La favola della bacchetta magica

Così è, anche se non vi pare

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Finale da spiaggia inoltrata, come da copione. In campo: assenti, tanti; presenti, non pervenuti o quasi. Conto la bellezza di cinque assenze rispetto alle ultime gare: Marruocco, Fusco, Fernandez, Ciarcià, Soligo. Manca pure Scarpa, oramai da tempo relegato in panchina.
Il sipario del campionato è ancora alzato solo per questione di cartellone, ma gli attori sono già da tempo dietro le quinte. Hanno raggiunto il traguardo di minima e si sentono appagati; largo dunque alle cosiddette seconde linee, ai comprimari, che sono e restano tali per motivazioni e per scarsa caratura tecnica.
In tribuna ci guardiamo intorno: pochi volti, i soliti, quelli che non mancano mai. Tanti sediolini vuoti, molti più del solito. Rimbomba una battuta: “Meno male, mi hai conservato il posto: ho fatto tardi a causa della Formula uno. Però ha vinto la Ferrari!” e si comincia.
È squadra vera il Perugia. La difesa è la migliore del campionato assieme al Frosinone per gol incassati in trasferta e lo dimostra subito anche a Pagani. A centrocampo gli umbri recuperano un marpione del calibro di Italiano, che, per chi non lo sapesse, ha un curriculum di tutto rispetto fra serie A e serie B e che, a dispetto dell’età (trentasei anni suonati), ha la vitalità di un giovanotto. Con Italiano, Dettori (altro centrocampista che la Paganese ha sempre cercato ma non ha mai trovato) e con il giovane Moscati, i perugini prendono il sopravvento nella zona centrale del campo, là dove si costruiscono i successi. Al primo attacco il Perugia è già in vantaggio. Basta un calcio d’angolo per mettere in crisi l’apparato difensivo degli azzurro-stellati. Sulla battuta dalla bandierina è solo al centro dell’area il difensore Lebran che di testa fa secco Robertiello. I difensori della Paganese risultano non pervenuti. Sullo svantaggio inopinato, c’è una certa reazione più che altro di orgoglio. Nunzella e Caturano sono i più attivi e proprio quest’ultimo propizia una grande occasione da rete. Scende prepotentemente sulla fascia sinistra e cross al centro di precisione. Girardi non riesce ad impattare la sfera che termina sui piedi dell’avanzatissimo Calvarese. Il difensore è come preso in controtempo e, ad un passo dalla porta sguarnita, riesce solo a colpire goffamente il palo. Ma la Paganese è saldamente nelle grinfie del Perugia che mostra di avere classe, metodo, garretti saldi e morale alto, tutte qualità che fanno grande una squadra di calcio. Anche il secondo tempo dice poco in termini di gioco e di spettacolo. Il Perugia si accontenta di controllare la partita e quando se ne presenta l’opportunità, come in occasione del gol realizzato da Dettori dopo uno scambio con Fabinho, non se la fa scappare di mano. La Paganese, che nel frattempo ha perduto Franco per infortunio, è chiaramente anche in debito di ossigeno. L’ingresso di Neglia vivacizza di un tanto la manovra sulla trequarti campo, ma le poche occasioni da rete vengono sprecate, una dietro l’altra, da Fava che tira addosso al portiere in uscita e da Girardi che, nei minuti di recupero, riesce solo a colpire un palo.

Finisce la partita, finisce il campionato e non si può dire che gli animi della tifoseria siano particolarmente eccitati per una salvezza che rappresenta solo l’obiettivo di minima fissato dalla società.
Credo sia arrivata l’ora di tracciare un bilancio, come mi chiede più di qualche buon amico che segue le mie note da lontano. A bocce ferme, a conclusione dei lavori, bisogna per prima cosa ringraziare ancora una volta Raffaele Trapani e i suoi più stretti collaboratori; hanno mantenuto la categoria e la manterranno anche il prossimo anno, visto che non ci saranno retrocessioni. Forse – e senza forse – qualcosa in più si poteva ottenere da un campionato che è stato disputato all’insegna di una irritante altalena di risultati; un giorno sugli altari, un altro nella polvere.
Qualcuno ha creduto di individuare in Grassadonia il peggiore dei mali di questa Paganese; io ci andrei cauto, con tutte le riserve possibili che ho sempre esternato sul modulo adottato dalla squadra, specie per quello che riguarda l’organizzazione del gioco di centrocampo. Gli allenatori danno direttive, seguono i calciatori, studiano gli avversari, hanno il polso della squadra in ogni momento proprio perché li hanno a portata di mano, ma non sono tutto e soprattutto non hanno bacchette magiche. Tutti quelli che allenano in una certa categoria hanno conseguito un patentino. La legge del calcio è impietosa: è bravo chi vince, non chi – pur lavorando sodo – non vince. L’allenatore viene giudicato sulla scorta dei risultati ottenuti. E i risultati, in massima parte, li determinano i valori dei calciatori perché l’allenatore – a mio parere – conta fino ad un certo punto. Proprio perché rappresentano valori aleatori, non esiste l’allenatore bravo e quello meno bravo. Prendete il caso del Palermo e del suo presidente Zamparini, noto mangia-allenatori. Non so più quante panchine abbia cambiato Zamparini negli ultimi anni, in una specie di gara particolare con Cellino, presidente del Cagliari. Ebbene, cambia oggi, cambia domani, Zamparini si è ritrovato in serie B. Colpa di chi? Dei tanti allenatori occorsi al capezzale del Palermo? Tutti scarsi, tutti scadenti? Non credo.
Grassadonia è un giovane allenatore che sta facendo esperienze e che dalla parentesi paganese – soprattutto se mostrerà di essere più sereno, meno intransigente, con meno vis polemica – trarrà buoni insegnamenti per il futuro. Oggi per lui è il momento dei saluti, del distacco e di qualche rimpianto.
Meno male che è finita: che strazio, che tortura, che supplizio quest’oggi per i pochi irriducibili sugli spalti, in numero sempre inferiore ma sempre più incrollabili per l’amore portato alla casacca azzurro-stellata: fede ferrea, caldo o freddo che sia, pioggia o non pioggia.
Questo è il calcio che ci piace. Questo è il calcio che vorremmo continuare a seguire, oggi e soprattutto domani.
Nino Ruggiero

Dubbi, tanti. Certezze, poche

Così è (anche se non vi pare)
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Dubbi, tanti. Certezze, poche. Si consuma lentamente il calvario calcistico di una squadra che poteva dare tanto, ma che alla fine ha dato poco; di sicuro meno di quanto si aspettassero dirigenti e tifosi. Contro il Frosinone, nella gara dei rimpianti e delle false attese, vince però la buona fratellanza; quella consolidata da tempo fra le tifoserie di Frosinone e di Pagani. Ed è già molto di questi tempi.
La gara dice e non dice, come da abitudine inveterata in questo campionato che si avvia stancamente alla fine. Dice, ad esempio, che l’equilibrio tattico non è una parola astratta e non è un valore che si compra sulle bancarelle. Tanti anni fa Gennaro Rambone, all’epoca allenatore del Catania in serie B, quando la squadra non rendeva come nelle aspettative ritenne di giustificarsi con il presidente Massimino. “Mi dovete dare tempo – disse – c’è bisogno ancora di amalgama: ecco perché la squadra non rende”. E Massimino, al cui nome oggi è legato lo stadio etneo, di rimando: “Rambone – rispose – non mi piace questa giustificazione. Abbiamo comprato tanti giocatori, vuol dire che faremo un altro sforzo e compreremo pure Amalgama”.
Aneddoto simpatico a parte, l’amalgama e l’equilibrio tattico rappresentano punti essenziali di una squadra di calcio. E, purtroppo, nella Paganese di quest’anno di equilibrio ce n’è stato poco. Solo qualche accenno nelle ultime giornate quando è stato finalmente schierato un centrocampo a tre, con Romondini vertice basso pensante, con Franco e Soligo ai fianchi, quest’ultimo assente ieri per squalifica. Sarà anche un caso, ma i risultati migliori sono stati ottenuti quando la squadra è apparsa più quadrata, nel senso etimologico della parola. Nel calcio senza equilibrio, senza amalgama non si va da nessuna parte, in termini di coesione dei vari reparti. Le individualità contano, certo, ma non sono tutto; questo perché il calcio resta un gioco di squadra e le individualità – quando sono eccelse – devono essere spese nell’interesse complessivo della squadra. Quando c’è equilibrio tattico, quando la difesa è ben protetta da un efficace filtro a centrocampo, quando i calciatori si sacrificano – avendone le caratteristiche – per dare consistenza all’assieme della squadra; quando i calciatori riescono ad interpretare in modo soddisfacente sia la fase di non possesso, sia quella di ripartenza, allora si può parlare di squadra equilibrata o ben amalgamata. Ma c’è bisogno di avere i requisiti giusti. Un calciatore può decidere di sacrificarsi al massimo ma deve avere le giuste caratteristiche, altrimenti si snatura; e non rende. L’esempio calzante è rappresentato dalla metamorfosi di Ciarcià, che è un altro calciatore – rispetto a quello visto nella parte iniziale del campionato – per brillantezza, per dedizione, per applicazione. Oggi Ciarcià è un calciatore universale; lo trovi dappertutto, in difesa, a centrocampo, in attacco. E le sue prestazioni al servizio esclusivo della squadra non sono mai banali, tanto da segnalarsi sempre fra i migliori in campo.
La Paganese delle ultime giornate, specie quella di Andria, aveva dato fiato alle trombe di vecchie e malcelate aspirazioni di alta classifica; si era ben difesa, aveva annullato le potenzialità degli avversari in virtù di un filtro efficacissimo a metà campo ed aveva dimostrato di saper ben ripartire per fare male con rapide azioni di contrattacco. La vittoria in trasferta aveva riaperto in qualcuno la strada della speranza. Pie illusioni. Il Frosinone ha riportato tutti con i piedi per terra.
Contro i ciociari c’è stato un certo equilibrio tattico, ma solo per un tempo, il primo. Con Franco e Lulli ai fianchi, Romondini ha saputo giostrare da par suo illuminando il gioco con sapienti tocchi non disdegnando peraltro di controllare Carrus, altra fonte di gioco, ma di parte avversa. Occasioni da rete su entrambi i fronti; gara aperta ma Paganese molto reattiva a centrocampo dove spesso si decidono le sorti delle partite.
Poi nella ripresa, Grassadonia ha ritenuto di tirare fuori Lulli e di dare spazio a Scarpa che ha altre caratteristiche e che, con tutta la buona volontà, non ha il passo del centrocampista di ruolo. Sarà un caso, ma proprio dopo l’uscita del giovane centrocampista, il Frosinone, cui non stava bene il risultato di parità, ha calato sul tavolo tutte le sue carte per arrivare alla vittoria, riuscendo per prima cosa a prendere il comando delle operazioni a centrocampo. E’ arrivato così il bel gol di Ganci, terminato prima sul palo interno e poi in rete, ma Marruocco ha continuamente dovuto fare sfoggio di tutta la sua bravura e della sua forte personalità per sventare minacce per la sua porta.
Perso per perso, allora Grassadonia – a cinque minuti dalla fine – ha tirato fuori la mossa della disperazione; dentro Babù e fuori Agresta.
Babù, vero oggetto misterioso del campionato, impiegato sulla fascia destra del campo, è stato dirompente nei pochi minuti in cui è stato in campo e ha messo lo zampino per arrivare al pareggio. Fava, subentrato a Caturano, non ha perdonato, mettendo a segno, come ai vecchi tempi, il gol del pareggio.
Dubbi, tanti. Certezze, poche; dicevo all’inizio. Sulle poche certezze bisognerebbe cominciare a costruire la squadra del domani, anche se bisogna sempre fare i conti con i giovani che un anno sono under e l’anno dopo non lo sono più, oltre che con le relative società di appartenenza. Ma certezze come Marruocco, Fernandez, Fusco, Ciarcià e Romondini vanno tenute in debito conto.
Beninteso a salvezza matematica ottenuta.
Nino Ruggiero

Poteva essere, ma non è stato

Così è (anche se non vi pare)

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Il traguardo di minima se non è stato raggiunto poco ci manca. Solo la matematica che è una scienza esatta, a differenza della materia calcistica, si deve pronunciare; ma l’impressione è che i giochi – per quello che riguarda la salvezza – siano fatti.
Forse poteva essere diverso l’obiettivo dell’annata; ma senza controprova non si va da nessuna parte. La partita con l’Andria – dicono le cronache pugliesi – ha evidenziato una Paganese finalmente cinica e determinata. Una squadra tetragona, forte e impenetrabile con una difesa di ferro imperniata sull’esperienza di Marruocco, di Fusco e di Fernandez, affiancati dagli emergenti Perrotta e Nunzella. E poi un Caturano scatenato, un calciatore rinato; ancora un gol e un “quasi gol” che sembrava essere destinato in fondo al sacco.
Tanti anni fa, i cultori del calcio all’italiana – Gianni Brera in testa – propugnavano una tesi di ordine tattico che secondo me non è mai andata in naftalina: difesa ferrea, protetta da un grande filtro a centrocampo e attaccanti pronti a ripartire per fare male in contropiede. Una tattica che premiava l’astuzia e contemporaneamente la qualità – perché senza qualità, anche se schieri tanti difensori, non si è andati mai da nessuna parte. Una tattica intesa come restrizione degli spazi agli avversari ma anche propositiva perché doveva sfruttare gli spazi che gli avversari inevitabilmente lasciavano liberi per quelli che una volta si chiamavano contropiede e che adesso si chiamano ripartenze.
Sarà anche un caso, non lo so, ma mi pare che i risultati più sorprendenti e più significativi la Paganese di quest’anno li abbia ottenuti quando ha puntato sull’equilibrio tattico. Grassadonia forse qualche dubbio di ordine tattico deve averlo avuto se nelle ultime partite ha dato spazio a Franco per fiancheggiare Romondini e Soligo a centrocampo.
Non ho mai parlato di numeri e di strane formule da lavagna che rendono poco l’idea di una battaglia calcistica. Il calcio è dinamismo, è frenesia, è vita: se usiamo i freddi numeri, tipo 4-4-2, 3-5-2 se non addirittura dividendo il campo in quattro sezioni, tipo 3-4-2-1, vuol dire che abbiamo capito ben poco di un gioco che non può essere paragonato a una partita di dama o di scacchi.
Voglio dire solo che la Paganese sembra aver finalmente trovato una sua identità, forse anche grazie anche alla riconferma degli stessi uomini. Oggi la squadra appare più omogenea, tatticamente più accorta, con tre centrocampisti e due esterni bravi a interpretare sia la fase difensiva che quella di rilancio.
Poteva forse essere e non è stato. Peccato per una fase intermedia del campionato che ci ha consegnato spesso una squadra non all’altezza delle sue prestazioni migliori. Poteva essere ma non è stato, certo; però va anche detto che in terza serie, per la prima volta, nella gestione Trapani, la squadra si salva senza grossi affanni.
Non è moltissimo, considerate le mire ambiziose della società, ma non è nemmeno poco.
Nino Ruggiero

Le parole dette e quelle non dette

Così è (anche se non vi pare)

OLYMPUS DIGITAL CAMERAIl giorno della festa è rispettato ed onorato come nelle migliori tradizioni. Anche il tempo è clemente. Bello di mattina, temperatura mite con poco vento; la processione della Madonna delle galline è salva. La tradizione può procedere. Avanti, dopo le nove del mattino, verso la parte nobile ed antica della città fra suoni di tammorre, di nacchere, fra un mare di gente che non vuole mancare ad un appuntamento che da tempo immemore assume i connotati di un vero e proprio rito del dopo Pasqua.
“Presente” – risponde il cuore autenticamente popolare della città. Mattinata di grandi emozioni nella zona antica, in quella che nell’immediato dopoguerra è stata contraddistinta come “viale Trieste”, ma che nel cuore dei tanti cultori di una terra che ricorda a menadito le antiche tradizioni popolari è solo e semplicemente “Cas Campitiello”, come recita una targa che è proprio all’incrocio tra la zona vecchia e quella nuova di un quartiere cresciuto a dismisura.
Chi ama la propria terra non può dimenticare quello che ha rappresentato questo lembo di territorio per la particolare festa che contraddistingue Pagani. Non può dimenticare l’opera di un grande artista come Franco Tiano, scomparso prematuramente e al cui nome è legato il primo, autentico “tosello” che ha fatto riscoprire il gusto della festa e dell’amore dei paganesi per la Madonna. Quanti personaggi autentici, prodotti della cultura popolare, non ci sono più; oltre a Franco Tiano mi viene alla mente la figura di Giacchino Moscariello. Me li ha fatti rivedere in fotografia, amorevolmente esposti in una artigianale bacheca, uno degli ultimi vecchi cantori della Pagani di una volta: Peppe ‘e Susanna, struggente personaggio che rappresenta l’anima autenticamente popolare di una tradizione che si rinnova ma che non è più la stessa.
Festa e partita di calcio, quasi un classico. Poca gente sugli spalti, sempre meno. La festa, è vero. Ma la festa c’era anche tanti anni fa e lo stadio era pieno. Disamore, crisi, nuove generazioni: o cos’altro?
Tre punti, solo tre punti; tutto il resto è noia, come avrebbe detto e cantato Franco Califano, cantore indimenticato della nostra terra, alla cui memoria è dedicato un doveroso minuto di raccoglimento prima dell’inizio della gara.
Tre punti e pochi spunti tecnici per una gara quasi piatta, dalle poche emozioni.
Inizio promettente. Sette minuti e la Paganese è già in vantaggio. Caturano si catapulta come una faina su un pallone smistatogli sulla sinistra da Soligo; il tempo di dire “amen” ed è già uno a zero con un fendente rasoterra ad incrociare che il portiere Liverani vede solo quando il pallone termine in fondo al sacco. Saltano subito i piani della vigilia predisposti dal Barletta, attestato sulla stretta difensiva fin dal fischio iniziale dell’arbitro. La Paganese appare propositiva e gagliarda. E’ una squadra più armonica del solito, soprattutto più equilibrata tatticamente. C’è equidistanza fra i reparti. Romondini – forte di una presenza amica più sostanziosa nella zona centrale del campo – assume il comando delle operazioni e li dirige con grande maestria come nei momenti migliori della sua carriera. C’è sostanza oltre che qualità nel gioco di centrocampo della Paganese. Franco e Soligo, con la preziosa collaborazione di uno straordinario e mai domo Ciarcià, danno nerbo al reparto che nel passato è andato sempre a corrente alternata. Franco si sistema alla sinistra di Romondini e, in accordo con il sempre più sorprendente Nunzella, copre tutta la fascia di competenza, dando sostanza al centrocampo.
Ciarcià, un occhio alla fase difensiva, un altro alla costruzione del gioco, prende posizione sulla destra scambiandosi spesso il ruolo con Soligo che si spinge anche in avanti. Con un centrocampo così guarnito, Romondini può permettersi finalmente quelle giocate di fino che alzano notevolmente il tasso tecnico della squadra. Gioca a testa in su il regista paganese e della sua genialità si avvantaggia tutta la squadra. Potrebbe e dovrebbe andare ancora a rete la Paganese nella prima frazione di gioco ma non è fortunata. Così il secondo gol – che potrebbe chiudere la partita – non arriva: un paio di conclusioni a botta sicura di Girardi terminano di un soffio a lato e si va a riposo con uno scarto risicato.
Nella ripresa la musica non cambia. Il Barletta però non può giocare più sulla difensiva. La squadra pugliese prende coraggio con l’inserimento di Simocelli che dimostra di essere attaccante da prendere con le pinze, tanto è sgusciante e pericoloso in avanti. Ma la partita ha pochi sussulti; troppo evanescente in avanti il Barletta al cospetto di una difesa paganese sempre più impenetrabile che può contare su uomini di sicuro affidamento e di grande esperienza.
Finisce con la vittoria e tanto basta. I tre punti servono e come; per altre cose c’è tempo, se ne riparlerà. Già, se ne potrebbe riparlare… soprattutto quando la squadra avrà raggiunto quella quota salvezza che al momento è ancora lontana. Ma non la pensa così Grassadonia che nel dopo partita non perde l’occasione per mandare velenose stilettate all’ambiente. Credo che certe affermazioni il tecnico avrebbe potuto tranquillamente risparmiarsele. Ognuno nella vita ha il suo ruolo; ma spesso il ruolo viene travalicato, voglio pensare solo per inesperienza. Non è la prima volta che a fine gara, invece di commentare l’andamento della partita e l’aspetto tecnico-tattico che di solito deve essere analizzato, Grassadonia tira in ballo il pubblico; stavolta quello della tribuna.
Con tutto il rispetto e la comprensione per lo stress che accompagna un uomo di calcio per i novanta e più minuti, bisogna dire che il tecnico sta alzando sempre di più il tiro. Posso anche comprendere la sua amarezza per qualche commento ad alta voce non molto gradito, ma chi fa questo mestiere deve essere vaccinato per tali inconvenienti.
Non voglio aggiungere altro. Ma Raffaele Trapani, da navigato uomo di calcio, farebbe bene a dire qualche parolina nell’orecchio al suo giovane tecnico.
Dobbiamo adesso pensare solo a raggiungere al più presto il traguardo della salvezza, che è quello che più ci interessa. Per altre cose c’è tempo. C’è tempo per analizzare le parole dette ed anche per quelle non dette.
Per il bene supremo della Paganese.
Nino Ruggiero

Tanti personaggi in cerca d’autore

Così è (anche se non vi pare)

OLYMPUS DIGITAL CAMERALe braccia se ne cadono quando devi commentare una partita come quella disputata dalla Paganese contro il Latina. Non sai da dove cominciare; se dal baldanzoso inizio, infarcito da vezzose promesse non mantenute, o se, invece, dalla fine, condensato avvilente di una partita insipida e incolore che non è mai decollata.
Squadra camaleontica la Paganese. Ti esalta e ti deprime, senza un’apparente logica. Un giorno sugli altari, un altro nella polvere. Più polvere che altari, per la verità, in questa seconda parte del campionato; quella che, secondo alcuni esperti, avrebbe dovuto consolidare ambizioni di alta classifica.
Diciamocela tutta. Ancora una volta, dopo le cocenti delusioni di qualche anno fa, sempre in terza serie, proprio quando la squadra è attesa alla prova della verità, quando cioè ci si attende il famoso salto di qualità, vengono fuori – indisponenti, indesiderate e inopportune – tutte le manchevolezze di una inquadratura che poche volte riesce a dare l’impressione di una squadra etimologicamente tale, compatta e omogenea in tutti i suoi reparti.
È andata male contro il Latina, ma, a dire il vero, poteva andare anche peggio. Mai vista quest’anno una prestazione così anonima e incolore della Paganese, anche se, ad onor del vero, in tutte le valutazioni bisogna pur sempre tener conto del valore degli avversari.
Un buon inizio, promettente, di quelli che ti fanno pensare: “il buongiorno si vede dal mattino”. Difesa ben schierata. Rientra Fusco nel reparto schierato a tre, con Fernandez e con il giovane Perrotta. Nunzella ha licenza di avanzare sulla fascia sinistra e lo fa con la consueta bravura senza per questo tralasciare compiti difensivi quando la partita lo richiede. Sul lato opposto, a destra, Ciarcià gioca con l’autorevolezza e la determinazione mostrate nelle ultime gare. Il calciatore interpreta benissimo sia la fase difensiva, a supporto di un ingabbiato Romondini, sia quella di rilancio e di proposizione in avanti. A centrocampo – nonostante che Ciarcià si sacrifichi al massimo abdicando alle sue canoniche avanzate in profondità sulla destra – le cose non vanno benissimo perché, come al solito, gli atleti in maglia azzurro stellata se la devono vedere con avversari che in quella zona presentano tre e anche quattro atleti, bravi sia nel palleggio che nella distribuzione del gioco. Sto parlando di calciatori che si chiamano Cejas, Burrai, Sacilotto, e che in terza serie riescono a fare la differenza. Differenza che, purtroppo, non è quasi mai riuscita a fare Soligo, di cui si diceva un gran bene e che – ingaggiato per questo – avrebbe dovuto assicurare una marcia in più alla squadra. Comincia benino, dicevo, la Paganese e, nonostante una presenza più consistente degli avversari a centrocampo, più di una volta Caturano e Girardi, assistiti da un Tortori sempre alla ricerca di un ruolo tattico ben definito, riescono a portare più di una minaccia alla porta pontina. Il gol, voluto e cercato con insistenza, arriva alla mezzora e lo mette a segno Caturano che, quasi cadendo, con un diagonale rasoterra, beffa il portiere Bindi.
Nella ripresa cambia subito il risultato. Entra Jefferson al centro dell’attacco e proprio il brasiliano è bravo e fortunato al tempo stesso, riuscendo ad infilare la porta di Marruocco con un tocco astuto di esterno destro su cross rasoterra da sinistra di Schetter. Il Latina è su di giri. Il gol messo a segno carica la squadra laziale che trova terreno fertile nella zona centrale del campo. Il filtro davanti alla difesa, che dovrebbe essere assicurato dai centrocampisti, funziona poco e male. Tanti i personaggi ancora in cerca d’autore. La Paganese è come divisa in due; da un lato una difesa attenta, precisa e arcigna come si conviene a una squadra che guarda al risultato; dall’altro un attacco che annovera adesso oltre a Caturano e Girardi anche Scarpa. A centrocampo, là dove si decidono spesso le sorti di una gara, si vedono poco Romondini e Soligo, presi d’infilata da avversari che sembrano sempre più baldanzosi e spavaldi man mano che la partita va avanti. Ma non è solo il centrocampo che adesso funziona bene per il Latina. Barraco in avanti sembra un tarantolato, un attaccante dall’argento vivo addosso che va alla ricerca continua di spazi per puntare direttamente a rete. Più passano i minuti, più qualche atleta della Paganese sembra in affanno e in debito di ossigeno, più Barraco affonda i suoi colpi in avanti alla ricerca del gol che potrebbe decidere la partita.
Per fortuna Marruocco è portiere affidabilissimo oltre che determinante; un paio di suoi sicuri interventi scoraggiano le iniziative avversarie. Poi, come spesso succede nel calcio, che – ricordiamolo sempre – non è scienza esatta, allo scadere dei tre minuti di recupero, la Paganese va ad un passo dalla clamorosa segnatura. Appoggio volante dalla destra di Fava per la testa di Girardi che, in uno dei tantissimi duelli aerei ingaggiati sia con De Giosa che con Cottafava, ha la meglio, colpisce di precisione ma il pallone termina di un niente la sua corsa alla destra dell’immobile portiere Bindi.
Il pareggio, a questo punto del campionato, serve e non serve; ma – per come si erano messe le cose – deve essere ben accettato perché comunque fa muovere la classifica. È buona regola nel calcio, quando non si riesce a ottenere la vittoria, accontentarsi del pareggio. Così è stato, per fortuna, perché, lo hanno visto tutti, la squadra nella seconda frazione di gioco ha mostrato chiari segni di resa atletica. La qualcosa, in vista dello sprint finale, deve preoccupare, e non poco, l’intero staff tecnico della Paganese.
Non vorrei entrare in questioni squisitamente tattiche, ma una cosa la devo dire. Al di là dei freddi numeri che di solito contraddistinguono determinati moduli di gioco, la Paganese, ancora una volta, ha sofferto molto a centrocampo, dove quasi sempre è stata in inferiorità numerica. Grassadonia ha il suo credo tattico e non si smuove dalle sue convinzioni: è fuor di dubbio però che quando si ha una marcia in meno nella zona nevralgica del gioco, lo stesso passa automaticamente nelle mani degli avversari che – avendo presenze qualificate – possono così assurgere a protagonisti.
Grassadonia dovrebbe convincersi che a centrocampo ha a disposizione atleti non più giovanissimi. Romondini ha una storia di tutto rispetto alle sue spalle, ma, oggi più che mai, si trova in difficoltà quando ha a che fare con avversari brevilinei e svelti; più d’uno lo ha identificato come “moviola” in campo, ma a sua discolpa va detto che il calciatore – bravo quando deve impostare il gioco – spesso e volentieri si trova a interpretare anche la parte di francobollatore, un ruolo che regge poco. Una volta chi scriveva di calcio diceva che è difficile “cantare e portare la croce”; ma lo si potrebbe dire pure adesso perché quello è il concetto. Soligo gioca a corrente alternata, svolge il suo onesto compito ma non eccelle, non riesce a essere il primo della classe, come si pensava che potesse essere alla vigilia del campionato. I due atleti dovrebbero presidiare il centrocampo; gli altri, come Ciarcià, come Tortori, come Scarpa sono solo calciatori prestati al reparto senza averne le caratteristiche.
Siamo quasi alla fine del campionato, e, purtroppo, Grassadonia non è ancora riuscito a inventarsi un mediano vero, come quelli di una volta, un mordi caviglie, un recupera palloni, un “cagnaccio” che dia agibilità di costruzione a Romondini che – vuoi o non vuoi – resta l’unico in grado di ragionare con il pallone fra i piedi. Inoltre, lasciatemelo dire, credo ci sia poca benzina nelle gambe di più di un calciatore e quando manca la benzina non si possono fare miracoli; quando c’è carburante a sufficienza allora si possono tentare anche cose apparentemente impossibili: si può giocare anche con due soli centrocampisti, che però devono sopperire con movimenti perpetui e indemoniati a carenze di ordine numerico. Ma di carburante ne vedo poco in giro.
Sono considerazioni personali che però credo siano da sviluppare per il futuro, anche quello non immediato.
Buona Pasqua a tutti.
Nino Ruggiero

Quei rigori a fil di palo

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Così è (anche se non vi pare)

L’immagine di Scarpa che allontana Girardi per sistemare il pallone sul dischetto è ancora ferma sulla retina. È sicuro del fatto suo Scarpa; tanto sicuro che non vuole sentire ragioni e non vuole essere messo in discussione come rigorista: il tiro spetta a lui. Vuole mettere il sigillo alla gara, come già fatto in altre occasioni; vuole essere il protagonista indiscutibile; intende essere l’uomo partita, quello che firma il gol della vittoria anche se la gara è ancora tutta da giocare perché mancano ancora buoni venticinque minuti alla fine. Silenzio tombale al momento della breve rincorsa. In tribuna, come di consueto, sortilegi e scaramanzia: c’è chi chiude gli occhi, c’è chi guarda in cielo, c’è chi dà le spalle al campo augurandosi che ci sia di lì a poco il boato che di solito segue una realizzazione. Ma sono in tanti a fissare, al pari di una implacabile e lenta moviola, i passi di Scarpa che precedono il tiro. Sono attimi infiniti; attimi che sembrano durare un’eternità. Tira Scarpa e il pallone, colpito di forza più che d’astuzia, viene intercettato dal portiere avversario che si butta sulla sua destra e, di piede, miracolosamente, riesce a sventare il gol. Il boato c’è; ma arriva da un’altra sponda, quella occupata da non meno di trecento tifosi beneventani.
Poteva essere, ma non è stato. Questo è il gioco del calcio.
Dà dimostrazione di buona inquadratura il Benevento. Comincia in salita la gara della Paganese che subisce per almeno un quarto d’ora iniziale la supremazia territoriale degli avversari. Un caldo vento di scirocco, intanto, impazza sul manto erboso del “Marcello Torre” e il gioco risulta spesso spezzettato proprio per le folate di vento che falsano le traiettorie. Un quarto d’ora, non di più, dura lo sterile predominio territoriale degli stregoni. La Paganese ricuce il reparto di centrocampo dove Romondini fino a quel momento appariva quasi circondato da un nugolo di avversari bravi nell’arte del palleggio; si rivede all’opera un immenso Ciarcià, bravissimo a interpretare sia la fase difensiva che di disimpegno e di rifinitura. È quello di oggi (e quello di Carrara, per la verità) il vero Ciarcià, un calciatore mai visto in forma così smagliante e che sprizza energia giovanile da tutti i pori, un moto perpetuo inesauribile, avanti e indietro senza fermarsi mai; un calciatore che, se mantiene l’attuale stato di forma, risulterà il migliore acquisto per quest’ultima parte di campionato.
Dunque cresce Ciarcià, si fa sentire più che vedere anche Soligo, e allora Romondini può giocare come sa, a testa alta; può organizzare il gioco, può innescare la potenzialità offensiva di un vigoroso Girardi mai domo al centro dell’attacco. Se la vede brutta il Benevento quando la Paganese accelera, quando Nunzella spinge sulla fascia sinistra e quando Ciarcià per ben due volte, dopo aver conquistato palla, con slalom entusiasmanti degni del Tomba prima maniera, insidia con due bordate micidiali la porta di Gori. I due tiri, uno di seguito all’altro, quasi fotocopie, terminano di un niente alla destra del portiere sannita che, annichilito, può solo guardare la sfera terminare sul fondo.
È un crescendo quello della Paganese, alla mezzora di gioco. Romondini è l’incaricato speciale a battere i calci d’angolo. Con un vento forte che spira in favore un calcio d’angolo è qualcosa in più di una semplice punizione. Tre calci d’angolo di seguito fanno venire i brividi alla difesa beneventana. Sul primo, battuto sempre da Romondini che ha le chiavi in mano di ogni punizione indiretta, il portiere Gori si salva pur uscendo a vuoto: due attaccanti della Paganese, Tortori e Caturano, e subito dopo anche il difensore Perrotta, non riescono a trovare i tempi giusti per l’impatto con il pallone che quasi danza beffardamente sulla linea di porta. Sul secondo, è il primo palo ad opporsi ad un astuto tentativo di realizzazione diretta. Sul terzo, è Pepe che in un groviglio di calciatori riesce a svettare e a colpire di testa; il pallone sembra indirizzato senza scampo a fil di palo ma viene smorzato da un difensore avversario ad un metro dalla linea di porta e Gori, con un tuffo a terra alla sua sinistra, se lo ritrova miracolosamente fra le mani.
Ma non è finita. L’azione della Paganese è tambureggiante e la difesa del Benevento pare in grossa difficoltà. Quasi allo scadere del tempo si sviluppa l’occasione più ghiotta per passare in vantaggio. Ennesima punizione battuta dalla tre quarti in avanti da Romondini, un difensore respinge alla meno peggio e la palla termina in piena area, sui piedi di Perrotta, tutto spostato sulla sinistra. Maldestro l’impatto del sinistro di Perrotta nei confronti dell’invitante pallone che viene colpito malissimo; “da difensore vecchia maniera” – avrebbe detto qualche cronista di un tempo che fu. Sia chiaro, nessuna demerito per Perrotta che anzi deve essere considerato come una delle note liete della giornata; attento, preciso, puntiglioso, finanche elegante il giovane difensore pescarese che non ha sbagliato un intervento. Un gol, certo, avrebbe premiato la sua bella gara e lo avrebbe consacrato anche nelle vesti di goleador. Sarà per un’altra volta.
Nel calcio troppi errori possono costare caro. Ma soprattutto costa cara la mancata realizzazione del calcio di rigore nella fase centrale della partita. L’errore di Scarpa dal dischetto alla fine risulterà determinante. Inutile rivisitare l’episodio, inutile rimpiangere un qualcosa che poteva essere e non è stato. Piuttosto sarebbe solo il caso di riflettere sulla scelta di esecuzione del tiro dal dischetto risultato fatale dagli undici metri; non per mettere minimamente in discussione la bravura di Scarpa, quanto per il fatto che oggi come oggi quasi tutti i portieri conoscono a memoria i rigoristi che settimanalmente possono incontrare sulla loro strada. Sanno delle loro attitudini, sanno principalmente l’angolo preferito che il rigorista cerca. Non vorrei sbagliarmi ma mi sembra di poter dire che Scarpa dal dischetto cerca quasi sempre l’angolo alla destra del portiere, anche se oggi ha tentato il tiro forte e centrale; un portiere aggiornato in questo tipo di casistica lo sa e non ha nemmeno bisogno di dare fondo al suo istinto per lanciarsi sulla sua destra. Se il tiro è potente, rasoterra e a fil di palo puoi anche indovinare l’angolo, ma non riesci a prenderlo. Altre soluzioni, per il prosieguo del campionato, è meglio tenerle in caldo: non si sa mai, anche se bisogna dire che i rigori si segnano e si falliscono dovunque, anche nella massima serie e anche da parte di conclamati campioni.
C’era un calciatore della Paganese degli anni Settanta, Tonino Albano, cresciuto alla corte del Napoli, campione come pochi in terza serie, che era un vero cecchino dal dischetto. Un giorno come un altro, durante un allenamento, era l’anno di Rambone allenatore, mi dimostrò come non si riesce a neutralizzare un calcio di rigore anche se conosci in anticipo l’angolo dove è indirizzato. Nella circostanza in porta c’era Pasquale Fiore, altro napoletano doc, un mostro sacro fra i portieri dell’epoca. “Lo tiro alla tua destra – disse Albano – cerca di arrivarci stavolta, ma senza muoverti prima del fischio.” Di interno destro, rasoterra, Albano infilò la porta di Fiore disteso alla vana ricerca del pallone. “È scientifico – disse Albano – se sei al centro della porta non riuscirai mai a fermare un tiro forte, rasoterra e a fil di palo.” È così: è stato sperimentato. Solo che bisogna avere nel piede di battuta una precisione millimetrica; la qual cosa non è da tutti.
Torno alla gara. È andata male, ma non malissimo. Archiviati da tempo i sogni di gloria, anche un pareggio, quando, per un motivo o un altro, non si riesce ad arrivare al risultato pieno, può essere accettato. Siamo alla stretta finale e la salvezza va conquistata anticipatamente, senza che siano riservati grossi patemi d’animo. Per intanto andiamo a recuperare giovedì la gara con il Latina. Sappiamo tutti quelli che successe a dicembre. I “tavolini” sono stati serviti abbondantemente nelle aule dei tribunali sportivi, tipo barba, capelli e shampoo. La parola definitiva passa al campo, che, come sempre, è giudice inappellabile.
Sarà di sicuro una partita molto tirata con in ballo tanti buoni motivi di risentimento e di orgoglio, da parte paganese.
Vediamo come va a finire.
Nino Ruggiero

Uno, nessuno, centomila

colpo di testaCosì è (anche se non vi pare)

 Il calcio è materia opinabile. Partiamo da qui. Se ci fosse una giusta ricetta per guarire le innumerevoli disfunzioni tecnico-tattiche che una partita di calcio produce, specie in assenza di risultati, allora credo che tutti la utilizzerebbero: allenatori, dirigenti di società e – perché no? – i tifosi che sono i primi malati di una passione che travolge e che assai spesso lascia poco spazio al buon senso e alla saggezza.

L’unica medicina universale che mette tutto a tacere sono i risultati positivi. Quando arrivano le vittorie c’è poco spazio per ogni tipo di disquisizione tecnica perché le vittorie rappresentano la panacea di tutti i mali. Hai giocato male e hai vinto? Bene, altri tipi di considerazioni – che pure fanno parte del calcio – passano in secondo piano.

La ricetta giusta, quando i risultati non sono quelli sperati, non c’è; non c’è mai stata e mai ci sarà. Sappiamo tutti che il primo colpevole viene individuato nel manico: nell’allenatore. E’ storia vecchia, storia di sempre. A pagare è sempre l’allenatore, è prassi consolidata; l’allenatore paga sempre, a prescindere da colpe e manchevolezze. Qualche volta il cambio di allenatore può essere necessario. Ma bisogna avere le idee chiare in merito. Bisogna valutare tante cose: se la squadra segue ancora i dettami tattici dell’allenatore; chi l’ha costruita e con quali criteri; se, infine, ci sono i tempi tecnici per dare eventualmente una sterzata. Cambiare per cambiare, non serve.

Prendete Zamparini, presidente del Palermo e Cellino, presidente del Cagliari: ho perso il conto di quanti allenatori hanno cambiato negli ultimi anni. Non arrivano le vittorie e allora via l’allenatore. Continuano a non arrivare successi, ecco allora ancora un altro allenatore. Non si muove una foglia? allora facciamo ritornare il primo allenatore. Insomma una giostra, un via vai, tipo Stazione Termini, senza per questo risolvere il problema. La considerazione più ovvia che viene fuori allora è questa: possibile che siano tutti scarsi? Ma  allora quando i risultati sperati non arrivano di chi è la colpa? Forse di tutti e di nessuno. Detto alla Pirandello, forse uno, nessuno, centomila.

Vado alle cose di casa nostra. L’ennesimo passo falso commesso nell’incontro con la Nocerina ha aggravato la posizione in classifica della Paganese. Archiviati i sogni di alta classifica, gli azzurro-stellati non riescono più nemmeno a mantenere il passo delle squadre pericolanti e sono sprofondati in piena zona play-out. Contro la Nocerina si è vista all’opera una squadra senza nerbo, senza idee e senza costrutto; l’ombra della squadra bella e intrigante che nella prima parte del campionato aveva fatto palpitare e sognare tanti cuori. Ovvio, allora, che ci si domandi: che è successo alla squadra, come mai non ha più il rendimento del girone di andata? L’allenatore Grassadonia, come da classico copione, è sulla graticola. L’accusa è quella di non aver dato un gioco ed volto definitivo alla squadra, aggravata dal fatto che la squadra azzurro-stellata oramai non vince più dal 4 gennaio quando rimandò a casa con un sonoro 4 a 1 l’Avellino.

Non sono mai stato particolarmente tenero con Grassadonia in linea squisitamente tattica; altre cose non mi interessano.  Non una sola volta nelle mie solite note, all’indomani delle partite casalinghe, ho messo in evidenza che la squadra a centrocampo aveva più di una difficoltà. Schierare due soli centrocampisti di ruolo portava inevitabilmente ad uno squilibrio tattico, specie in presenza di squadre organizzate e che nella stessa zona nevralgica del gioco si presentavano con tre e anche con quattro elementi.

Mi pare di poter dire che, fin quando le condizioni fisiche degli atleti sono state ottimali, la squadra ha saputo mascherare qualche magagna di ordine tattico. Adesso, che più di qualche calciatore accusa malanni fisici, tanti nodi di natura tecnico-tattica vengono inevitabilmente al pettine.

Contro la Nocerina, Grassadonia, a causa di numerosi infortuni e della squalifica di Ciarcià, ha dovuto letteralmente inventarsi una squadra diversa dal solito. Nel giorno in cui si era finalmente deciso a schierare un centrocampo a tre, ha dovuto rinunciare a Romondini (febbre influenzale?) unico elemento in grado di accendere la luce nel grigiore di un centrocampo operaio.

Dopo aver subìto il gol su un calcio d’angolo studiato, provato e riprovato come schema negli allenamenti, la Paganese si è trovata a dover fare la partita. Contro una squadra organizzatissima, formata da elementi di grosso spessore,  gli azzurro stellati non hanno mai trovato il bandolo del gioco. Senza un uomo d’ordine a centrocampo, la manovra si è sviluppata spesso con lanci lunghi dalle retrovie. Palla lunga e pedalare; è sembrato questo lo slogan che ha accompagnato la squadra verso un’improbabile rimonta. Sono mancate le sovrapposizioni sulla fasce laterali; le due filiere di destra e di sinistra non hanno dato il solito apporto. Più di un calciatore, soprattutto gli under, hanno sofferto il clima agonistico di quella che per tanti è una partita speciale. Ciò nonostante il risultato della partita, specie nella prima parte della gara, è stata sempre in bilico e Tortori, nelle vesti di incursore, è stato fra i più brillanti mettendo spesso in allarme la difesa nocerina; ottimo un suo colpo di testa nel secondo tempo degno di migliori fortune. Il secondo tempo, acuto di Tortori a parte, è stato una vera lagna nonostante la Nocerina fosse ridotta in dieci uomini.

Rieccoci all’allenatore. Credo che la società gli riconfermerà la fiducia. A questo punto del campionato, con sole otto gare (inclusa quella con il Latina) ancora da disputare, con una squadra costruita su sue precise indicazioni (almeno credo!), bisognerà solo e soltanto pensare ad evitare i play-out. Non devo e non voglio difendere nessuno, ma altre considerazioni, anche condivisibili, sono da rinviare perché produrrebbero solo divisioni in un momento delicato in cui invece c’è bisogno di unità d’intenti.

Nino Ruggiero