Reggina-Paganese 0-1

il gol di Silvestri

Il gol che ha deciso l’incontro, realizzato da Silvestri con un tiro da oltre trenta metri.

Vince di misura la Paganese, in una di quelle classiche partite agostane che sanno più di sgambatura che di altro, sotto un sole cocente, in un orario decisamente più adatto a una bella siesta che a una partita di calcio.
La squadra azzurro-stellata, ancora incompleta nei suoi organici, ha incontrato al “Marcello Torre”, invertendo i campi, la Reggina che, da quello che si è capito, probabilmente accusa anch’essa problemi di organico. Due squadre, insomma, ancora alla ricerca di una propria identità in vista dell’imminente inizio di campionato.
La Paganese è andata meglio, non solo per il risultato positivo conseguito, rispetto alla precedente gara con la Vibonese. L’ingresso in formazione di Silvestri al centro della difesa ha consentito a Grassadonia di poter muovere meglio le pedine a disposizione. I due centrali di difesa, Silvestri e Mansi, hanno dato l’impressione di avere già un buon affiatamento tanto da non consentire agli attaccanti reggini di rendersi particolarmente pericolosi. L’ingresso di Silvestri al centro della difesa è coinciso con lo spostamento di Longo e Della Corte rispettivamente come difensori di fascia destra e sinistra.
La squadra è sembrata più armonica nello schieramento grazie anche all’innesto di Parlati che è riuscito a ritagliarsi uno spazio nella manovra di centrocampo affidata alle mani esperte di un Pestrin; il calciatore ex Salernitana è apparso in netto miglioramento ancorché assistito da un effervescente Bernardini, destinato – per chiari meriti acquisiti sul campo – a essere inserito in pianta stabile nella rosa dei titolari.
Note positive anche in avanti con Cicerelli che riesce a interpretare alla grande sia la fase difensiva, sia quella offensiva, così come vuole Grassadonia. L’attaccante è già in piena forma e le sue accelerazioni e i cambi di passo denotano una crescita professionale che se dovesse continuare – e spero proprio di sì – lo porterebbe molto in alto.
Bene ancora una volta Caruso, sia nel primo tempo quando ha recitato il ruolo di prima punta, sia nel secondo tempo quando si è spostato sulla fascia destra.
La Paganese, al momento, è ancora un cantiere aperto, e non potrebbe essere diversamente con tutti i problemi che la società si è trovata a risolvere; inoltre, è vero che si registrano buone impressioni complessive, ma è anche vero che Vibonese e Reggina, con loro buona pace, non possono costituire banchi di prova impegnativi in vista di un campionato che si preannuncia agguerritissimo.
Ma tutto si delineerà a fine mese, dopo il fatidico, definitivo pronunciamento da parte del Tar Lazio.
Allora, forse è il caso di incrociare per bene le dita…

Un cioccolatino dalla Befana

Così è, anche se non vi pare

De Sena in area sannita

De Sena in area sannita

Il cuore, certo il cuore. Meno male che c’è il cuore, un muscolo che non sta mai fermo e che trasmette energie vitali. Con il cuore, che rappresenta la vita, si possono affrontare a viso aperto anche i valori tecnici che nel calcio non sono tutto; rappresentano molto nel calcio le qualità tecniche, ma – per fortuna – non rappresentano l’assoluto. Se dovessero prevalere sempre e solo le doti tecniche non ci sarebbe mai partita e vincerebbero sempre le squadre più forti, quelle che spendono e spandono; il calcio perderebbe tutto il suo fascino e le partite avrebbero già una sorte segnata in partenza. Ma non è così.
Il cuore è risultato l’invitato più prestigioso nel derby Paganese-Benevento. Tanto cuore, tanto ardore, tanto garibaldino entusiasmo da parte dei giovanotti in maglia azzurro-stellata, messo in mostra soprattutto nella seconda parte della gara, meritavano un premio; lasciamo perdere i valori tecnici, lasciamo stare le pecche che c’erano e ci sono, scordiamoci anche, per un attimo, di aver tanto penato e sofferto dal mese di settembre ad oggi. Ci sono valori, nel calcio, che ti trascinano, che ti fanno entusiasmare, che ti fanno trepidare, che ti fanno sentire vivo, che ti fanno amare quello che resta lo sport più bello del mondo; sono i sentimenti pregnanti della vita, con le sue passioni, con gli stati d’animo che solo chi frequenta le scalee di uno stadio può capire e condividere.
E’ bello il gioco del calcio! E sapete perché? Perché il campo ragiona – oltre che con i valori tecnici che sono indiscutibili e alla base dei successi – anche con il sudore della fronte, con l’agonismo, con la forza che hai nelle gambe. Quando perdi per zero a uno, quando la squadra avversaria sembra padrona del campo in virtù di una migliore organizzazione di gioco e per una classe superiore dei suoi componenti, basta un’invenzione come quella di Panariello con pallone scaraventato, a mo’ di liberazione, nell’angolino alto alla destra di Gori da buoni trenta metri, per rimettere tutto in gioco, per farti ammettere che in fondo una partita è pur sempre una partita e che niente deve intendersi come scontato.
A pareggio ottenuto, in un pomeriggio plumbeo, su un campo ridotto ad un vero e proprio acquitrino, viene finalmente fuori lo spirito guerriero di una banda di ragazzi che intuiscono di stare lì lì per compiere un’impresa. Vedo volti stanchi, sfigurati dal fango, maglie azzurre pregne di fanghiglia e mi ritornano in mente le gesta pioneristiche di atleti degli anni cinquanta/sessanta, di calciatori che giocavano con un fazzoletto legato alla fronte per colpire meglio di testa palloni che allora pesavano un accidente. Un copione di un calcio di altri tempi che i ragazzi di Belotti interpretano con orgoglio, passione e furore agonistico, come cavalieri senza macchia e senza paura.
Il pareggio finale ha il sapore di una vittoria. Dagli spalti applausi scroscianti dei pochi temerari; applausi che mancavano al “Marcello Torre” da tempo immemorabile; segno indiscutibile di partecipazione e di coinvolgimento in una specie di battaglia combattuta sul campo ma anche, idealmente, dalla scalee.
Le note tecniche in una partita del genere passano in sottordine. Con il materiale a disposizione, con una squadra orfana di Pepe, Franco e Giampà, elementi considerati titolari partiti in direzione di Messina e di Lamezia; con le assenze di William, Amelio e Iraci per infortuni vari, va in campo una squadra rabberciata al massimo.
Tanto rabberciata che presenta molti elementi fuori ruolo, adattati per la particolare circostanza. Dall’altra parte il Benevento; quadrato in tutti i reparti, nomi altisonanti in panchina e in tribuna. Una squadra che dovrebbe spaccare il mondo ma che da anni non riesce a spiccare il volo. Una gara sulla carta affatto proibitiva per i sanniti, contro una Paganese allo sbando; una squadra all’ultimo posto in classifica, con un allenatore fresco di nomina, con addii e partenze da vera e propria Stazione Termini.
Gara dall’esito scontato? Mai niente nel calcio è scontato, anche se – soprattutto da parte di uno sfiduciato ambiente locale – credo che nessuno in partenza avrebbe scommesso un euro su un risultato di parità.
Primo tempo come da copione: Benevento padrone del campo e difesa locale sempre in ambasce per mancanza di filtro a centrocampo. Storia vecchia che si ripete e porta il Benevento al vantaggio per mancata chiusura in diagonale di un difensore; niente da fare per Volturo. Il portierino è chiamato ad un super lavoro e lo svolge egregiamente, soprattutto quando para da campione un rasoterra micidiale di Mancosu. Finisce il primo tempo e Belotti nell’intervallo rimodula la squadra. Entrano Ceccarelli al posto di Toppan e Beretta al posto di Deli. Si dice che le partite si vincono anche dalla panchina; è vero parzialmente, a seconda dei risultati che si ottengono. Questa volta la mossa riesce. Potrebbe trattarsi di intuizione tattica, di buona sorte o anche solo di coincidenze: gli ingressi in campo di Ceccarelli e di Beretta danno una vitalità diversa alla squadra. Ceccarelli si presenta subito sulla fascia sinistra con una bella sgroppata e un cross millimetrico al centro, ma soprattutto il ragazzo non sta mai fermo e sembra avere l’argento vivo addosso. Beretta, abituato più a stazionare nelle aree di rigore avversarie, a centrocampo fa valere la sua stazza e riesce a dare un valido supporto a Velardi e Martinovic costantemente in inferiorità numerica per tutto il primo tempo.
Quando arriva l’eurogol di Panariello si intuisce che l’impresa è possibile, che quel manipoli di ardimentosi sanno stringere i denti, sanno soffrire e possono portare a termine positivamente una gara considerata impossibile.
Considerazione finale. Abbiamo ritrovato lo spirito guerriero di una squadra allo sbando; la Befana è stata generosa e ci ha portato un delizioso cioccolatino; ma non illudiamoci più di tanto. Servono rinforzi ed anche presto, anche se Belotti avrà intuito che qualche giovanotto di belle speranze c’è e va valorizzato.
Nino Ruggiero

Paganese, hai … toppato

Così è, anche se non vi pare

La gioia di Deli dopo il gol

La gioia di Deli dopo il gol

Devo parlare di calcio? Parliamone pure, anche se la voglia è poca; anche se, per questa brutta storia dei derby a porte chiuse, è stata svilita la nobile essenza del gioco più bello del mondo.
La partita con la Nocerina l’ho vista in tv, ma ne avrei volentieri fatto a meno proprio per gli accadimenti che l’hanno preceduta. Per mantenere fede a un impegno preso con i miei quattro-cinque affezionati lettori, ho fatto violenza al mio primordiale istinto che mi invitava a interessarmi del presepe che, per tradizione, ogni anno preparo con le mie mani.
Ha vinto la Nocerina ma la Paganese, come al solito, ci ha messo del suo. Non so se Raffaele Trapani, presidente e tifoso, che stimo molto per tutto quello che ha fatto nella storia della Paganese, parlerà ancora di nono posto come obiettivo. Io non lo farei, per la serietà dell’operato che lo ha sempre contraddistinto.
Non ci sono retrocessioni? Il bilancio della società deve essere salvaguardato? Nulla quaestio. Io al suo posto – direi solo e semplicemente: “questi sono i giocatori, questa è l’idea della società in fatto di valorizzazione giovanile; verrà quello che verrà, noi continueremo ad andare avanti con questa squadra e con questo allenatore. Mi dispiace doverlo dire, ma chi ci vuole seguire ci segua. Altro non possiamo fare”.
Un modo chiaro, netto, di dire come stanno le cose, al di là delle valutazioni che potrà fare ogni singolo seguace degli uomini in maglia azzurro-stellata. Ma, per favore, cerchiamo di parlare chiaro a quei pochi che ancora hanno la Paganese nel cuore. Credo sia deleterio continuare a mettere pannicelli caldi come panacea di un male che invece avrebbe bisogno del bisturi.
È dall’inizio dell’anno calcistico che mi affanno a dire che la politica dei giovani va curata e seguita. I giovani non crescono mai e danno pochi risultati concreti se non sono assistiti in campo da atleti esperti e di valore. Ho citato a più riprese una squadra giovane e brillante, il Policoro, di fine anni Sessanta. Era una squadra composta da tutti giovanissimi alle prime armi e disputava il campionato di serie D. Giocava e metteva in difficoltà tutte le squadre che incontrava. Però perdeva quasi sempre e si classificò all’ultimo posto. Perché? Per inesperienza; perché non aveva elementi di personalità nei punti chiave. Prendeva gol a iosa; gol assurdi anche se aveva un portiere bravo come Birtolo che arrivò poi a giocare in serie B con il Taranto.
Ritornando a noi, dico che per principio non sono mai estremamente severo nei confronti degli allenatori, e vi dico anche perché. Parto dal presupposto che ogni persona che siede in panchina ha un minimo di preparazione e competenza; se uno fa un mestiere di sicuro non può essere un improvvisato. Ovviamente, come in tutti i mestieri e le professioni c’è il più bravo e il meno bravo; ma di certo una preparazione di base c’è sempre. Di conseguenza credo che quando i risultati sperati non arrivano le colpe non sono da una parte sola. Ho dato sempre poca importanza ai nomi degli allenatori perché sono convinto che l’allenatore considerato bravo sia quello che vince; puoi essere anche un grande lavoratore, uno che perde giornate intere sul campo, ma se non vinci non sei nessuno.
Piuttosto, nel caso nostro, a Maurizi imputo due cose. La prima, la più importante: non aver richiesto alla società, in tema di campagna acquisti – pretendendolo – tre/quattro acquisti di spessore nei punti chiave della formazione; una specie di salvagente o – se preferite – pilastri per le fondamenta di quello che sarebbe stato poi il palazzo da costruire. La seconda: di non aver dato una mentalità vincente alla squadra, a prescindere dai moduli tattici da scrivania che onestamente io non sopporto perché una cosa è la lavagna, un’altra cosa è il campo di gioco.
Nell’incontro farsa con la Nocerina, paradossalmente, i ragazzi in maglia gialla (la scaramanzia oramai non funziona più!) hanno forse giocato la gara più intensa del loro campionato. Forse meritavano anche il pareggio in termini di risultato. Ma ancora una volta il reparto difensivo ha sbagliato di grosso su due innocui palloni. E una squadra non può permettersi il lusso di regalare due gol agli avversari. Forse, e senza forse, a fine dicembre si dovrà pensare, se non altro, a sfoltire una rosa particolarmente copiosa.
E chissà che il presidente Trapani non riveda le sue posizioni in tema di potenziamento. Forse c’è ancora tempo per recuperare una tifoseria allo sbando e che si disaffeziona giorno per giorno. Il nono posto, mi dispiace dirlo, a questo punto, c’entra come cavolo a merenda.
Vorrei tanto che la mia diagnosi fosse errata, ma non credo.

Nino Ruggiero

Le rivoluzioni di gennaio che non ci sono più

Così è, anche se non vi pare

Uno dei rari interventi del portiere Koprivec

Uno dei rari interventi del portiere Koprivec

Dopo aver assistito allo scempio della partita con il Perugia, ho l’impressione che il titolo della mia rubrica andrà, come si suol dire, a carte quarantotto. Perché? Embè, credo che tutto quello che dirò, e anche quello che non dirò solo per non affondare ulteriormente la lama nella piaga già abbondantemente devastata e martoriata, sarà ampiamente condiviso e anzi ci sarà pure qualcuno che mi rimprovererà per essere stato tenero.
La rubrica, almeno oggi, dopo la disastrosa disfatta accusata con il Perugia, potrebbe assumere un’altra titolazione, diciamo: Così è, e siamo tutti d’accordo invece del tradizionale e, ad oggi, anacronistico Così è, anche se non vi pare.
Dopo l’ultimo attacco di fegato subìto inopinatamente nel pomeriggio di ieri – devo per forza di cose ripetere quanto sostenuto con questa rubrica fin dalla prima giornata del campionato in poi, non di più. Lo so, è facile dire “l’avevo già previsto”; ma a questo punto, con una situazione di classifica che sfiora la nullità, con assoluta mancanza di risultati, con prestazioni indecorose e al limite della decenza, con lo spettro incombente di una resa incondizionata nei confronti di altre squadre che dovranno essere incontrate da qui alla fine, mi sembra di poter dire che si è proprio toccato il fondo. Di chi la colpa? Del tecnico, della squadra, della società? Intendiamoci, sappiamo tutti bene che quest’anno in mancanza di retrocessioni si è cercato di attuare una politica di austerity. Credo che nessuno abbia mai preteso l’allestimento di una grossa squadra, consci dell’attuale congiuntura economica che attanaglia il Paese; ma una squadra decente, composta da giovani di belle speranze con l’innesto di tre-quattro calciatori di peso e di esperienza era nelle aspettative generali. Invece, purtroppo, ci ritroviamo con una squadra che ci fa rodere il fegato e con una desertificazione storica di pubblico. Ieri, ad esempio, con tutte le giustificazioni possibili ed immaginabili del sabato e della giornata piovosa, al fischio di inizio mi sono ritrovato con tre o quattro compagni di sventura su una tribuna assolutamente vuota; e gli altri settori non è che scherzassero…
Le squadre di calcio sono come i palazzi: si devono costruire dalle fondamenta. Inutile pensare ai dettagli e alle rifiniture se non si è cominciato dalle basi. Difesa e centrocampo costituiscono le fondamenta delle squadre di calcio. Purtroppo, la difesa della Paganese presenta lacune di ordine strutturale; non ha un leader che sappia prenderla per mano nei momenti critici della partita, che infonda coraggio e sappia suggerire la posizione tattica da tenere ai colleghi di reparto; e si sa quanto conti avere un elemento di peso e di esperienza che mette tranquillità a un reparto. Ricordate, tanto per essere nel tema, le figure di De Sanzo, di Taccola, di Fusco? Ad esempio, la facilità con la quale l’attacco del Perugia ha imperversato nella seconda parte della gara in una difesa smarrita, tagliata come da una lama calda nel burro, ha lasciato interdetti i pochi temerari presenti sulle scalee. Ad un certo punto è parso di assistere a una gara di allenamento, di quelle che una squadra di serie superiore disputa il giovedì con una squadra di categoria inferiore.
Eppure il primo tempo aveva lasciato una discreta impressione. Addirittura dopo due minuti il Perugia era stato graziato da un mancato impatto, a due passi dalla porta, di De Sena liberato, solo soletto, davanti a Koprivec da uno splendido servizio di William. Poi c’era stato il rigore, realizzato impeccabilmente per due volte dallo stesso De Sena e il Perugia aveva stentato parecchio per arrivare al pareggio.
Le partite, specie quando si incontra una squadra come il Perugia costruito senza risparmi e che addirittura si è preso il lusso di avere in panchina elementi come Mazzeo e Vitofrancesco, si possono anche perdere, ma la disfatta – consentitemelo – è un’altra cosa.
Non so come finirà la telenovela con l’allenatore Maurizi, cui imputo soprattutto due cose: 1) di non aver chiarito i termini del suo pensiero calcistico, 2) di aver consigliato l’acquisto di calciatori di cui si poteva benissimo fare meno, in presenza di un progetto giovanile.
Primo punto: si è partiti con un’idea tattica rivoluzionaria che prevedeva un calcio offensivo e poi man mano ci si è ridotti a giocare di rimessa, senza avere nemmeno gli uomini adatti per farlo, aggiungo; secondo punto: un calciatore “over” deve fare la differenza in campo, sia in termini di esperienza, sia perché deve saper guidare un reparto. In caso contrario, è meglio schierare un giovane; almeno si dà sostanza anche ai premi previsti dalla Lega.
Con questi “chiari di luna” ci avviamo verso la conclusione del girone di andata e verso quella che in altre epoche, quando ugualmente la squadra non girava nel verso desiderato, si sarebbe chiamata la “rivoluzione di gennaio”. Ma adesso, senza retrocessioni, con l’agognato nono posto che si allontana sempre di più, come la mettiamo?
Nino Ruggiero

La favola della bacchetta magica

Così è, anche se non vi pare

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Finale da spiaggia inoltrata, come da copione. In campo: assenti, tanti; presenti, non pervenuti o quasi. Conto la bellezza di cinque assenze rispetto alle ultime gare: Marruocco, Fusco, Fernandez, Ciarcià, Soligo. Manca pure Scarpa, oramai da tempo relegato in panchina.
Il sipario del campionato è ancora alzato solo per questione di cartellone, ma gli attori sono già da tempo dietro le quinte. Hanno raggiunto il traguardo di minima e si sentono appagati; largo dunque alle cosiddette seconde linee, ai comprimari, che sono e restano tali per motivazioni e per scarsa caratura tecnica.
In tribuna ci guardiamo intorno: pochi volti, i soliti, quelli che non mancano mai. Tanti sediolini vuoti, molti più del solito. Rimbomba una battuta: “Meno male, mi hai conservato il posto: ho fatto tardi a causa della Formula uno. Però ha vinto la Ferrari!” e si comincia.
È squadra vera il Perugia. La difesa è la migliore del campionato assieme al Frosinone per gol incassati in trasferta e lo dimostra subito anche a Pagani. A centrocampo gli umbri recuperano un marpione del calibro di Italiano, che, per chi non lo sapesse, ha un curriculum di tutto rispetto fra serie A e serie B e che, a dispetto dell’età (trentasei anni suonati), ha la vitalità di un giovanotto. Con Italiano, Dettori (altro centrocampista che la Paganese ha sempre cercato ma non ha mai trovato) e con il giovane Moscati, i perugini prendono il sopravvento nella zona centrale del campo, là dove si costruiscono i successi. Al primo attacco il Perugia è già in vantaggio. Basta un calcio d’angolo per mettere in crisi l’apparato difensivo degli azzurro-stellati. Sulla battuta dalla bandierina è solo al centro dell’area il difensore Lebran che di testa fa secco Robertiello. I difensori della Paganese risultano non pervenuti. Sullo svantaggio inopinato, c’è una certa reazione più che altro di orgoglio. Nunzella e Caturano sono i più attivi e proprio quest’ultimo propizia una grande occasione da rete. Scende prepotentemente sulla fascia sinistra e cross al centro di precisione. Girardi non riesce ad impattare la sfera che termina sui piedi dell’avanzatissimo Calvarese. Il difensore è come preso in controtempo e, ad un passo dalla porta sguarnita, riesce solo a colpire goffamente il palo. Ma la Paganese è saldamente nelle grinfie del Perugia che mostra di avere classe, metodo, garretti saldi e morale alto, tutte qualità che fanno grande una squadra di calcio. Anche il secondo tempo dice poco in termini di gioco e di spettacolo. Il Perugia si accontenta di controllare la partita e quando se ne presenta l’opportunità, come in occasione del gol realizzato da Dettori dopo uno scambio con Fabinho, non se la fa scappare di mano. La Paganese, che nel frattempo ha perduto Franco per infortunio, è chiaramente anche in debito di ossigeno. L’ingresso di Neglia vivacizza di un tanto la manovra sulla trequarti campo, ma le poche occasioni da rete vengono sprecate, una dietro l’altra, da Fava che tira addosso al portiere in uscita e da Girardi che, nei minuti di recupero, riesce solo a colpire un palo.

Finisce la partita, finisce il campionato e non si può dire che gli animi della tifoseria siano particolarmente eccitati per una salvezza che rappresenta solo l’obiettivo di minima fissato dalla società.
Credo sia arrivata l’ora di tracciare un bilancio, come mi chiede più di qualche buon amico che segue le mie note da lontano. A bocce ferme, a conclusione dei lavori, bisogna per prima cosa ringraziare ancora una volta Raffaele Trapani e i suoi più stretti collaboratori; hanno mantenuto la categoria e la manterranno anche il prossimo anno, visto che non ci saranno retrocessioni. Forse – e senza forse – qualcosa in più si poteva ottenere da un campionato che è stato disputato all’insegna di una irritante altalena di risultati; un giorno sugli altari, un altro nella polvere.
Qualcuno ha creduto di individuare in Grassadonia il peggiore dei mali di questa Paganese; io ci andrei cauto, con tutte le riserve possibili che ho sempre esternato sul modulo adottato dalla squadra, specie per quello che riguarda l’organizzazione del gioco di centrocampo. Gli allenatori danno direttive, seguono i calciatori, studiano gli avversari, hanno il polso della squadra in ogni momento proprio perché li hanno a portata di mano, ma non sono tutto e soprattutto non hanno bacchette magiche. Tutti quelli che allenano in una certa categoria hanno conseguito un patentino. La legge del calcio è impietosa: è bravo chi vince, non chi – pur lavorando sodo – non vince. L’allenatore viene giudicato sulla scorta dei risultati ottenuti. E i risultati, in massima parte, li determinano i valori dei calciatori perché l’allenatore – a mio parere – conta fino ad un certo punto. Proprio perché rappresentano valori aleatori, non esiste l’allenatore bravo e quello meno bravo. Prendete il caso del Palermo e del suo presidente Zamparini, noto mangia-allenatori. Non so più quante panchine abbia cambiato Zamparini negli ultimi anni, in una specie di gara particolare con Cellino, presidente del Cagliari. Ebbene, cambia oggi, cambia domani, Zamparini si è ritrovato in serie B. Colpa di chi? Dei tanti allenatori occorsi al capezzale del Palermo? Tutti scarsi, tutti scadenti? Non credo.
Grassadonia è un giovane allenatore che sta facendo esperienze e che dalla parentesi paganese – soprattutto se mostrerà di essere più sereno, meno intransigente, con meno vis polemica – trarrà buoni insegnamenti per il futuro. Oggi per lui è il momento dei saluti, del distacco e di qualche rimpianto.
Meno male che è finita: che strazio, che tortura, che supplizio quest’oggi per i pochi irriducibili sugli spalti, in numero sempre inferiore ma sempre più incrollabili per l’amore portato alla casacca azzurro-stellata: fede ferrea, caldo o freddo che sia, pioggia o non pioggia.
Questo è il calcio che ci piace. Questo è il calcio che vorremmo continuare a seguire, oggi e soprattutto domani.
Nino Ruggiero

Dubbi, tanti. Certezze, poche

Così è (anche se non vi pare)
OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Dubbi, tanti. Certezze, poche. Si consuma lentamente il calvario calcistico di una squadra che poteva dare tanto, ma che alla fine ha dato poco; di sicuro meno di quanto si aspettassero dirigenti e tifosi. Contro il Frosinone, nella gara dei rimpianti e delle false attese, vince però la buona fratellanza; quella consolidata da tempo fra le tifoserie di Frosinone e di Pagani. Ed è già molto di questi tempi.
La gara dice e non dice, come da abitudine inveterata in questo campionato che si avvia stancamente alla fine. Dice, ad esempio, che l’equilibrio tattico non è una parola astratta e non è un valore che si compra sulle bancarelle. Tanti anni fa Gennaro Rambone, all’epoca allenatore del Catania in serie B, quando la squadra non rendeva come nelle aspettative ritenne di giustificarsi con il presidente Massimino. “Mi dovete dare tempo – disse – c’è bisogno ancora di amalgama: ecco perché la squadra non rende”. E Massimino, al cui nome oggi è legato lo stadio etneo, di rimando: “Rambone – rispose – non mi piace questa giustificazione. Abbiamo comprato tanti giocatori, vuol dire che faremo un altro sforzo e compreremo pure Amalgama”.
Aneddoto simpatico a parte, l’amalgama e l’equilibrio tattico rappresentano punti essenziali di una squadra di calcio. E, purtroppo, nella Paganese di quest’anno di equilibrio ce n’è stato poco. Solo qualche accenno nelle ultime giornate quando è stato finalmente schierato un centrocampo a tre, con Romondini vertice basso pensante, con Franco e Soligo ai fianchi, quest’ultimo assente ieri per squalifica. Sarà anche un caso, ma i risultati migliori sono stati ottenuti quando la squadra è apparsa più quadrata, nel senso etimologico della parola. Nel calcio senza equilibrio, senza amalgama non si va da nessuna parte, in termini di coesione dei vari reparti. Le individualità contano, certo, ma non sono tutto; questo perché il calcio resta un gioco di squadra e le individualità – quando sono eccelse – devono essere spese nell’interesse complessivo della squadra. Quando c’è equilibrio tattico, quando la difesa è ben protetta da un efficace filtro a centrocampo, quando i calciatori si sacrificano – avendone le caratteristiche – per dare consistenza all’assieme della squadra; quando i calciatori riescono ad interpretare in modo soddisfacente sia la fase di non possesso, sia quella di ripartenza, allora si può parlare di squadra equilibrata o ben amalgamata. Ma c’è bisogno di avere i requisiti giusti. Un calciatore può decidere di sacrificarsi al massimo ma deve avere le giuste caratteristiche, altrimenti si snatura; e non rende. L’esempio calzante è rappresentato dalla metamorfosi di Ciarcià, che è un altro calciatore – rispetto a quello visto nella parte iniziale del campionato – per brillantezza, per dedizione, per applicazione. Oggi Ciarcià è un calciatore universale; lo trovi dappertutto, in difesa, a centrocampo, in attacco. E le sue prestazioni al servizio esclusivo della squadra non sono mai banali, tanto da segnalarsi sempre fra i migliori in campo.
La Paganese delle ultime giornate, specie quella di Andria, aveva dato fiato alle trombe di vecchie e malcelate aspirazioni di alta classifica; si era ben difesa, aveva annullato le potenzialità degli avversari in virtù di un filtro efficacissimo a metà campo ed aveva dimostrato di saper ben ripartire per fare male con rapide azioni di contrattacco. La vittoria in trasferta aveva riaperto in qualcuno la strada della speranza. Pie illusioni. Il Frosinone ha riportato tutti con i piedi per terra.
Contro i ciociari c’è stato un certo equilibrio tattico, ma solo per un tempo, il primo. Con Franco e Lulli ai fianchi, Romondini ha saputo giostrare da par suo illuminando il gioco con sapienti tocchi non disdegnando peraltro di controllare Carrus, altra fonte di gioco, ma di parte avversa. Occasioni da rete su entrambi i fronti; gara aperta ma Paganese molto reattiva a centrocampo dove spesso si decidono le sorti delle partite.
Poi nella ripresa, Grassadonia ha ritenuto di tirare fuori Lulli e di dare spazio a Scarpa che ha altre caratteristiche e che, con tutta la buona volontà, non ha il passo del centrocampista di ruolo. Sarà un caso, ma proprio dopo l’uscita del giovane centrocampista, il Frosinone, cui non stava bene il risultato di parità, ha calato sul tavolo tutte le sue carte per arrivare alla vittoria, riuscendo per prima cosa a prendere il comando delle operazioni a centrocampo. E’ arrivato così il bel gol di Ganci, terminato prima sul palo interno e poi in rete, ma Marruocco ha continuamente dovuto fare sfoggio di tutta la sua bravura e della sua forte personalità per sventare minacce per la sua porta.
Perso per perso, allora Grassadonia – a cinque minuti dalla fine – ha tirato fuori la mossa della disperazione; dentro Babù e fuori Agresta.
Babù, vero oggetto misterioso del campionato, impiegato sulla fascia destra del campo, è stato dirompente nei pochi minuti in cui è stato in campo e ha messo lo zampino per arrivare al pareggio. Fava, subentrato a Caturano, non ha perdonato, mettendo a segno, come ai vecchi tempi, il gol del pareggio.
Dubbi, tanti. Certezze, poche; dicevo all’inizio. Sulle poche certezze bisognerebbe cominciare a costruire la squadra del domani, anche se bisogna sempre fare i conti con i giovani che un anno sono under e l’anno dopo non lo sono più, oltre che con le relative società di appartenenza. Ma certezze come Marruocco, Fernandez, Fusco, Ciarcià e Romondini vanno tenute in debito conto.
Beninteso a salvezza matematica ottenuta.
Nino Ruggiero

Poteva essere, ma non è stato

Così è (anche se non vi pare)

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Il traguardo di minima se non è stato raggiunto poco ci manca. Solo la matematica che è una scienza esatta, a differenza della materia calcistica, si deve pronunciare; ma l’impressione è che i giochi – per quello che riguarda la salvezza – siano fatti.
Forse poteva essere diverso l’obiettivo dell’annata; ma senza controprova non si va da nessuna parte. La partita con l’Andria – dicono le cronache pugliesi – ha evidenziato una Paganese finalmente cinica e determinata. Una squadra tetragona, forte e impenetrabile con una difesa di ferro imperniata sull’esperienza di Marruocco, di Fusco e di Fernandez, affiancati dagli emergenti Perrotta e Nunzella. E poi un Caturano scatenato, un calciatore rinato; ancora un gol e un “quasi gol” che sembrava essere destinato in fondo al sacco.
Tanti anni fa, i cultori del calcio all’italiana – Gianni Brera in testa – propugnavano una tesi di ordine tattico che secondo me non è mai andata in naftalina: difesa ferrea, protetta da un grande filtro a centrocampo e attaccanti pronti a ripartire per fare male in contropiede. Una tattica che premiava l’astuzia e contemporaneamente la qualità – perché senza qualità, anche se schieri tanti difensori, non si è andati mai da nessuna parte. Una tattica intesa come restrizione degli spazi agli avversari ma anche propositiva perché doveva sfruttare gli spazi che gli avversari inevitabilmente lasciavano liberi per quelli che una volta si chiamavano contropiede e che adesso si chiamano ripartenze.
Sarà anche un caso, non lo so, ma mi pare che i risultati più sorprendenti e più significativi la Paganese di quest’anno li abbia ottenuti quando ha puntato sull’equilibrio tattico. Grassadonia forse qualche dubbio di ordine tattico deve averlo avuto se nelle ultime partite ha dato spazio a Franco per fiancheggiare Romondini e Soligo a centrocampo.
Non ho mai parlato di numeri e di strane formule da lavagna che rendono poco l’idea di una battaglia calcistica. Il calcio è dinamismo, è frenesia, è vita: se usiamo i freddi numeri, tipo 4-4-2, 3-5-2 se non addirittura dividendo il campo in quattro sezioni, tipo 3-4-2-1, vuol dire che abbiamo capito ben poco di un gioco che non può essere paragonato a una partita di dama o di scacchi.
Voglio dire solo che la Paganese sembra aver finalmente trovato una sua identità, forse anche grazie anche alla riconferma degli stessi uomini. Oggi la squadra appare più omogenea, tatticamente più accorta, con tre centrocampisti e due esterni bravi a interpretare sia la fase difensiva che quella di rilancio.
Poteva forse essere e non è stato. Peccato per una fase intermedia del campionato che ci ha consegnato spesso una squadra non all’altezza delle sue prestazioni migliori. Poteva essere ma non è stato, certo; però va anche detto che in terza serie, per la prima volta, nella gestione Trapani, la squadra si salva senza grossi affanni.
Non è moltissimo, considerate le mire ambiziose della società, ma non è nemmeno poco.
Nino Ruggiero