un momento, tipico di chi ha dispiegato in volo le dolci ali della fantasia per poi scontrarsi con la realtà.
Lo dico subito. Se oggi pensate di leggere un articolo che analizzi la partita di Cosenza, mi dispiace dirlo, avete sbagliato “palazzo”, come diciamo coloritamente dalle nostre parti. Non è né il giorno, né il momento adatto per andare a fare un discorso tecnico-tattico; per questo c’è tempo.
E’ il momento, invece, di ringraziare un manipolo di audaci che da gennaio in poi hanno fatto risvegliare l’animo un tantino indolente ed esigente del tifoso medio; è il momento di ringraziare il presidente Trapani ed i suoi più stretti collaboratori perché non hanno mai mollato, anche quando sembrava che il mondo ce l’avesse proprio con loro; è il momento di ringraziare Grassadonia, nocchiero audace, portatore di novità tattiche, oggi finalmente anche più esperto e navigato, pronto per altre e più prestigiose avventure.
Il cammino della Paganese nella seconda parte del campionato – ricordiamolo – è stato esaltante. Mentre i più scettici guardavano e facevano di conto per arrivare alla salvezza, la squadra metteva preziosissimi punti nel carniere andando a vincere spavaldamente a Monopoli, Melfi, Agrigento e Taranto. Imprese non da poco, forse memorabili, che proiettavano la squadra nei cosiddetti quartieri alti della classifica, quelli che le avrebbero consentito di andare ai “play-off”.
Play-off, parola quasi magica, un sogno per una squadra che mai nella sua lunga storia aveva avuto una carta da giocarsi per una difficilissima promozione in serie B.
Il calcio è strano: è come una malattia infettiva. Contagia e affascina le coscienze al tempo stesso, genera emozioni e sogni. Gli stessi che hanno vissuto i trecento e più appassionati che hanno fatto sentire la loro presenza al “San Vito Marulla” di Cosenza; gli stessi che hanno visto protagonisti i tantissimi paganesi che, a casa o nei tanti locali pubblici appositamente attrezzati per la visione della gara su “Sportube”, hanno comunque assistito alla gara.
Tutti hanno trepidato e sofferto; tutti hanno tirato un sospiro di sollievo sul tiro di Mungo respinto dal palo nella prima parte della gara; tutti hanno imprecato alla sorte avversa quando, prima Alcibiade e poi Mauri, hanno mancato il gol della speranza.
Ecco, il calcio nella sua essenza, al di là dell’aspetto tecnico; le emozioni e i sogni che lo contraddistinguono. Credo che resti lo sport più bello del mondo, anche se qualcuno adombra sospetti ogni qualvolta un risultato poco garba.
Le emozioni, poi: che ve ne fate di un’esistenza grigia, piatta, sempre uguale? Solo chi non ha mai gioito su un campo di calcio, solo chi non ha avuto contezza di un gol realizzato all’ultimo momento in una gara importante, solo chi non ha mai abbracciato il vicino senza nemmeno conoscerlo dopo un autentico miracolo calcistico, non potrà mai capire cosa significhi attaccamento viscerale per un colore sociale.
Infine i sogni: non è vero che muoiono all’alba, perché la vita si rinnova ogni giorno e ogni giorno genera un’alba.
Quella che dovrà vedere all’opera la nuova Paganese, quella che nascerà.
E nascerà, statene certi!

Nino Ruggiero

COSENZA-PAGANESE 2-0

Quando dopo pochi minuti dall’inizio del secondo tempo – sul risultato di zero a zero – Mauri ha sprecato a due passi dalla porta il pallone del possibile zero a uno, si è capito che la serata non era proprio quella che si era prospettata dopo aver disputato un buon primo tempo.
Il Cosenza alla fine ha solo raccolto graziosamente quello che la sbadataggine difensiva della Paganese gli ha concesso in termini di spazi. In questi spazi ha saputo destreggiarsi bene Mungo, autore di una doppietta e del palo colpito nel primo tempo a portiere battuto.
La fantastica avventura degli azzurro stellati finisce malinconicamente in terra calabra ma – in tutta onestà – non si può dire che la squadra di Grassadonia abbia giocato una brutta partita. Certo, qualcosa, e forse più di qualcosa, non ha funzionato come nelle aspettative della vigilia e qualche atleta importante ha reso meno di quanto ci si aspettasse, ma nel calcio non esistono mai certezze e le giornate grigie devono sempre essere messe in conto.
Resta la considerazione di aver disputato un ottimo campionato, di certo superiore alle aspettative della vigilia. L’amarezza di una sconfitta – per quanto bruciante – non deve far dimenticare quello che la squadra ha saputo fare da gennaio in poi.
Appuntamento a martedì per un approfondimento con la rubrica “Così è, anche se non vi pare” su http://www.paganesegraffiti.wordpress.com

Nel nome di Luis Conforti

La foto del 1977 di Enzo Sessa rispecchia l’anima popolare di Luis Conforti che davanti alla Villa Comunale ammalia la folla alla vigilia di una gara interna della Paganese.

Sei anni fa, proprio il 12 maggio, alla vigilia di una Paganese-Sud Tirol, lasciava questo mondo terreno Luis Conforti.
Grande tifoso, personaggio carismatico, icona autenticamente popolare, per anni aveva fatto sentire la sua voce in ogni trasmissione che si interessasse della Paganese. Nei vari collegamenti telefonici di trasmissioni sportive, non c’era bisogno che si presentasse, tanto erano inconfondibili la sua voce, la sua passione, il suo temperamento. Immortale una sua colorita espressione: “Quando si dice Paganese si dice mamma”.
Negli anni della sua gioventù, soprattutto nel periodo d’oro della squadra, e siamo negli anni Settanta, quando la Paganese giocava in casa, ogni domenica mattina, doveva preparare la sua particolare partita, quasi come un calciatore che si appresta a scendere in campo.
Eccolo – raffigurato in un’istantanea di Enzo Sessa – sul muretto di cinta della Villa Comunale, a mezzogiorno circondato da una folla di giovani e meno giovani, a esorcizzare simpaticamente con riti scaramantici le difficoltà della partita da disputare.
Pagani non dimentica i suoi figli migliori. E Luis lo era perché aveva un cuore d’oro: quello degli autentici paganesi.
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Sarebbe bello se qualche ragazzo di quelli che all’epoca lo circondavano festosamente, oggi si riconoscesse e potesse dire “io c’ero”