Il gioco delle parti

Così è, anche se non vi pare

maglia

Come in ogni rappresentazione che si rispetti, c’è un copione da seguire. Lo sceneggiatore, che è colui il quale tesse le fila della trama, ha già scritto buona parte del copione, ma manca il finale; quello non scritto sarà poi recitato a soggetto. Il copione prevede innanzitutto un abbattimento dei costi di produzione, che, tradotto, significa: spesa contenuta nei limiti imposti dal budget economico a disposizione. Le mosse successive spettano al regista, colui il quale deve guidare il cast e dare la sua impronta allo spettacolo da mettere in scena.

Parlo per metafora, ma è chiaro come il sole che mi riferisco alla Paganese e al suo mondo. Tanti ruoli, tante posizioni ma un’unica grande passione. É il gioco delle parti. Ognuno ha un ruolo e lo interpreta così come prevede il copione. Vediamoli i ruoli.
Raffaele Trapani, presidente di lungo corso, deve come ogni anno far quadrare i conti del bilancio societario. Si aspetta, dopo il miracolo di agosto compiuto dallo studio Lentini, un aiuto dai tanti che gli hanno dichiarato la propria disponibilità e vicinanza. Per questo, e perché ha sempre pensato di arrivare a un traguardo prestigioso, ha anche allestito una squadra di tutto rispetto allargando i cordoni della borsa per Iunco, l’atleta che dovrebbe contribuire ad alzare il livello tecnico della squadra. Vana illusione. Va tutto storto; Iunco si infortuna nel corso della sua migliore prestazione a Catanzaro e la squadra ne risente molto.
A metà campionato il primo bilancio. Gli aiuti da parte di chi si era dimostrato pronto a dare una mano in società non ci sono. I costi sono eccessivi  e le aspettative tecniche non sono rosee perché il salto di qualità tanto atteso non c’è. Si deve tagliare. E a malincuore si taglia perché il bilancio deve essere salvaguardato.
Il duo tecnico Ferrigno-Bocchetti, deputato all’allestimento della squadra, non può fare altro che guardarsi attorno e cercare di sistemare i calciatori ritenuti in sovrannumero. Altro che progetto in itinere! Ferrigno in più di una occasione – intervistato dai colleghi giornalisti, che gli chiedono di eventuali rinforzi – si barcamena; sa benissimo che usciranno in parecchi dalla “rosa” e al loro posto potranno arrivare solo giovani. Ma è il gioco delle parti che va rispettato e capito.
Gianluca Grassadonia è quello che dovrebbe fare miracoli con quello che gli passa il convento. Da qualche tempo, a fine gara, è costretto a recitare un ruolo di strenuo difensore dell’indifendibile. Sa bene che la difesa come reparto non è affatto granitica, ma parla di disattenzioni e di errori. Dovrebbe forse dire che ci sono atleti poco adatti a recitare ruoli di rilievo in difesa, ma non lo dice perché un allenatore deve sempre coprire i suoi atleti.
Poi c’è la massa dei tifosi. Forse non sono molti, di sicuro sono calati allo stadio, ma non sono nemmeno pochi. La Paganese è sempre la squadra della loro città; ha una storia, una tradizione. Per tanti è una fede.
Cerchiamo di interpretare il loro stato d’animo. Hanno seguito con palpitazione le vicende estive e lo spettro dell’esclusione dal campionato. Hanno sofferto, hanno gioito, così come soffrono e gioiscono gli esseri umani davanti alle varie vicende della vita. Hanno, infine, creduto in una svolta generazionale, quella che parlava di “alzata di asticella”. In qualche occasione, specie dopo le iniziali vittoriose trasferte di Catanzaro e Messina, la fantasia popolare ha cominciato anche a sbizzarrirsi, come è normale che sia. Poi è cominciata un’altalena irritante con un reparto difensivo che, con il passare del tempo, invece di solidificarsi, ha mostrato insanabili crepe strutturali.
Adesso, con l’attuale posizione di classifica, c’è poco da stare allegri. Da una parte c’è una necessaria politica di austerity, perché non dimentichiamo che ci sono ancora dei sospesi con l’erario di una certa portata annua che vanno rispettati; dall’altra c’è il rischio serio di essere coinvolti in pieno nella lotta per non retrocedere.
Questo è lo specchio della situazione. Morale sotto i tacchi in società, fra gli addetti ai lavori e fra la tifoseria.
Adesso è il momento dell’orgoglio. Il pensiero dominante è quello di dare un taglio deciso e netto con chi ha deluso per caratteristiche tecniche e per carattere. Bisogna contarsi, per prima cosa, in vista dell’ultima parte del campionato. Bisogna capire su chi poter fare affidamento in termini di impegno e serietà. Una politica di soli giovani, per quanto lodevole in prospettiva, non basta nel momento del pericolo, E’ necessario contare su gente adusa alla battaglia agonistica. Allora credo che la carica debba essere suonata da due elementi di grande spessore tecnico e umano: Marruocco e Pestrin. Il primo perché ha carisma e mestiere, purché non vada oltre le righe; il secondo perché, alla soglia dei trentanove anni, è l’elemento che è riuscito a dare un’anima alla squadra anche nei momenti più delicati e difficili: un combattente nato, mai domo.
So bene che il momento è delicato e che buona parte della tifoseria è sconfortata dalle ultime esibizioni della squadra. Bisognerà capire – da parte di tutti – che va salvaguardato l’ultimo avamposto di orgoglio paganese, pur con tanti comprensibili “se”,  “ma” e “però”, in una città che non è più quella di una volta.
Proviamo a darci dentro, con tutto l’orgoglio della nostra gente. Senza alcun pregiudizio.

Nino Ruggiero

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CASERTANA-PAGANESE 2-0

gol-casertana
Nella foto, tratta da Sportube, il primo gol della Casertana messo a segno da Ciotola

Regali, quante ne volete. La poco premiata ditta difensiva della Paganese risponde presente – ancora una volta – nella seconda parte della gara e mette il marchio alla partita. Due gol graziosamente offerti su un piatto d’argento a una Casertana apparsa volenterosa e niente di più, ma tosta in difesa, proprio in quel reparto che da un po’ di tempo a questa parte sta facendo dannare tifosi e simpatizzanti della Paganese.
Primo tempo molto combattuto, ma con leggera prevalenza degli uomini di Grassadonia. Una prima topica difensiva degli azzurro-stellati viene graziata da un rigore in movimento di Giannone, fallito quando il gol sembra inevitabile. Poi a centrocampo Pestrin, uno dei pochi a salvarsi da un naufragio collettivo, prende le misure e indirizza caparbiamente la manovra di centrocampo della Paganese che si sviluppa prevalentemente sull’asse Mauri-Reginaldo-Herrera.
In avanti Cicerelli non è in giornata di grazia, probabilmente anche a causa di un terreno di gioco infido, di certo non equiparabile a un biliardo; l’attaccante ingaggia un duello estenuante con Finizio e poche volte riesce a eludere un controllo asfissiante raddoppiato anche da parte di Rajcic.
Anche gli azzurro-stellati hanno la loro buona occasione alla mezzora con un tiro di Maiorano dalla distanza che viene smanacciato da Ginestra proprio sulla traversa: sulla ribattuta Reginaldo mette in rete con una spettacolare sforbiciata ma l’arbitro annulla per presunto fuorigioco. Azione da rivedere alla moviola, anche se l’impressione è che l’attaccante al momento del tiro di Maiorano non sia in posizione di fuorigioco.
Una partita avviata sul binario di parità, in considerazione del fatto che nessuna delle due squadre sembra in grado riuscire a dare una svolta alla partita.
Nella ripresa i due graziosi regali della difesa e la resa della squadra azzurro-stellata che – una volta in svantaggio – non impensierisce una sola volta il portiere Ginestra.
L’impressione finale è che ci sarà molto da soffrire per arrivare al traguardo della salvezza. Auguriamoci che Grassadonia possa nei prossimi giorni avere un gruppo di atleti compatto e definitivo. Chi deve – o vuole – andare via lo facesse subito. Almeno forse riusciremo a capire su chi poter contare nel difficile viaggio verso la salvezza.
Appuntamento a lunedì con la rubrica “Così è, anche se non vi pare”.

Ultimo atto

Così è (anche se non vi pare)

Abbiamo trascorso un’annata calcistica insieme, tra poche gioie e molti dolori, tra molte illusioni e poche soddisfazioni. Oggi questa rubrica va in vacanza non perché il sottoscritto voglia mollare la presa o perché senta la necessità di prendere un periodo di riposo, quanto perché dopo l’inopinata retrocessione diretta ci sarebbe ben poco da aggiungere a quello già ampiamente argomentato appena una settimana fa.

Quella frase, “dopo di me il diluvio” con cui chiudevo l’abituale appuntamento settimanale con i miei pochi ma affezionati lettori ed amici, sono giorni che mi inquieta oltre il dovuto; e non vorrei che suonasse come una profetica e catastrofica affermazione per i futuri destini della società e della squadra.

Quello che un po’ tutti temevano, subito dopo la conclusione del campionato, si è verificato.

Il presidente Trapani ha detto chiaro e tondo, dopo un iniziale silenzio, che è deciso a lasciare il timone della società.

Guardate, è normale e comprensibile che una persona, per quanto forte e autorevole, si lasci prendere dallo sconforto e dalla fresca e pungente delusione scaturita dalla conclusione inaspettata di un ingrato campionato. Alzi la mano chi – da responsabile – per sfogare tutta la delusione accumulata in giorni e giorni di speranze e di illusioni, non darebbe volentieri un metaforico calcio al beffardo destino che ha accompagnato il cammino della squadra in tutto il decorso campionato.

Faccia un passo in avanti chi – nelle ipotetiche vesti di dirigente della società, dopo aver tentato in tutti i modi di salvare un campionato fallimentare dal punto di vista sportivo – non senta il bisogno di eclissarsi, di isolarsi, di riflettere, di confessarsi da solo a solo per tutti gli errori commessi, anche se di sicuro non voluti, nell’ambito di una missione conclusa in malo modo.

E’ normale, è naturale, è fisiologico che un uomo – all’indomani di un risultato sportivo non rispondente alle sue aspettative, perché credeva di aver finalmente raddrizzato una barca che faceva acqua da tutte le parti – pensi di abbandonare tutto e di ritirarsi in buon ordine fra le quinte dell’anonimato puro e semplice.

Detto questo, dopo aver umanamente compreso e condiviso i motivi di una sofferta decisione, continuo a credere che Raffaele Trapani possa essere il migliore erede di se stesso.

Non me ne vogliano i nominativi di coloro i quali in questi ultimi giorni sono stati accostati alla Paganese come possibili alternative all’attuale compagine societaria, ma – se devo essere sincero, e lo sono – credo che il nome di Raffaele Trapani rappresenti per Pagani sportiva una garanzia di continuità, di passione, di equilibrio, di impegno costante. Lo ha dimostrato nel corso degli anni, con i fatti senza mai andare oltre le righe, senza mai fare dichiarazioni populistiche.

Lo ricordo nel primo anno di conduzione societaria. Sempre dietro le quinte, quasi sfuggente ai tentativi di interviste dei colleghi corrispondenti di testate nazionali e locali, rifuggiva anche da microfoni e telecamere. Aveva un dirigente, Enzo Pasca, che ingombrava tutti gli spazi radiofonici e televisivi.

Cominciò a prendere confidenza con microfoni e telecamere due anni dopo, quando dopo circa venti anni di alti e bassi in campionati anonimi fra i dilettanti, regalò la gioia della serie C2 alla città. Sobrio, freddo, sicuro di sé, cominciò a dialogare con la città. Promise che non sarebbe finita lì: che avrebbe rincorso la serie C1. E ci riuscì, laddove altri avevano fallito; lui uomo del popolo, giovane, imprenditore di se stesso.

Che bello ripassare nella mente le immagini di quei giorni! Quelle finali, quei play-off, quale tifoso potrà mai scordarle fino alla fine dei propri giorni? Quella partita con la Spal sul terreno di gioco dedicato a un grande del calcio, “Paolo Mazza”, chi potrà mai dimenticarla? E i gol di Ibekwe all’andata e al ritorno? E poi ancora i fremiti, la tachicardia da infarto nell’incontro finale e decisivo con la Reggiana al “Marcello Torre”. Chi mai potrà dimenticare quei momenti? Quel trenino colorato di azzurro, con tutto lo staff in festa, per le strade della città; quelle bandiere al vento, quella gioia che naturalmente esprimevano volti scavati da ataviche sofferenze e malcelate precedenti illusioni. C’è qualcuno, forse, che li ha già frettolosamente cancellati solo perché un campionato è andato a male?

E volete che adesso, dopo un anno disgraziato, tutto in una volta venga dimenticato il passato, vengano messe da parte tutte le emozioni che ci sono state regalate proprio da quest’uomo che ha il sangue azzurro nelle vene?

Raffaele Trapani è il primo tifoso della Paganese; è ambizioso, orgoglioso, soprattutto è un vincente per natura. E solitamente chi viene fregiato con l’etichetta di “vincente” non sa e non può arrendersi alle inevitabili avversità che si incontrano sul cammino della vita. Sono convinto che – dopo aver fatto tanto e aver conquistato di diritto un posto in prima fila nella storia della Paganese – non saprà e non vorrà abbandonare la nave in uno dei momenti più critici della sua lunga storia.

I momenti brutti vengono naturalmente nella vita di tutti.

Bisogna solo avere la forza morale di superarli.

Ovviamente, con l’aiuto della città.

Nino Ruggiero

(Rubrica “Così è, anche se non vi pare”, Paganese.it  25 maggio 2011)

L’annata non è stata buona

Ritroviamoci il venerdì

Stavolta modificherei il titolo di questa rubrica. Direi “salutiamoci il venerdì” invece del solito “ritroviamoci il venerdì” perché oggi è il momento del saluto dopo un anno di viaggio intrapreso insieme, non senza aver fatto qualche riflessione.

I viticultori sanno che non sempre riescono a produrre vino buono alla fine del ciclo di raccolta delle uve e della relativa vendemmia. Non so se avete mai sentito l’espressione “non è stata una buona annata”.

Ecco, parafrasando la stessa espressione, dobbiamo convenire che per la Paganese l’annata calcistica non è stata per niente buona.

I motivi di questa brutta annata sono molteplici; inutile pensare solo a singoli episodi perché non andremmo da nessuna parte. Si deve partire sempre dalla programmazione. Niente nel calcio si improvvisa quando si deve allestire una squadra. Si devono indovinare gli acquisti che costituiranno l’asse portante della squadra; si devono conoscere i giovani di valore che andranno a completare l’organico. Chi dice il contrario o è in malafede o non s’intende di calcio.

Purtroppo la squadra ha dovuto sempre fare i conti con l’improvvisazione e – a gennaio – con l’emotività del momento. E in un campionato di professionisti questo non è possibile.

Mi dispiace dirlo, ma di programmazione da qualche anno a questa parte ce n’è stata davvero poca. Improvvisazione sì, invece, e anche molta. Significativo a fine luglio scorso, in proposito, l’episodio della partenza per il ritiro precampionato con una risicata pattuglia di ardimentosi. Purtroppo bisogna convenire che i risultati ottenuti sono figli proprio dell’improvvisazione.  E’ vero, Raffaele Trapani e i suoi amici hanno fatto di tutto per evitare la retrocessione diretta. E’ vero anche che in un disperato, quanto necessario tentativo di rimonta, a gennaio la squadra è stata rivoltata come un calzino. Ma, alla luce di quelli che sono stati i risultati, bisogna dire che – nonostante la rivoluzione di gennaio, apprezzabilissima per le buone intenzioni mostrate – alcune determinanti carenze di ordine tecnico sono comunque emerse a più riprese.

Tali carenze hanno costretto la squadra a puntare solo e sempre sulla forza della sua difesa.

Dalla cintola in su – quando c’era bisogno di arrivare alla vittoria – la squadra ha sempre stentato a manovrare. E’ inutile che qualcuno cerchi di tirare in ballo fortuna e sfortuna. Le due fasce laterali, ad esempio, vere e proprie corsie di lancio per squadre che vogliono arrivare al gol, sono risultate quasi sempre appannaggio degli avversari di turno. Da gennaio in poi, solo in poche occasioni abbiamo potuto ammirare qualche sporadico e generoso slancio offensivo, soprattutto da parte di Imparato che, specie all’inizio, era sembrato straripante e portatore di una insperata ventata di freschezza atletica.

E’ noto che ogni atleta reagisce in modo diverso alle sollecitazioni atletiche che gli vengono richieste. C’è chi ha bisogno di tempo per raggiungere una forma accettabile, c’è chi invece ha insperate energie che sprigiona tutte in una volta, pur non essendo all’apice della condizione fisica. C’è invece chi – ed è la regola – deve riacquistare la forma gradatamente perché deve prendere quello che si chiama in gergo “ritmo partita”.

Sarebbe fin troppo facile adesso enumerare tutte le disfunzioni e tutte le incongruenze emerse nell’arco di una intera annata calcistica; me ne astengo perché sarebbe come rigirare il coltello in una piaga, e non è proprio il caso.

Mi auguro tanto che tutti gli errori compiuti quest’anno e le umiliazioni subìte possano suonare di insegnamento per il futuro. So che Raffaele Trapani attraversa un periodo di grande sconforto. Chi non lo attraverserebbe – mi chiedo – dopo aver fatto di tutto, in termini di buona volontà, per salvare baracca e burattini?

Credo anche, però – alla luce delle tante esperienze maturate in questi anni – che proprio Trapani possa degnamente rappresentare l’uomo della rinascita e che giammai – da uomo temprato a tutte le battaglie, ancorché voglioso di una sana rivincita – possa mai esclamare la frase, da tutti temuta, che rese celebre Luigi XV, re di Francia: “Dopo di me il diluvio”.

Sarebbe una grossa iattura per Pagani e per la Paganese.

Nino Ruggiero

 (Trasmissione “Azzurrissima” di Telenuova, venerdì 20 maggio 2011)

Solo chi cade può risorgere

Così è (anche se non vi pare)

Adesso la voglia di scrivere di calcio è poca, pochissima, quasi zero. Gli impegni però sono impegni e qualcosa lo devo dire, soprattutto per rispetto di quei miei pochi ma pazienti ed affezionati amici.

A conferma di un’annata calcistica da considerare di sicuro come “non buona”, al pari di vendemmie andate a male, anche domenica tutto è andato secondo le pessimistiche previsioni della vigilia.

L’addio a quella che continuo a chiamare C1 è stato, in un certo senso, prima traumatico, e poi quasi scontato. C’è stato un momento, quasi in contemporanea con il gol realizzato da Radi, in cui l’adrenalina instillata dalla notizia del momentaneo vantaggio del Ravenna a Monza –  risultata subito dopo infondata – ha fatto palpitare, vibrare e gioire mille e più cuori, quelli che rappresentano il vero nucleo inossidabile del tifo. Era soltanto un’ingenua bufala, scaturita probabilmente solo dal desiderio di protagonismo di qualche inguaribile samurai del tifo, di quelli che non vogliono arrendersi alla realtà e vorrebbero combattere, combattere sempre e comunque.

Già, combattere; tutto si può rimproverare alla squadra in termini di rendimento. Si potrà dire che non è stata all’altezza della situazione, che era carente dal punto di vista qualitativo, che era raffazzonata in alcuni ruoli chiave, che ha mancato i principali appuntamenti del campionato, che non è stata capace di chiudere la partita aperta con il Monza quando aveva il coltello dalla parte del manico. Tanto altro ancora, in termini tecnici, si può ancora dire. Ma non si potrà mai dire che qualcuno dei suoi componenti abbia lasciato il campo senza sudare la maglia.

L’impegno e l’agonismo non sono mai mancati nel corso del campionato e non sono mancati nemmeno domenica quando  Capuano ha dovuto fare a meno di Vicedomini sulla linea mediana e di Tortori in attacco.

Ma l’impegno, la dedizione, l’agonismo nel calcio – da soli – non bastano. Sono componenti essenziali, certo, ma non bastano. Nel calcio ci vogliono anche qualità e talento che  devono convivere ed integrarsi – per arrivare a risultati concreti – con impegno e sano agonismo, al limite della cattiveria.

Purtroppo bisogna convenire che i risultati ottenuti sono figli dell’improvvisazione. E’ vero che la società, Raffaele Trapani in testa, ha fatto di tutto per evitare la retrocessione diretta. E’ vero che a gennaio la squadra è stata rivoltata come un calzino, un po’ come facevano i mecenati di un tempo. Ma, alla luce di quelli che sono stati i risultati, bisogna dire che alcune carenze di ordine tecnico sono comunque emerse a più riprese, soprattutto quando c’era necessità, dopo aver sistemato adeguatamente l’apparato difensivo, di puntare anche su qualche vittoria.

Dalla cintola in su la squadra ha sempre stentato a manovrare. Le due fasce laterali, vere e proprie corsie di lancio per squadre che vogliono arrivare al gol,  sono risultate quasi sempre appannaggio degli avversari di turno. Solo in poche occasioni abbiamo potuto ammirare alcuni e sporadici  generosi slanci offensivi.  Fra questi, mi piace ricordare lo spirito di abnegazione di Imparato che, specie all’inizio, era sembrato straripante e portatore di una insperata ventata di freschezza atletica. Poi anche Imparato è tornato nei ranghi. Ha giocato buone partite ma non è stato mai più quello delle prime gare; non ha mai più avuto quegli slanci offensivi che lo avevano esaltato e che soprattutto avevano fatto galoppare la fervida fantasia dei tifosi.

Adesso che i giochi sono fatti, dico una cosa che mi sono tenuto dentro per evitare controproducenti polemiche, ma che ho sempre pensato. Credo, ad esempio, che la preparazione atletica, da definirsi goliardica, degli svincolati giunti a gennaio, abbia avuto un peso determinante nelle prestazioni complessive.

E’ notorio che ogni atleta reagisce in modo diverso alle sollecitazioni atletiche che gli vengono richieste. C’è chi ha bisogno di tempo per raggiungere una forma accettabile, c’è chi invece ha insperate energie che sprigiona tutte in una volta, pur non essendo all’apice della condizione fisica. Non altrimenti possono essere valutate le diverse prestazioni iniziali di Imparato, di Gatti, di Fusco e di Ginestra. Il primo, dirompente ed assatanato come chi non gioca una partita da una vita e vuole spaccare il mondo tutto in una volta; il secondo, apparentemente freddo, lineare, geometrico, ancorché in debito di ossigeno, capace di distribuire intelligentemente la palla ma anche di essere presente in tutte le zone del campo, tanto da essere accolto come l’uomo della Provvidenza in un centrocampo di grande frenesia ma qualitativamente povero di idee. Il terzo, Fusco, un tantino a disagio all’inizio; poi preciso e puntuale punto di riferimento per l’intero reparto in un crescendo rossiniano,  baluardo insormontabile della difesa. Il quarto, Ginestra, infine, inizialmente – a causa di una lunga inattività – non esente da colpe in un paio di gol incassati,  ma alla fine punto di forza indiscutibile dell’intera difesa.

Ma nemmeno si può dire che i guai della Paganese siano solo conseguenza di una carente ed iniziale preparazione atletica dei neo arrivati a gennaio, che – per quanto ne so – è stata recuperata grazie all’efficiente staff tecnico di cui la squadra disponeva, ma che – comunque – non ha potuto assicurare il top ad elementi privi della preparazione precampionato.

Tanto tempo fa, i cultori e i dicitori del calcio, quando le squadre esprimevano un calcio piatto, senza fantasia, senza invenzioni geniali, solevano dire: “senza ali non si vola”. Le ali erano i giocatori che adesso sono definiti di fascia; erano quelli che mettevano il pepe alle partite perché riuscivano con la loro velocità ed abilità ad andare a fondo campo per crossare al centro per gli attaccanti. I cross migliori erano quelli fatti da fondo campo con palla rimessa all’indietro per favorire l’impatto frontale e di anticipo degli attaccanti su difensori presi in contropiede. Ma chi li vede più le ali di una volta?

Quest’anno uno c’era, all’inizio: Triarico. Era guizzante, geniale, veloce; attaccava gli spazi, superava l’uomo che era un piacere. Il suo incedere elegante e raffinato entusiasmava le folle, quasi le arringasse in virtù di una velocità di esecuzione non comune. Rappresentava l’ala di una volta, uno di quelli che facevano galoppare la fantasia popolare e terrorizzavano le difese, solitamente più brave ad intrupparsi al centro che a contrastare sulle fasce laterali la velocità e la pericolosità di un attaccante vecchia maniera.

Poi sono venute fuori vecchia magagne, pare relative ad un infortunio mal curato negli anni precedenti. E’ certo solo che quel Triarico di inizio torneo non lo abbiamo più mai visto, anche quando è sembrato parzialmente recuperato, ma utilizzato in un ruolo che non è – e non sarà mai – suo.

La chiosa finale è per Raffaele Trapani, il presidente. Pagani deve essere sempre e comunque grata a quest’uomo capace di regalare alla città non solo sogni ed illusioni ma anche una C2 ed una C1. Certo, di sicuro Trapani qualcosa lo ha sbagliato; sarà il primo ad ammetterlo. Ma nessuno mai gli potrà rimproverare dedizione, amore, coraggio ed anche incoscienza. Criticare è facile, operare è difficile; ricordiamocelo sempre, anche nei momenti – come quello attuale – in cui ci sembra tutto sbagliato, tutto da rifare.

Tutti vorremmo sempre una squadra più forte, vincente; ma nella vita non è sempre facile coniugare i successi con una sana amministrazione delle risorse. Se vogliamo fare un discorso serio, fuori dalle righe, a Trapani dobbiamo riconoscere il fatto di non aver mai fatto il passo più lungo della gamba. Segno di grande maturità ed equilibrio.

Dobbiamo solo sperare che non molli. Così come viene spontaneo e naturale pensare nei momenti di crisi profonda immediatamente successivi ad una sconfitta, che non è solo quella numerica, in una partita di calcio.

Alzati e cammina, vecchia cara Paganese, con l’amorevole aiuto proprio di Raffaele Trapani; che non mollerà, siatene certi, se sentirà vicino l’afflato della comunità e di chi tiene al buon nome di Pagani sportiva. “Solo chi cade può risorgere” – suggeriva Humphrey Bogart, nell’omonimo film degli anni ’40.

Siamo caduti. Dobbiamo solo risorgere.

Nino Ruggiero

(Rubrica “Così è, anche se non vi pare”, Paganese.it  18 maggio 2011)

Nel nome di Luis Conforti

RITROVIAMOCI IL VENERDI’

Alzi la mano chi, tifoso della Paganese, non conosceva Luis Conforti, il mitico Zorro, personaggio folcloristico ancorché familiare e umano.
Lo ricordo giovane con i capelli neri, aitante, dall’aria un po’ guascone, un po’ bohemien,  arringare le folle ogni domenica mattina davanti al cancello della Villa Comunale al centro della città.

Era paganese purosangue, Luis, nato in uno dei vicoli storici della Pagani di una volta.
Poi, come capita nella vita, le vicissitudini familiari e di lavoro lo avevano trasferito a Nocera Inferiore al rione Calenda.  Lavorava all’Ospedale Umberto I° di Nocera e si era perfettamente integrato in quella comunità, rispettato e stimato sia sul posto di lavoro, sia dai nuovi vicini di casa.
Non aveva mai dimenticato le sue radici, anche quando di tanto in tanto – da autentico sportivo –  in compagnia di occasionali conoscenti, andava al San Francesco per vedere la Nocerina.
Ma quando la Paganese giocava in casa, ogni domenica mattina, si trasferiva nella sua città di origine perché doveva preparare la sua particolare partita, quasi come un calciatore che si appresta a scendere in campo.
Ed eccolo sul muretto di cinta della Villa Comunale, ore 11 in punto – quasi lo vedo, nonostante siano passati decenni –  circondato da una folla di giovani e meno giovani, esorcizzare simpaticamente e con quell’aria da eterno ragazzino le difficoltà della vita, con quella spada di latta che lo voleva Zorro, difensore dei deboli e degli oppressi, lui che non avrebbe mai fatto male ad una mosca.

Luis Conforti
Per anni Luis ha fatto sentire la sua voce di tifoso particolare in ogni trasmissione che si interessasse della Paganese. Nei vari collegamenti telefonici, approntati per la partecipazione del pubblico, non c’era bisogno che si presentasse, tanto erano inconfondibili la sua voce, la sua passione, il suo temperamento.

Nel suo cuore solo e soltanto la Paganese, ancora di più – se possibile – quando negli anni a seguire ebbe la sventura di perdere prematuramente la sua cara consorte.Con i capelli oramai radi e bianchi aveva abbandonato da tempo le sue apparizioni domenicali in Villa Comunale. Era comunque quasi sempre presente, quando i suoi acciacchi glielo consentivano, al “Marcello Torre” con quella classica bandiera tricolore sulle spalle, simbolo di una passione eterna per Pagani e per l’intera nazione.Scendeva in campo prima della partita, salutava ossequiosamente arbitro e avversari e poi di corsa simulava l’assalto a una delle due porte con una corsa che – con il passare degli anni – non era più quella di una volta.
L’ultima esibizione quindici giorni fa in occasione della sfortunata gara interna con lo Spezia.
Poi la triste notizia: Luis ci ha lasciati.Delle sue tante folcloristiche e qualche volta incomprensibili espressioni, rimane quella che ha sempre suscitato un brivido; quel “Quando si dice Pagani, si dice mamma!” è impresso indelebilmente nel cuore delle tantissime persone che lo hanno stimato e voluto bene.
Da domenica in poi dovremo imparare a fare a meno di un prologo e di un cerimoniale che ci erano tanto cari e che erano entrati di diritto nei nostri cuori.
Domenica contro il SudTirol ci sarà un nobile cuore in meno a palpitare per i nostri futuri destini. La sua scomparsa però non dovrà suonare come un segno di resa. Lo richiede proprio il ricordo di Luis.
Nel suo nome la squadra dovrà testardamente rincorrere quella che oramai è soltanto una speranza.
Bisognerà convincersi che quella di domenica non sarà una partita inutile, che cioè i giochi non sono già fatti. Dobbiamo vincere con due reti di scarto e sperare. Sperare proprio nel nome di Zorro, nel nome di Luis Conforti.

Nino Ruggiero

 (Trasmissione “Azzurrissima” di Telenuova, venerdì 13 maggio 2011)

Si salvi chi può…

Così è (anche se non vi pare)

Sempre più difficile, sempre più complicato, sempre più impossibile. Per come si sono messe le cose, solo un intervento dall’alto a questo punto può salvare la Paganese dal baratro della retrocessione diretta. Alto lo scriverei con l’iniziale in minuscolo, ma anche in maiuscolo l’intervento sarebbe oltremodo gradito. In minuscolo perché oramai è lampante come il sole che domenica Monza e Ravenna giocheranno per non farsi male. Il risultato della gara pare già scritto in partenza: zero a zero e tutti felici e contenti. Conterà poco quello che succederà al “Marcello Torre” tra Paganese e SudTirol, con gli azzurro-stellati costretti a vincere con uno scarto di due reti per poi sperare nelle disgrazie altrui.

Ma qualcosa potrebbe arrivare dall’alto, come dicevo prima, forse già al momento in cui queste note saranno pubblicate. Potrebbe essere la Commissione Disciplinare a sovvertire la classifica facendo sprofondare il Ravenna all’ultimo posto, con contestuale retrocessione diretta, per il noto rinvio a giudizio.

Altre strade non ne vedo. Perché, lo ribadisco, Monza e Ravenna domenica non avranno interesse a schiodare il risultato di parità a occhiali e se capitasse a una delle due squadre di segnare, perché può pure capitare, state certi che l’altra arriverà comunque al pareggio che è il risultato più scontato del mondo in questo tipo di partite. Almeno questa è la convinzione generale. Le speranze sono un’altra cosa.

La verità è che siamo messi proprio male, anche e soprattutto a causa di quella inopinata sconfitta interna con lo Spezia, arrivata proprio nel giorno in cui nessuno se l’aspettava. Questo è il calcio; hai voglia di fare calcoli. Quando sembra tutto scontato, quando ti sembra di aver superato i momenti più difficili, quando sei convinto di aver scalato montagne impervie, all’improvviso – come appunto nel caso della sconfitta con lo Spezia – ti casca il mondo addosso e – patapuffete! – sei nei guai fino al collo.

I risultati di domenica scorsa, scaturiti dai campi di calcio che più ci interessavano, non lasciano scampo.

Le speranze riposte nell’orgoglio del Como che affrontava l’antagonista territoriale di sempre, sono miseramente svanite sulle rive dell’omonimo lago nel tardo pomeriggio. Dimostrazione pratica che i detti popolari, tipo  “ognuno è arbitro del proprio destino”, hanno quasi sempre ragione.

Purtroppo – quando tutti noi magnificavamo le gesta della squadra, scordandoci del presente e del futuro – nella giornata campale che vedeva la Paganese di fronte allo Spezia, squadra che non aveva più niente da chiedere al campionato, ci siamo dati da soli la zappa sui piedi,  come si suol dire. Hai voglia, poi, di sperare sulle disgrazie altrui!

A Gubbio, si sapeva, le speranze di farla franca erano proprio pochine. Ha resistito mezzora la difesa paganese davanti ai tambureggianti attacchi del Gubbio. Ha resistito anche bene, raddoppiando a dismisura le marcature su Gomez, Daud e Galano che sembravano spiritati e ispirati come nelle giornate migliori. Raddoppi uno, raddoppi due, raddoppi anche tre; ma quanti ce ne vogliono per frenare un attacco a mitraglia come quello del Gubbio?  E Sandreani, questo centrocampista semi-sconosciuto alle grandi platee, chi lo tiene?

Proprio da quest’ultimo è partito il primo gol, quello che in definitiva ha tagliato le gambe alla Paganese. Il centrocampista del Gubbio è stato senza ombra di dubbio, assieme a Gomez che con quattro gol segnati tra andata e ritorno pare avere un conto personale da regolare con la Paganese, l’elemento più rappresentativo della squadra umbra. Pensate che Sandreani è da nove anni a Gubbio, quasi un record anche di dedizione ai colori sociali; attorno a lui, perno insostituibile e faro indiscutibile della manovra, Gigi Simoni ha costruito tutta l’impalcatura della squadra. Ecco cosa significa “programmazione”. Meditate, tutti voi che – molto spesso a sproposito – vi riempite la bocca di questa parola!

Nell’occasione del primo gol Sandreani è come se avesse compiuto un’opera d’arte. Mentre Di Pasquale e Casisa andavano a marcare Gomez tutto spostato sulla destra quasi vicino alla bandierina del calcio d’angolo, Sandreani si è fatto vedere in area, vi si è infilato, ha ricevuto il pallone solo soletto, ha scambiato con Raggio Garibaldi e poi ha rimesso all’indietro uno di quei palloni che non si possono rifiutare per l’accorrente Boisfer che, di piatto e di precisione, ha infilato a fil di palo. Azione gol da manuale del calcio. L’applauso quando ci vuole ci vuole.

Sandreani è risultato essere il prototipo dell’uomo guida, quello che sa prendere per mano la squadra per portarla avanti alla vittoria in virtù di una visione di gioco non comune; uno che non si limita a dispensare palloni ma è partecipativo; uno che – oltre a essere punto di riferimento costante di tutto l’architrave organizzativo del gioco – si inserisce con efficacia, sicurezza, classe e tempismo nelle azioni offensive che la squadra propone.

Passo a Gomez, altro pezzo pregiato della squadra. Ha dato dimostrazione di grande temperamento; in questa serie è sembrato sprecato, tanto straripante è apparso in più di un’occasione. Hanno fatto di tutto Radi e Fusco per frenarne l’irruenza e la genialità. Quando poi due minuti dopo il primo gol si è esaltato e se n’è andato in slalom fra tre, quattro difensori quasi come una lama calda che penetra nel burro, allora si è capito che la classe nel calcio non è acqua. Puoi organizzare tutto quello che vuoi e sai in fase difensiva ma quando si ha a che fare con un fuoriclasse, non ci sono tattiche che tengano. Onore e merito a questo immenso giocatore.

Quando si dice “qualità”: a Gubbio – bisogna ammetterlo sportivamente – la qualità quest’anno è stata proprio di casa. I campionati, diciamocelo francamente, non si vincono mai per caso.

Contro un Gubbio spiritato, che sprizzava salute da tutti i pori, la Paganese ha potuto ben poco. Si è difesa, ha cercato qualche sporadico contropiede, ma nulla ha potuto oltre una strenua difesa durata mezzora tanto era straripante la voglia dei padroni di casa di arrivare alla vittoria. Com’era logico, senza nulla togliere alle prestazioni di Casisa e Liccardo, si è sentita molto la mancanza di due giocatori del calibro di Gatti e Vicedomini che avrebbero potuto supportare meglio la squadra nei momenti di maggiore pressione offensiva del Gubbio.

Adesso nella partita con il SudTirol bisognerà fare a meno anche di Tortori e Fusco. Quest’ultimo è stato espulso senza alcuna colpa – come capitò con la Salernitana in casa – proprio sul finale della partita per un intervento, giudicato falloso, su un avversario.

Possibile – dico io – che non ci sia mai un collaboratore dell’arbitro in linea che aguzzi bene la vista sugli interventi del giocatore? Era pulito e netto l’intervento, interamente sul pallone, senza alcun dubbio, ma l’arbitro, ineffabile, ha espulso il calciatore assegnando anche un calcio di rigore alla squadra di casa.

Ve l’immaginate una decisione del genere se la partita fosse stata sul risultato di parità? Non oso pensarlo.

Non posso dire altro. Mentre scrivo, siamo fra “color che son sospesi”, o – forse, più appropriatamente, volendo essere realisti – siamo come un imputato in attesa di giudizio. Speriamo bene.

Nino Ruggiero

(Rubrica “Così è, anche se non vi pare”, Paganese.it  11 maggio 2011)