Le recite a soggetto

Così è, anche se non vi pare

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La voglia di scrivere è poca, per non dire nulla. Dopo una gara come quella di ieri viene quasi la voglia di appendere la penna, pardon il computer, al classico chiodo. Ma che vi devo dire, cosa vi devo raccontare, cos’altro devo aggiungere a quanto già detto nelle cosiddette “puntate precedenti”? Passo, non passo; smetto, non smetto; non lo so, devo solo riflettere. Al momento, mantengo l’impegno morale preso con alcuni buoni amici che hanno la bontà di leggere le mie note; ma sono avvilito dopo aver assistito a una delle gare più brutte e insulse di tutta la storia della Paganese.
Ne ho visto di squadre da quando avevo i calzoni corti e andavo a sbirciare al vecchio “Del Forno” la Paganese di Punzi e di Valese, passando per quella di Gratton, di De Caprio, di Nicola D’Alessio, per finire a quella di Leonardi e Gennarino Rambone. Una vita di calcio, fatta di passione, di slanci umorali, di vittorie, di pareggi, di sconfitte; anche di sofferenze, perché no?
Nel calcio, si sa, si vince e si perde, non sono sempre rose e fiori, non sempre le ciambelle riescono con il buco. Ma il calcio, come del resto la vita, è bello perché suscita emozioni: ti tiene in bilico, non sai mai come va a finire una partita, a prescindere dai valori in campo, o da presunte superiorità tecniche. Se non ci fosse l’alea, una partita di calcio non avrebbe storia: vincerebbe sempre la più forte, e non è così.
Ma non è questo il punto. È che una Paganese come quella vista ieri al “Marcello Torre”, soprattutto nel primo tempo, suscita tanta tristezza e forse rabbia. Non è tanto una questione di gioventù e di inesperienza. Tanto di cappello a una specie di laboratorio giovanile; nella vita si dice sempre “largo ai giovani”, non a torto. Ma i giovani che praticano sport dovrebbero presentarsi con le loro peculiarità: dovrebbero razzolare il campo, su e giù senza pietà, dovrebbero mettere in difficoltà, con ritmo e passione, i più titolati e compassati avversari. Dovrebbero, quantomeno, suscitare simpatie, se non punti.
Ne ho viste di squadre composte da giovani promettenti, passati poi a dare il loro apporto in squadre di serie B e anche di serie A. Fra tutte il Policoro, fine anni Sessanta. Era una squadra composta da tutti giovanissimi alle prime armi e disputava il campionato di serie D. Giocava e prendeva applausi su tutti i campi per quel suo modo sbarazzino di affrontare le partite e metteva in difficoltà tutte le squadre che incontrava. Però perdeva quasi sempre perché i giovani difettano di esperienza e non hanno raziocinio. Si classificò all’ultimo posto il Policoro quell’anno e retrocesse. Vinse pochissime partite; storica fu la vittoria contro la Nocerina per due a zero e di quella gara sono ancora piene le cronache per un famoso “ci rifaremo a Policoro” pronunciato improvvidamente dall’allenatore rossonero Elia Greco alla vigilia della gara. Dei componenti di quella squadra ricordo che in tanti, successivamente, passarono con buoni risultati in squadre di serie C e serie B; fra questi il portiere Birtolo, ingaggiato dal Taranto, e il centravanti Montenegro che fece le fortune del Crotone prima in C e poi in B. Ma il pezzo forte era rappresentato da Andrea Esposito, un ragazzo che fu prelevato dal Napoli e che al debutto in serie A segnò la bellezza di due reti nel derby con la Roma. Poi la fortuna non gli fu amica e per un problema al menisco rimase a lungo fermo, perché a quell’epoca la chirurgia tradizionale per il completo recupero richiedeva tempi lunghi.
Ma torniamo a noi. Parlavo, riferendomi al Policoro, di giovani vogliosi di emergere, con l’argento vivo addosso e che suscitavano simpatia per quel modo sbarazzino e forse incosciente di affrontare una gara di calcio. Nella gara con il Prato, ho visto un primo tempo che mi fa ancora rabbrividire; mai una proposta di gioco, mai un passaggio decente. Solo recite a soggetto, solo rilanci lunghi senza raziocinio, senza geometrie, atleti che non riuscivano a dialogare in fase di costruzione del gioco; che non riuscivano a fare due passaggi, che siano almeno due, di fila. Un primo tempo da squadra di oratorio.
Lamentavo scarsa consistenza e precisione del centrocampo nelle scorse partite interne. Con l’assenza dello squalificato Velardi, a centrocampo, contro il Prato, è stato peggio che andare di notte. Maurizi ha voluto inventarsi Deli giocatore di centrocampo e – a mio parere – ha commesso due errori: ha tolto vivacità al suo attacco e contemporaneamente consegnato un calciatore non abituato a determinati compiti a un centrocampo orfano di una guida sicura in fase di costruzione del gioco. Deli si è impegnato al massimo, anche troppo, prova ne sia che ha commesso due brutti falli di seguito che lo hanno costretto a lasciare il campo prima del tempo. Capisco anche che un allenatore deve provarle tutte, quando gli manca uno dei pochi calciatori esperti, come nel caso di Velardi, ma la mossa di Deli schierato a centrocampo, alla fine non è risultata felice.
Scusate, ma se non c’è un assetto di squadra, giovani o non giovani, se non c’è l’idea di un gioco, di un modello tattico da seguire, se non ci sono movimenti tattici fondamentali, se c’è solo confusione, anche con tanta buona volontà, come si possono ottenere risultati positivi? Brutta la partita con il Prato, con un primo tempo inguardabile, con una Paganese inesistente. Non esagero, e lo dico soprattutto per chi la partita non l’ha vista, a sostegno di quanto vado dicendo, c’è la prova inconfutabile che il portiere del Prato nel primo tempo non si nemmeno sporcato i guanti ed al massimo ha dovuto effettuare un paio di rilanci da fondo campo. Non sono esagerato, credetemi.
Qualcosa è cambiato nella seconda parte della gara. Pur ridotta in dieci uomini, la squadra azzurro stellata ha messo in campo tutta quella determinazione che aveva latitato nel primo tempo. Intendiamoci, niente di eccezionale; ma almeno si è vista la voglia di ribaltare il risultato, si sono visti in campo atleti più vivi, non rassegnati, che si sono dannati l’anima per arrivare almeno a un risultato di parità.
E come spesso accade in una partita di calcio, la Paganese avrebbe potuto anche agguantare il pareggio. Ma nelle uniche due azioni di un certo rilievo, prima il palo ha detto di no a un intelligente inserimento di Nascimento su errato disimpegno difensivo e poi, a tempo di recupero scaduto, ci hanno pensato Panariello e Iraci a sprecare l’unica limpida occasione da rete della giornata.
Questo è tutto.
Nino Ruggiero

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Undici sono loro, undici siamo noi

Così è, anche se non vi pareOLYMPUS DIGITAL CAMERA

Questa settimana dirò poche cose, senza dilungarmi troppo, perché credo che le cose da dire siano poche.
Il mio concetto di squadra è su una linea diametralmente opposta a quanto viene attualmente espresso – io dico goliardicamente, per non dire altro – sul rettangolo di gioco.
Ogni squadra dovrebbe fondare le sue certezze su elementi di sicura affidabilità, oltre che su una difesa che deve rappresentare il punto di partenza per ogni possibile traguardo. E non mi pare che l’attuale difesa, male protetta dai centrocampisti che pure dovrebbero fare opportuno filtro, possa far dormire sonni tranquilli.
I giovani, sì i giovani, d’accordo; ma, con tutto il rispetto possibile per un progetto che deve tener conto di costi aziendali, mi pare di poter dire che non si può fare a meno dell’elemento “esperienza”, almeno nei punti cardini di uno schieramento, non foss’altro che per dare riferimenti certi almeno a difesa e centrocampo, apparsi i reparti più vulnerabili dell’intero schieramento. Si dice spesso: “undici sono loro, undici siamo noi” perché il calcio ha sempre insegnato che la palla è rotonda e non sempre vincono i migliori. Ma qua siamo di fronte ad una squadra di giovincelli, con un’età media di vent’anni o su di lì, quasi una “primavera”.
Non metto e non voglio mettere in discussione la bontà tecnica dei tanti giovani che costituiscono la rosa della squadra, ma è arcinoto che senza la guida in campo di un paio di vecchie volpi, non si va da nessuna parte. Non dico altro e non mi addentro in argomenti tecnico-tattici, che pure meriterebbero un approfondimento, perché al momento, con gli elementi a disposizione, sicuramente encomiabili per buona volontà, è proprio difficile parlare di schieramenti.
Stiamo vedendo, purtroppo, le scene di uno di quei film già visti ma che vorresti con un finale diverso; una trama conosciuta, attori forse meno, con un regista consapevole del materiale umano a disposizione. Gira gira, il finale è sempre lo stesso. Tre gare, tre sconfitte senza un briciolo di “ma”, di “se” e di “però”.
Anche l’Ascoli, come il Pontedera sette giorni fa, prende, incarta e porta a casa. Non si dannano l’anima i bianconeri marchigiani per portare a casa il risultato pieno, ma fruiscono graziosamente di un ennesimo regalo difensivo di una retroguardia, quella azzurro stellata, quasi sempre presa d’infilata da rapidi e ficcanti contropiede. Due volte prende palla Pestrin nella sua metà campo e due volte con un lancio millimetrico mette in ambasce la difesa paganese: la prima volta, con difesa completamente sbilanciata in avanti, sul filo del fuorigioco, pesca Tripoli sulla sinistra che solo davanti a Volturo manda incredibilmente a lato; la seconda, sempre a difesa aperta, senza protezione alcuna, lancia lo stesso Tripoli sulla destra che stavolta è graziato dalla disinvolta marcatura di Perrotta ed infila l’incolpevole Volturo con un chirurgico rasoterra in diagonale.
Fa poco, invece, la Paganese e quel poco che fa risulta pure disordinato ed inconcludente.
Si attendeva con fiducia l’innesto di Novothny al centro dell’attacco, quasi una manna piovuta dal cielo, ed in verità il ragazzo, ben piantato fisicamente, ha mostrato doti di combattente ed una buona predisposizione al gioco di sfondamento. Però non è mai stato servito a dovere e spesso e volentieri addirittura è stato costretto ad indietreggiare per dare una mano nei momenti del bisogno. Non parlo degli altri perché quasi tutti hanno giocato al di sotto della sufficienza se si eccettua forse Deli, apparso mobile ed incisivo in più di un’azione.
Non è un buon momento. Forse si tratta solo di un periodo nero, ma non ne sono convinto. Resto dell’idea che la squadra, così come composta, potrà anche giocare buone partite, potrà pure mettere in evidenza qualche buona individualità, ma di punti non ne farà molti. Vorrei tanto sbagliarmi.

Nino Ruggiero

Le certezze e le incertezze

Così è, anche se non vi pare

gol di De Sena

Questa volta, ad onor del vero, non so da dove cominciare. E’ ancora troppo grande la delusione per un risultato bugiardo che premia – al di là dei propri meriti – il Pontedera che, in definitiva, deve solo raccogliere quello che gli è stato graziosamente donato. Forse “chi è causa dei suoi mali pianga se stesso” è il proverbio che può fotografare al meglio la gara con la compagine toscana.
Fa proprio tutto la Paganese. Fa, disfa, commette errori su errori: dà una mano generosa al Pontedera con uno sfortunato autogol, segna un gol a lungo cercato e poi, proprio alla fine, regala un grazioso calcio di rigore agli avversari di turno.
I giovani, già, i giovani. Croce e delizia, oggi per la verità soprattutto croce, per il fine palato di un pubblico che – nonostante la fame di vittoria che aleggia sempre su un campo di calcio – forse ha anche capito e condiviso il progetto societario che per ragioni strettamente contabili ed amministrativi deve essere per forza di cose oculata. Prova ne siano gli applausi decretati alla squadra durante e dopo la sfortunata gara con i toscani. Comprendere, capire, condividere sono verbi che cominciano a far parte del vocabolario dei veri sportivi paganesi, ma “regalare” è un verbo che non può appartenere alla cultura calcistica di una città che ha nel suo dna i germi repressi del successo.
I giovani vanno sostenuti ed incoraggiati; soprattutto devono giocare perché è il contatto con il calcio vero che li fa maturare. Certo, ma nel calcio ci sono anche i risultati; e non se ne può fare a meno, anche quando si gioca un campionato anomalo che non contempla retrocessioni. Se non ci sono retrocessioni, ci sono però le promozioni e – se è vero che qualcuno pensa di arrivare nella griglia delle otto squadre che nel giugno prossimo si giocheranno uno dei posti per la serie B – è anche giusto che determinate cose vadano dette.
Mi dispiace dirlo, ma credo che al momento la squadra, così come è schierata e composta, non possa andare al di là di un campionato anonimo, per non dire deludente. Intendiamoci, non perché i giovani che la compongono abbiano scarse qualità tecniche ed attitudinali. C’è però troppa gioventù in campo e la sola gioventù, per quanto di valore, nel calcio non basta. Vorrei essere smentito dal campo, ma credo che la squadra sia male assortita, nel senso che a tanti giovani interessanti e di avvenire non sono stati assicurate le spalle forti di elementi di esperienza che, messi nei posti giusti, solitamente fanno maturare e crescere proprio i giovani di talento. Certo, è sempre tutto da collegare con il problema dei costi e del bilancio societario, ma ad onor del vero, proprio perché in formazione ci sono giovani di assoluto valore tecnico e di avvenire, un po’ di esperienza in più – soprattutto in difesa e a centrocampo – non guasterebbe. Basterà l’innesto del solo Panariello in una difesa apparsa piuttosto ballerina in più di una occasione? L’interrogativo sarà sciolto nelle prossime tornate. E poi ancora: Velardi è l’elemento giusto per guidare un centrocampo apparso senz’anima pensante? Qualche dubbio credo debba averlo lo stesso Maurizi se nella ripresa ha schierato Martinovic, elemento più portato all’offesa che alla costruzione, al posto dell’ex foggiano lasciando il povero Franco da solo a gestire gli affari del centrocampo.
Nel calcio si fa sempre un gran parlare di moduli, con numeri che dovrebbero esprimere gli schieramenti tattici; credo che in pochi si siano accorti di un 3-4-3 invece che di 3-5-2; numeri da lavagna, da teorici incalliti, destinati a naufragare impietosamente davanti ad un calcio vero fatto di sudore e di sacrifici che premia soprattutto i valori tecnici ed agonistici.
Tutti invece si sono accorti che la squadra ha giocato un primo tempo così così, seguito da un secondo tempo generoso ed arrembante meritevole di maggiori fortune. Tutti hanno visto e notato che, soprattutto nel primo tempo, c’è stato scollamento nei reparti; che la squadra non ha macinato gioco nella zona di centrocampo; che si è preferito quasi sempre il lancio lungo in avanti per cercare la velocità e la buona predisposizione allo scatto di Nascimento, detto anche William, che, fin che ha avuto fiato, è risultato essere una vera spina nel fianco della difesa avversaria. Tutti hanno visto e notato che gli schemi da calcio d’angolo vanno rivisti ed aggiornati; che significato tattico può avere un tocco laterale dalla bandierina per un elemento che comunque poi cerca di rimettere il pallone al centro? non ci sono forse colpitori di testa? nell’affermativa, non è la stessa cosa se poi il pallone viene scodellato ugualmente al centro? Misteri.
Le impressioni sulla prestazione della squadra non sono catastrofiche, al di là del risultato. Posso dire di aver visto alcune buone individualità. Tutto da verificare, invece, il discorso tattico che al momento risulta raffazzonato ed improvvisato. La difesa ha presentato uno Svedkauskas già in buona forma anche se l’intesa con i compagni di reparto è ancora tutta da formare. E’ la fascia sinistra dello schieramento che convince poco. Amelio dimostra di avere un sinistro di tutto rispetto ma incide poco in avanti; per giunta, quando si fa vedere, non viene mai servito e di conseguenza la fascia sinistra vive solo sugli spunti di Deli che ha buoni numeri ma che deve crescere ancora in scaltrezza e senso di squadra. A destra, Monopoli, affiancato ed assistito da un Meola già in smaglianti condizioni, gioca un’onesta partita senza strafare. Problemi, invece, al centro dell’area con Toppan e Perrotta apparsa come una coppia male assortita.
Le note positive sono per Franco, bravo ad assistere la difesa nei momenti critici della partita; per Meola, che ha personalità, intelligenza e senso tattico non comune; per Nascimento William, che deve solo entrare presto in forma perché le qualità tecniche non gli mancano; per De Sena, in ultimo, una piccola indomabile zanzara, encomiabile per impegno e per dedizione alla maglia. Su questi elementi Maurizi dovrà costruire le sue certezze.
E adesso pensiamo già all’Ascoli che vedremo all’opera domenica prossima al “Marcello Torre”.
Nino Ruggiero

La meglio gioventù

Così è (anche se non vi pare)punizione di Amelio parata dal portiere

Ritorna il calcio, ritorna in campo la Paganese e ritorna anche la rubrica “Così è, anche se non vi pare”. So che non tutti siete d’accordo con le mie analisi, ma io provo lo stesso – in virtù di una visione asettica – a dare una impronta ad una rubrica che, se non altro, da quello che vedo dalle frequentazioni sui vari siti che con benevolenza la ospitano, è seguita assiduamente.
Mi mancherà, intanto, la cara presenza di Carlo Vitiello, da qualche anno frequentatore assiduo della tribuna stampa: così come mi mancheranno le sue note tecniche che spesso confrontavo con le mie. Fra di noi c’era grande stima ed amicizia, consolidata nel tempo; le sue frequentazioni domenicali al “Marcello Torre” impreziosivano ogni gara. Alla memoria di Carlo va il mio affettuoso pensiero, così come sono certo andrà quello dei tanti estimatori che avevano imparato a seguire le sue note e a volergli bene.
Ma veniamo a noi. La squadra è stata allestita con sani criteri parsimoniosi; niente nomi di grido e molti giovani per assicurare un futuro alla società che – saggiamente – non perde mai di vista i conti del bilancio. Raffaele Trapani, a dispetto della giovane età, dà sfoggio di grande competenza manageriale: parla poco, ma agisce con l’autorevolezza di chi è abituato a muoversi nei meandri del calcio e del sotto calcio.
Dico subito che mi sarei aspettato un paio di colpi di mercato che prescindesse dalla gioventù a tutti i costi. Le esperienze professionali passate mi hanno insegnato che le squadre giovani, pure se ben assortite con elementi di valore, non vanno mai troppo lontano in termini di risultati. Dovrebbe saperlo anche lo staff tecnico; per cui mi sembra alquanto azzardato affidarsi ad un manipolo di giovani e promettenti elementi in un campionato che, anche senza retrocessioni, presenta pur sempre elementi di grande rivalità calcistica con squadre di città viciniori.
So che Trapani lamenta scarsa presenza di pubblico; lo fa a ben ragione in virtù di tutto quello di buono che ha fatto fino a questo momento. La gran parte dei tifosi lamenta, invece, l’allestimento di una squadra molto giovane, senza elementi di spicco e di esperienza e tentenna in fatto di completa fiducia alla società.
Qui mi viene di ricordare il parossistico dilemma: è nato prima l’uovo o la gallina? Tradotto in ambito calcistico: è il pubblico che deve trascinare dirigenti e squadra, o viceversa?
Da noi – è storia vecchia – il pubblico che affolla lo stadio cittadino solo raramente ha registrato grosse e significative presenze. I numeri da record furono registrati da Paganese-Avezzano nell’anno nella promozione in serie C, con Leonardi allenatore; da Paganese-Bari, nell’indimenticabile campionato 1976-77, con Rambone allenatore, quando fu sfiorata la promozione in B; da una memorabile Paganese-Reggina nel torneo 1978-79, sospesa poi per invasione di campo; da Paganese-Brindisi, in notturna, nell’anno della promozione in serie C; dalla storica finale con la Reggiana nei “play-off”, con gol segnato da Izzo all’ultimo minuto di gara e che portò la promozione in prima Divisione; da Paganese-Lecco, partita di play-out nel campionato 2007-08; da Paganese-Viareggio, nei play out del 2009-10; da Paganese-Chieti e Paganese-Vigor Lamezia, play off del 2011-12.
Poi non mi pare, per quanto possa scavare nella mia mente, che ci siano stati numeri da “tutto esaurito” anche in occasione dei numerosi derby con Nocerina e Salernitana e con altre squadre campane.
E’ comprensibile e normale che Raffaele Trapani lamenti poche presenze al “Marcello Torre”; i suoi sforzi e quelli dei suoi più stretti collaboratori meriterebbero, se non altro, un attestato di fede, quella fede che da un po’ di tempo in qua sembra aver abbandonato tanti, forse pure troppi tifosi. Resiste al momento solo lo zoccolo duro, costituito da quei pochi dalla fede incrollabile, sempre presenti, quasi in ossequio al principio cristiano del “nella buona, come nella cattiva sorte”.
C’è da dire che se l’atto di fede rappresenta motivo di orgoglio per una parte della tifoseria, è altrettanto vero, in una analisi settoriale, che gran parte del pubblico – non solo quello di estrazione paganese – solitamente si muove in maniera uterina, a seconda anche delle mosse di mercato.
Guardate il Napoli. Ha perduto Cavani, goleador principe negli ultimi tre anni, ma è bastato acquistare Higuain, nome prestigioso, raccomandato anche da Maradona, perché Il San Paolo si riempisse con sessantamila spettatori in una partita soltanto amichevole. Pensate che ci sarebbe stata tutta quella gente al “San Paolo” se Cavani non fosse stato adeguatamente rimpiazzato? Certo non è il solo Higuain che può fare decollare il Napoli, ma l’impressione generale è che con l’avvento di Benitez al timone della squadra, con altri acquisti ben mirati, la squadra potrà dire la sua nella lotta per lo scudetto. Ecco perché a Napoli sale la febbre del tifo e il numero degli abbonamenti aumenta di giorno in giorno. Ecco perché è lecito chiedersi se è nato prima l’uovo lo la gallina.
La “prima” in Coppa Italia, in una splendida serata agostana lascia alquanto a desiderare in quanto a presenza di pubblico. Ma a questo ormai siamo abituati. E’ completamente nuova la formazione della Paganese; gioventù a tutto spiano con Pepe, Franco e Perrotta, unici superstiti della formazione dello scorso anno.
La Pro Patria, squadra più esperta, dà poco spazio alla manovra azzurro stellata che tarda a decollare. Ben sistemata appare la difesa con Pepe, Zamparo e Perrotta che si avvalgono della preziosa collaborazione di Amelio sulla fascia sinistra e di Meola sulla destra. Molto reattivo fra i pali appare subito Volturo, tempestivo e decisivo in un paio di occasioni. E’ in fase di costruzione del gioco che la squadra stenta. Franco appare lontano dalla migliore condizione e Velardi, in possesso di buoni numeri, non si è ancora inserito nel gioco propositivo della squadra. Si fa apprezzare subito la linearità di gioco di Meola sulla destra; il calciatore gioca un calcio semplice e redditizio; esegue bene la fase difensiva quando gli avversari sono in possesso di palla e si propone bene in avanti. Alla fine Meola finirà fra i migliori dei neo arruolati.
Il tecnico Maurizi avrà molto da lavorare anche se una idea di squadra già traspare. Devono migliorare gli interscambi fra Beretta, molto nervoso senza motivo, e De Sena; i due solo poche volte si sono presentati minacciosamente in area di rigore avversaria. Da rivedere Orlando junior, apparso fuori ruolo nei compiti assegnatigli da Maurizi. Ottime le due punizioni di Amelio meritevoli di migliori fortune, ma il calciatore dovrà crescere, preferibilmente in fretta per dare sostanza alla fascia sinistra della squadra.
E’ già finita la Coppa TIM per la Paganese, con qualche rimpianto. Ma il calcio è così. Adesso pensiamo al campionato, magari irrobustendo l’inquadratura nella zona centrale de campo.
Nino Ruggiero

 

Quei rigori a fil di palo

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Così è (anche se non vi pare)

L’immagine di Scarpa che allontana Girardi per sistemare il pallone sul dischetto è ancora ferma sulla retina. È sicuro del fatto suo Scarpa; tanto sicuro che non vuole sentire ragioni e non vuole essere messo in discussione come rigorista: il tiro spetta a lui. Vuole mettere il sigillo alla gara, come già fatto in altre occasioni; vuole essere il protagonista indiscutibile; intende essere l’uomo partita, quello che firma il gol della vittoria anche se la gara è ancora tutta da giocare perché mancano ancora buoni venticinque minuti alla fine. Silenzio tombale al momento della breve rincorsa. In tribuna, come di consueto, sortilegi e scaramanzia: c’è chi chiude gli occhi, c’è chi guarda in cielo, c’è chi dà le spalle al campo augurandosi che ci sia di lì a poco il boato che di solito segue una realizzazione. Ma sono in tanti a fissare, al pari di una implacabile e lenta moviola, i passi di Scarpa che precedono il tiro. Sono attimi infiniti; attimi che sembrano durare un’eternità. Tira Scarpa e il pallone, colpito di forza più che d’astuzia, viene intercettato dal portiere avversario che si butta sulla sua destra e, di piede, miracolosamente, riesce a sventare il gol. Il boato c’è; ma arriva da un’altra sponda, quella occupata da non meno di trecento tifosi beneventani.
Poteva essere, ma non è stato. Questo è il gioco del calcio.
Dà dimostrazione di buona inquadratura il Benevento. Comincia in salita la gara della Paganese che subisce per almeno un quarto d’ora iniziale la supremazia territoriale degli avversari. Un caldo vento di scirocco, intanto, impazza sul manto erboso del “Marcello Torre” e il gioco risulta spesso spezzettato proprio per le folate di vento che falsano le traiettorie. Un quarto d’ora, non di più, dura lo sterile predominio territoriale degli stregoni. La Paganese ricuce il reparto di centrocampo dove Romondini fino a quel momento appariva quasi circondato da un nugolo di avversari bravi nell’arte del palleggio; si rivede all’opera un immenso Ciarcià, bravissimo a interpretare sia la fase difensiva che di disimpegno e di rifinitura. È quello di oggi (e quello di Carrara, per la verità) il vero Ciarcià, un calciatore mai visto in forma così smagliante e che sprizza energia giovanile da tutti i pori, un moto perpetuo inesauribile, avanti e indietro senza fermarsi mai; un calciatore che, se mantiene l’attuale stato di forma, risulterà il migliore acquisto per quest’ultima parte di campionato.
Dunque cresce Ciarcià, si fa sentire più che vedere anche Soligo, e allora Romondini può giocare come sa, a testa alta; può organizzare il gioco, può innescare la potenzialità offensiva di un vigoroso Girardi mai domo al centro dell’attacco. Se la vede brutta il Benevento quando la Paganese accelera, quando Nunzella spinge sulla fascia sinistra e quando Ciarcià per ben due volte, dopo aver conquistato palla, con slalom entusiasmanti degni del Tomba prima maniera, insidia con due bordate micidiali la porta di Gori. I due tiri, uno di seguito all’altro, quasi fotocopie, terminano di un niente alla destra del portiere sannita che, annichilito, può solo guardare la sfera terminare sul fondo.
È un crescendo quello della Paganese, alla mezzora di gioco. Romondini è l’incaricato speciale a battere i calci d’angolo. Con un vento forte che spira in favore un calcio d’angolo è qualcosa in più di una semplice punizione. Tre calci d’angolo di seguito fanno venire i brividi alla difesa beneventana. Sul primo, battuto sempre da Romondini che ha le chiavi in mano di ogni punizione indiretta, il portiere Gori si salva pur uscendo a vuoto: due attaccanti della Paganese, Tortori e Caturano, e subito dopo anche il difensore Perrotta, non riescono a trovare i tempi giusti per l’impatto con il pallone che quasi danza beffardamente sulla linea di porta. Sul secondo, è il primo palo ad opporsi ad un astuto tentativo di realizzazione diretta. Sul terzo, è Pepe che in un groviglio di calciatori riesce a svettare e a colpire di testa; il pallone sembra indirizzato senza scampo a fil di palo ma viene smorzato da un difensore avversario ad un metro dalla linea di porta e Gori, con un tuffo a terra alla sua sinistra, se lo ritrova miracolosamente fra le mani.
Ma non è finita. L’azione della Paganese è tambureggiante e la difesa del Benevento pare in grossa difficoltà. Quasi allo scadere del tempo si sviluppa l’occasione più ghiotta per passare in vantaggio. Ennesima punizione battuta dalla tre quarti in avanti da Romondini, un difensore respinge alla meno peggio e la palla termina in piena area, sui piedi di Perrotta, tutto spostato sulla sinistra. Maldestro l’impatto del sinistro di Perrotta nei confronti dell’invitante pallone che viene colpito malissimo; “da difensore vecchia maniera” – avrebbe detto qualche cronista di un tempo che fu. Sia chiaro, nessuna demerito per Perrotta che anzi deve essere considerato come una delle note liete della giornata; attento, preciso, puntiglioso, finanche elegante il giovane difensore pescarese che non ha sbagliato un intervento. Un gol, certo, avrebbe premiato la sua bella gara e lo avrebbe consacrato anche nelle vesti di goleador. Sarà per un’altra volta.
Nel calcio troppi errori possono costare caro. Ma soprattutto costa cara la mancata realizzazione del calcio di rigore nella fase centrale della partita. L’errore di Scarpa dal dischetto alla fine risulterà determinante. Inutile rivisitare l’episodio, inutile rimpiangere un qualcosa che poteva essere e non è stato. Piuttosto sarebbe solo il caso di riflettere sulla scelta di esecuzione del tiro dal dischetto risultato fatale dagli undici metri; non per mettere minimamente in discussione la bravura di Scarpa, quanto per il fatto che oggi come oggi quasi tutti i portieri conoscono a memoria i rigoristi che settimanalmente possono incontrare sulla loro strada. Sanno delle loro attitudini, sanno principalmente l’angolo preferito che il rigorista cerca. Non vorrei sbagliarmi ma mi sembra di poter dire che Scarpa dal dischetto cerca quasi sempre l’angolo alla destra del portiere, anche se oggi ha tentato il tiro forte e centrale; un portiere aggiornato in questo tipo di casistica lo sa e non ha nemmeno bisogno di dare fondo al suo istinto per lanciarsi sulla sua destra. Se il tiro è potente, rasoterra e a fil di palo puoi anche indovinare l’angolo, ma non riesci a prenderlo. Altre soluzioni, per il prosieguo del campionato, è meglio tenerle in caldo: non si sa mai, anche se bisogna dire che i rigori si segnano e si falliscono dovunque, anche nella massima serie e anche da parte di conclamati campioni.
C’era un calciatore della Paganese degli anni Settanta, Tonino Albano, cresciuto alla corte del Napoli, campione come pochi in terza serie, che era un vero cecchino dal dischetto. Un giorno come un altro, durante un allenamento, era l’anno di Rambone allenatore, mi dimostrò come non si riesce a neutralizzare un calcio di rigore anche se conosci in anticipo l’angolo dove è indirizzato. Nella circostanza in porta c’era Pasquale Fiore, altro napoletano doc, un mostro sacro fra i portieri dell’epoca. “Lo tiro alla tua destra – disse Albano – cerca di arrivarci stavolta, ma senza muoverti prima del fischio.” Di interno destro, rasoterra, Albano infilò la porta di Fiore disteso alla vana ricerca del pallone. “È scientifico – disse Albano – se sei al centro della porta non riuscirai mai a fermare un tiro forte, rasoterra e a fil di palo.” È così: è stato sperimentato. Solo che bisogna avere nel piede di battuta una precisione millimetrica; la qual cosa non è da tutti.
Torno alla gara. È andata male, ma non malissimo. Archiviati da tempo i sogni di gloria, anche un pareggio, quando, per un motivo o un altro, non si riesce ad arrivare al risultato pieno, può essere accettato. Siamo alla stretta finale e la salvezza va conquistata anticipatamente, senza che siano riservati grossi patemi d’animo. Per intanto andiamo a recuperare giovedì la gara con il Latina. Sappiamo tutti quelli che successe a dicembre. I “tavolini” sono stati serviti abbondantemente nelle aule dei tribunali sportivi, tipo barba, capelli e shampoo. La parola definitiva passa al campo, che, come sempre, è giudice inappellabile.
Sarà di sicuro una partita molto tirata con in ballo tanti buoni motivi di risentimento e di orgoglio, da parte paganese.
Vediamo come va a finire.
Nino Ruggiero

Uno, nessuno, centomila

colpo di testaCosì è (anche se non vi pare)

 Il calcio è materia opinabile. Partiamo da qui. Se ci fosse una giusta ricetta per guarire le innumerevoli disfunzioni tecnico-tattiche che una partita di calcio produce, specie in assenza di risultati, allora credo che tutti la utilizzerebbero: allenatori, dirigenti di società e – perché no? – i tifosi che sono i primi malati di una passione che travolge e che assai spesso lascia poco spazio al buon senso e alla saggezza.

L’unica medicina universale che mette tutto a tacere sono i risultati positivi. Quando arrivano le vittorie c’è poco spazio per ogni tipo di disquisizione tecnica perché le vittorie rappresentano la panacea di tutti i mali. Hai giocato male e hai vinto? Bene, altri tipi di considerazioni – che pure fanno parte del calcio – passano in secondo piano.

La ricetta giusta, quando i risultati non sono quelli sperati, non c’è; non c’è mai stata e mai ci sarà. Sappiamo tutti che il primo colpevole viene individuato nel manico: nell’allenatore. E’ storia vecchia, storia di sempre. A pagare è sempre l’allenatore, è prassi consolidata; l’allenatore paga sempre, a prescindere da colpe e manchevolezze. Qualche volta il cambio di allenatore può essere necessario. Ma bisogna avere le idee chiare in merito. Bisogna valutare tante cose: se la squadra segue ancora i dettami tattici dell’allenatore; chi l’ha costruita e con quali criteri; se, infine, ci sono i tempi tecnici per dare eventualmente una sterzata. Cambiare per cambiare, non serve.

Prendete Zamparini, presidente del Palermo e Cellino, presidente del Cagliari: ho perso il conto di quanti allenatori hanno cambiato negli ultimi anni. Non arrivano le vittorie e allora via l’allenatore. Continuano a non arrivare successi, ecco allora ancora un altro allenatore. Non si muove una foglia? allora facciamo ritornare il primo allenatore. Insomma una giostra, un via vai, tipo Stazione Termini, senza per questo risolvere il problema. La considerazione più ovvia che viene fuori allora è questa: possibile che siano tutti scarsi? Ma  allora quando i risultati sperati non arrivano di chi è la colpa? Forse di tutti e di nessuno. Detto alla Pirandello, forse uno, nessuno, centomila.

Vado alle cose di casa nostra. L’ennesimo passo falso commesso nell’incontro con la Nocerina ha aggravato la posizione in classifica della Paganese. Archiviati i sogni di alta classifica, gli azzurro-stellati non riescono più nemmeno a mantenere il passo delle squadre pericolanti e sono sprofondati in piena zona play-out. Contro la Nocerina si è vista all’opera una squadra senza nerbo, senza idee e senza costrutto; l’ombra della squadra bella e intrigante che nella prima parte del campionato aveva fatto palpitare e sognare tanti cuori. Ovvio, allora, che ci si domandi: che è successo alla squadra, come mai non ha più il rendimento del girone di andata? L’allenatore Grassadonia, come da classico copione, è sulla graticola. L’accusa è quella di non aver dato un gioco ed volto definitivo alla squadra, aggravata dal fatto che la squadra azzurro-stellata oramai non vince più dal 4 gennaio quando rimandò a casa con un sonoro 4 a 1 l’Avellino.

Non sono mai stato particolarmente tenero con Grassadonia in linea squisitamente tattica; altre cose non mi interessano.  Non una sola volta nelle mie solite note, all’indomani delle partite casalinghe, ho messo in evidenza che la squadra a centrocampo aveva più di una difficoltà. Schierare due soli centrocampisti di ruolo portava inevitabilmente ad uno squilibrio tattico, specie in presenza di squadre organizzate e che nella stessa zona nevralgica del gioco si presentavano con tre e anche con quattro elementi.

Mi pare di poter dire che, fin quando le condizioni fisiche degli atleti sono state ottimali, la squadra ha saputo mascherare qualche magagna di ordine tattico. Adesso, che più di qualche calciatore accusa malanni fisici, tanti nodi di natura tecnico-tattica vengono inevitabilmente al pettine.

Contro la Nocerina, Grassadonia, a causa di numerosi infortuni e della squalifica di Ciarcià, ha dovuto letteralmente inventarsi una squadra diversa dal solito. Nel giorno in cui si era finalmente deciso a schierare un centrocampo a tre, ha dovuto rinunciare a Romondini (febbre influenzale?) unico elemento in grado di accendere la luce nel grigiore di un centrocampo operaio.

Dopo aver subìto il gol su un calcio d’angolo studiato, provato e riprovato come schema negli allenamenti, la Paganese si è trovata a dover fare la partita. Contro una squadra organizzatissima, formata da elementi di grosso spessore,  gli azzurro stellati non hanno mai trovato il bandolo del gioco. Senza un uomo d’ordine a centrocampo, la manovra si è sviluppata spesso con lanci lunghi dalle retrovie. Palla lunga e pedalare; è sembrato questo lo slogan che ha accompagnato la squadra verso un’improbabile rimonta. Sono mancate le sovrapposizioni sulla fasce laterali; le due filiere di destra e di sinistra non hanno dato il solito apporto. Più di un calciatore, soprattutto gli under, hanno sofferto il clima agonistico di quella che per tanti è una partita speciale. Ciò nonostante il risultato della partita, specie nella prima parte della gara, è stata sempre in bilico e Tortori, nelle vesti di incursore, è stato fra i più brillanti mettendo spesso in allarme la difesa nocerina; ottimo un suo colpo di testa nel secondo tempo degno di migliori fortune. Il secondo tempo, acuto di Tortori a parte, è stato una vera lagna nonostante la Nocerina fosse ridotta in dieci uomini.

Rieccoci all’allenatore. Credo che la società gli riconfermerà la fiducia. A questo punto del campionato, con sole otto gare (inclusa quella con il Latina) ancora da disputare, con una squadra costruita su sue precise indicazioni (almeno credo!), bisognerà solo e soltanto pensare ad evitare i play-out. Non devo e non voglio difendere nessuno, ma altre considerazioni, anche condivisibili, sono da rinviare perché produrrebbero solo divisioni in un momento delicato in cui invece c’è bisogno di unità d’intenti.

Nino Ruggiero

La difficile materia del calcio

Così è (anche se non vi pare)OLYMPUS DIGITAL CAMERA

 Il calcio, si sa, è materia opinabile. Niente è mai certo. Sento in giro amici che, dopo l’ennesima delusione maturata al termine dell’incontro contro il Prato, parlano di moduli tattici, di calciatori che andrebbero accantonati, di formazioni e sostituzioni sbagliate, di un allenatore che avrebbe perduto il controllo della squadra. Questo è il calcio. Siamo tutti esperti, o quasi; ci sentiamo coinvolti e vogliamo dire la nostra in ogni discorso di natura tecnica, soprattutto quando i risultati non sono quelli sperati.

Sono le vittorie che annullano ogni discorso di natura tecnico-tattica; lo cancellano in nome di un entusiasmo collettivo che il calcio stesso sa sprigionare e che va al di là del fatto tecnico. Abbiamo giocato male e abbiamo vinto? e che ce ne importa? nel calcio l’importante è vincere, non partecipare.

Il guaio è che da un po’ di tempo a questa parte si gioca male e il risultati non arrivano. Già, nisba risultati. Niente risultati e niente gioco; insomma, niente di niente. E volete che con questi “chiari di luna” non ci sia un dibattito, non ci siano posizioni estreme, non ci sia un “pollice verso” che accusa?

La situazione oggi non è rassicurante. Si era partiti in sordina all’inizio del campionato allestendo una squadra di tutto rispetto che sulla carta avrebbe dovuto dare parecchie soddisfazioni al pubblico amico. Si era puntato su nomi di una certa levatura tecnica tipo Soligo, Fernandez, Romondini, Caturano, Girardi; atleti che – aggiunti ai riconfermati Scarpa, Fusco e Fava – avrebbero dovuto assicurare la disputa di un campionato di tutto rispetto.

L’inizio era stato buono; la squadra pareva rispondere bene alle sollecitazione tecnico-tattiche del suo allenatore, anche se qualche riserva, in linea tecnica, era sempre dietro l’angolo. Logico, quindi, in un campionato apparso abbastanza livellato, che si pensasse anche a qualcosa in più di una semplice e tranquilla salvezza. È giusto e lecito pensare sempre in grande; guai se così non fosse. Nella vita bisogna avere sempre molta autostima; anche se poi, purtroppo, bisogna sempre scontrarsi con la realtà. E la realtà, specie quella caratterizzata dalla seconda parte del campionato, ci sta consegnando una squadra che non è più quella brillante della prima parte del torneo.

Le cause, i motivi? Materia opinabile il calcio; l’ho sempre detto e ribadito. Ogni allenatore credo abbia un modello di gioco da porre in essere. Poi, si sa, è il campo a dare i responsi e da lì non si scappa. Quando si vince, ogni discorso di natura tattica viene accantonato. L’allenatore, inoltre, è bravo quando vince; lo è di meno, per non dire altro, quando invece la squadra non riesce a cogliere successi.

Prendete Grassadonia. Ha sposato la causa di un gioco altamente offensivo e non si sposta un millimetro dalla sua idea. Mi sono guardato intorno, e non da adesso, e per quanto mi sforzi non riesco a individuare il modello di squadra da cui prende spunto. So soltanto che la Paganese degli ultimi tempi – quella che non vince più – va in affanno nella zona centrale del campo dove le squadre avversarie hanno sempre, come minimo, un giocatore in più. Andava in difficoltà pure prima, per la verità, anche quando vinceva. Ma le vittorie avevano un sapore giustizialista; facevano scordare tutto: gli affanni, le fatiche, i patimenti per arrivare alla vittoria.

Contro il Prato, ancora una volta, specie nel primo tempo, la squadra accusa un distacco pauroso tra i reparti, uno scollamento fra gli stessi e nella zona nevralgica del gioco si vedono solo gli avversari. Lulli e Soligo – calciatori di quantità – giocano una gara intensa, anche ammirevole, non si risparmiano ma hanno di fronte avversari in numero preponderante che arrivano inevitabilmente, proprio perché in superiorità numerica, sempre primi sulla palla. Peggio del solito va la fase di possesso palla. La mancanza di un uomo d’ordine – al di là di una concezione condivisibile o meno di calcio razzolante – fa il resto. La squadra appare smarrita, senza idee, senza luce, senza personalità; il pressing asfissiante, i raddoppi sistematici degli avversari non consentono un abbozzo di manovra, uno scambio, due passaggi precisi di fila. La prova della difficoltà di manovra sta tutta nel fatto che un solo tiro degno di nota, il colpo di testa di Caturano, viene indirizzato dalle parti del portiere toscano.

Ti aspetti una correzione di rotta, che entri un centrocampista a dare manforte alla squadra che manca proprio di equilibrio e di qualità. Entra in campo Romondini – evidentemente accantonato dall’inizio solo per un discorso tattico e non perché in cattiva forma – ma esce un altro centrocampista, il giovane e promettente Lulli; niente da fare sul discorso puramente tattico, abbiamo scherzato.

Gioca meglio la squadra nel secondo tempo. Romondini ha personalità e classe; forse gli manca il vigore agonistico della prima gioventù, ma quando prende palla sa come amministrarla, sa indirizzare la squadra, sa guidarla, sa prenderla per mano nei momenti di difficoltà. A un atleta del genere bisognerebbe affiancare cursori, atleti capaci di recuperare palloni; forse parliamo di un altro calcio, di certo non di marziani.

Viaggiare ad una media di un punto a partita, in un torneo che assegna tre punti per la vittoria ed un punto per i pareggi, è deleterio anche per squadre che devono salvarsi. Tanti anni fa, quando la vittoria assegnava solo due punti, poteva anche andare bene; sempre però che il traguardo da raggiungere fosse fissato nella salvezza. Alla sesta di ritorno, tanto per entrare nel tema che più ci interessa, la Paganese ha collezionato soltanto sei punti; nel girone di andata, alla stessa giornata, di punti ne aveva preso otto.

Dopo la gara con il Prato, cominciamo ad avere un quadro più chiaro per quello che riguarda le ambizioni del team azzurro-stellato. Riponiamo nel cassetto tanti sogni dolcemente cullati e ricullati che investivano le posizioni di vertice della classifica. Siamo fatti per soffrire e soffriremo; però finiamola di parlare sempre di episodi sfavorevoli. Episodio di qua, episodio di là; si parla sempre di episodi, manco se gli episodi non fossero parte integrante di una partita di calcio. Immaginate solo per un istante uno scrittore che lamenti scarsa attenzione e poco successo editoriale e di vendita per un suo libro, a causa di un capitolo scritto male. Embè, scusate, ma il libro chi lo ha scritto?

Siamo seri, per favore. Di banalità – è vero – ce ne sono tante nel variegato mondo del calcio, ma non è possibile che si vada oltre ogni limite intellettivo, come se gli episodi fossero corpi estranei ad una partita di calcio invece di esserne parte integrante.

Termino con gli auguri a Scarpa per le sue cento prestazioni in maglia azzurro-stellata. Aspettavamo un po’ tutti il suo graffio d’autore in zona gol; è andata male, ma è tutto solo rimandato.

Nino Ruggiero