Un giorno dopo l’altro

Così è, anche se non vi pare

Vinci autorete

Nella foto, tratta da Sportube, il momento della sfortunata autorete di Vinci

Quando mancano tre gare alla fine del campionato, il discorso salvezza è tutt’altro che archiviato.
Si sperava molto in una gara di orgoglio contro l’Aversa Normanna, ma così non è stato. Solo nel primo quarto d’ora di gioco si è vista una buona Paganese; propositiva, volitiva, anche arrembante al punto giusto. Prova ne sia che il portiere Lagomarsini è dovuto intervenire più di una volta con bravura e anche con un pizzico di buona sorte per salvare la propria rete.
Poi, con il passare dei minuti, la fiammella del gioco si è spenta e la squadra azzurro-stellata è ricaduta nel solito vuoto propositivo, con centrocampisti senza idee e con storici scollegamenti fra i reparti.
Brutta partita, brutto risultato, brutta serata per quei pochi fedelissimi che – nonostante delusioni a raffiche – rimangono stoicamente al loro posto, in curva, nel settore distinti e in tribuna.
Quando il campionato volge al termine, è proprio del tutto inutile e controproducente intavolare discorsi di ordine tecnico e tattico. Vorrei dire e approfondire tutte quelle cose che ci siamo detti in tanti a fine gara; vorrei parlare delle disfunzioni che hanno caratterizzato la squadra nella seconda parte del torneo, ma preferisco tacere perché un discorso del genere non ci porterebbe da nessuna parte, visto che non c’è alcuna possibilità di incidere radicalmente sul rendimento complessivo della squadra.
Altra musica, invece, per l’Aversa Normanna, squadra già condannata a disputare la lotteria dei “play out”, ma pimpante, addirittura irridente in qualche circostanza nei confronti dell’avversaria del momento, con calciatori che sembravano avere l’argento vivo addosso, tanto apparivano veloci ed intraprendenti nelle inevitabili ripartenze.
Ci sono rimaste tre sole gare dalle quali trarre quei pochi punti che possono significare salvezza.
Un giorno dopo l’altro se ne sta andando un campionato che per la Paganese ha avuto due fasi distinte e separate. La prima, quella della speranza e dell’illusione, immediatamente successiva all’abbandono di Cuoghi e all’arrivo contestuale di Sottil, caratterizzata da una squadra compatta, amalgamata al punto giusto con l’innesto di uomini giusti al posto giusto, e con risultati positivi uno dopo l’altro, giunti puntuali.
La seconda, caratterizzata da una rivoluzione, forse necessaria per questioni di bilancio, ma che si è dimostrata, alla prova dei fatti, disastrosa, nonostante un disegno che sulla carta appariva più o meno necessariamente accettabile; il tutto ben sapendo che il fine ultimo doveva essere rappresentato da una salvezza tranquilla.
Di tranquillità, a onor del vero, nonostante tutta la comprensione di questo mondo per il momento delicato attraversato dalla società, ce n’è stata ben poca, tanto è vero che la squadra ha dilapidato nel corso della seconda parte del torneo il prezioso “tesoretto” immagazzinato parsimoniosamente nel periodo d’oro. E meno male che c’è stata una riserva da cui attingere….
Dieci soli punti sono stati raggranellati nel girone di ritorno; un bottino misero, da retrocessione diretta. Nessuna altra squadra, anche fra quelle che attualmente sono dietro la Paganese, ha conquistato meno punti nella seconda parte del campionato, eccezion fatta per il Messina che di punti ne ha raggranellati ugualmente dieci.
A tre gare dalla fine, siamo oramai solo nelle mani esperte di Sottil, che, per la verità, ha dimostrato di saperci fare, e dei ragazzi a sua disposizione.
Il traguardo è lì, a portata di mano. Non si può più traccheggiare e sperare solo nei passi falsi altrui.
Forza, cancelliamo dalla mente la brutta prestazione di sabato scorso e diamoci dentro come si conviene a una squadra che deve salvarsi. Traguardo di minima, certo; ma pur sempre un traguardo.
Nino Ruggiero

PAGANESE-AVERSA N. 0-1

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Per assurdo, mi pare di poter dire che la Paganese segna più facilmente i gol nella propria porta anziché in quella degli avversari. Oggi un’altra “perla”: l’ennesima, contro un’Aversa Normanna viva e vegeta che – per quello che si è visto al “Marcello Torre” – si è già calata pienamente nel clima agonistico degli inevitabili play-out cui sarà chiamata a partecipare.
Brutta partita, brutto risultato, brutta serata per quei cinque-seicento temerari che – nonostante delusioni a raffiche – rimangono stoicamente al loro posto, in curva, nel settore distinti ed in tribuna.
Dieci minuti iniziali che promettono, ma non mantengono. Due-tre interventi determinanti del portiere napoletano, qualche batticuore, un quasi gol.
L’inizio è buono, ma solo l’inizio. Poi calano le tenebre, non solo metaforicamente, ed i riflettori possono fare ben poco; la luce non c’è, soprattutto nella zona nevralgica del gioco e la squadra si sbriciola, lentamente ma si sbriciola.
I discorsi di ordine tecnico, capirete, è inutile farne quando mancano oramai solo tre giornate alla fine. Resta il fatto che la Paganese – senza voler fare improbabili classifiche di rendimento – non solo ha giocato una bruttissima partita, ma non è riuscita nemmeno a prendere un misero punticino, traguardo di minima per una salvezza che – nonostante tutto – resta a portata di mano.

Appuntamento nella giornata di lunedì per un approfondimento con la rubrica “Così è, anche se non vi pare” su https://paganesegraffiti.wordpress.com/

Nella foto, il portiere Lagomarsini rilancia dopo aver neutralizzato un tiro di Calamai nei primi minuti di gioco.

Come in una bella favola

Così è (anche se non vi pare)

Dunque, siamo tornati dalla festa. All’andata ci siamo trattenuti, fedeli al vecchio detto popolare che fa sempre tanta saggezza: “si canta quando si torna dalla festa, non prima”. Adesso sì che possiamo e dobbiamo gioire. Liberiamo in sola una volta tutte le angosce che ci avevano attanagliato, tutti i dubbi che ci avevano pervaso, tutte le remore che avevano bloccato cuori palpitanti e generosi. C’è proprio bisogno, in una città martoriata ed afflitta da misere vicende umane e da mali endemici, di un motivo per poter finalmente avere un giorno, e perché no?, anche più di un giorno, per gioire. Forse, e senza forse, non risolveremo i problemi di una città sfortunata ed inerme che sentiamo giorno per giorno sulla nostra pelle, ma tutti noi abbiamo bisogno di tanto in tanto – fra gli innumerevoli mali – di avere un momento e un argomento per liberare qualche inebriante emozione.

So già che in tanti – leggendo queste note –  argomenteranno con chi è sempre pronto a puntare il dito accusatore e vede sempre tutto nero: “con tanti guai che ci affliggono, vedete se è il caso di entusiasmarsi per un campionato di calcio vinto”. Quasi che indifferenza e disinteresse dovessero costituire l’abito funereo per contribuire a risolvere, in questa occasione, tutti i mali di una città. Chi ragiona così non ha capito niente della vita; ed è abituato solo a scaricare i problemi della propria coscienza sugli altri. Siamo fuori strada. I problemi, quali che essi siano, si affrontano e si risolvono. Il calcio ha un suo percorso, una sua storia e non va confuso con altro.

Festeggiamola come merita questa indomita Paganese.

Un’esplosione di gioia giovanile domenica subito dopo la conclusione della gara di Chieti per le strade della città; drappi azzurri al vento, auto e moto scorazzanti per ogni dove. Poi un’ulteriore esplosione di folla anonima a tarda sera: giovani, meno giovani, ragazzi, intere famiglie, all’arrivo della squadra con un tributo eccezionale di una folla immensa all’interno del “Marcello Torre”. Mai vista tanta gente sulle scalee. Tribuna gremitissima, quasi come ai tempi della notturna di una indimenticabile Paganese-Brindisi di qualche anno fa.

E’ festa a Pagani, ma tutto – dopo una fiammata iniziale – è così misurato, così decoroso, così equilibrato. I balconi sono spogli; bandiere azzurre non se ne vedono. Sul tratto via Carmine-piazza Sant’Alfonso ne ho contate appena tre. Numerosi invece i tricolori che richiamano più le vicende della Nazionale impegnata negli Europei che l’impresa della Paganese. Tirateli fuori, allora, i vecchi vessilli azzurri, quelli con la stella, ma anche quelli senza; esponeteli senza ritegno.

Ogni promozione sembra avere un profumo diverso. Ne ho vissute tante di promozioni; non voglio nemmeno contarle perché quelli della mia generazione sono fieri e gelosi dei propri ricordi. Ogni volta sensazioni diverse, ogni volta stati d’animo differenti. Capita per tutte le stagioni della vita. A vincere spesso, si rischia l’assuefazione, come capita a chi ingerisce medicinali in continuazione e quando servono veramente non danno più l’effetto terapeutico sperato. Vuoi vedere – mi chiedo – che ci siamo abituati troppo a vincere campionati?

A Chieti ancora una volta ha trionfato la “teoria degli spazi in campo”. Nelle ultime quattro gare, un poco per le squalifiche, un poco per gli infortuni, Grassadonia ha dovuto rivedere il suo credo tattico. Ed è stato in questo bravo e fortunato. Quattro gare; tre vittorie, un pareggio e zero gol al passivo.

Solo la bravura, si ha un bel dire, nel calcio non basta. La storia ci insegna che un allenatore è bravo quando vince: inutile dire e aggiungere altre cose, perché significherebbe volersi prendere in giro. Se un allenatore butta il sangue sul campo ventiquattrore su ventiquattro, studia schemi, si impegna, lavora per due, ma non vince, nella considerazione generale è uno che va sostituito. Se schiera una determinata formazione e vince, o gli va bene, è un mago; se perde è incompetente. Se diciamo altre cose, se vogliamo arzigogolare su schemi tattici, su trovate più o meno geniali, facciamolo pure. Ma il calcio vuole e pretende i risultati. Così come li pretendono dirigenti e spettatori. I vincenti – come nella vita di tutti i giorni – vanno avanti e fanno carriera; i perdenti restano al palo.

Dicevo di Grassadonia. “Si è misurata bene la palla”, come diciamo dalle nostre parti e, forte di una condizione atletica invidiabile di quasi tutti gli elementi a disposizione, ha intuito di poter arrivare al traguardo che gli si chiedeva di raggiungere.

In partite che erano vere e proprie finali, da dentro o fuori, ha estratto il meglio dai suoi uomini. In trasferta ha giocato come si faceva negli anni Settanta-Ottanta; ha intasato gli spazi difensivi a protezione di Robertiello togliendo finanche il respiro agli attaccanti avversari. Marcature ferree, maniacali, raddoppi, restrizione degli spazi, gabbie per gli attaccanti più pericolosi a conferma anche di uno studio approfondito della caratteristiche degli avversari di turno. Una vittoria dell’intelligenza tattica e della saggia amministrazione degli sforzi sullo sfrenato podismo che sta caratterizzando negli ultimi tempi il calcio italiano, condita anche da un pizzico di buona sorte.

Una chiosa sulla squadra. Non voglio fare nomi perché rischierei in questo momento felicissimo di trascurare qualcuno. Dico solo che proprio nella fase determinante del campionato sono finalmente emersi quei valori tecnici e fondamentali di atleti che nel corso del lungo ed estenuante campionato non sempre avevano dato alla squadra quanto era lecito attendersi.

Adesso si guarda al futuro. Il presidente Trapani, con i consigli e con l’opera preziosa di Cocchino D’Eboli, vorrebbe allestire una squadra da alta classifica. Fossi in lui riconfermerei subito Grassadonia al timone e non smembrerei l’attuale compagine. Pochi ritocchi, ma buoni; a cominciare da un centrocampista che dia subito identità e personalità alla squadra; proprio quella che spesso è mancata nei momenti topici del campionato.

Chiudo e saluto coloro i quali nel corso dell’intera annata hanno avuto la bontà di seguire i miei scritti; saluto soprattutto i tanti sostenitori paganesi sparsi per il mondo. L’appuntamento è fissato per il prossimo anno.

Un affettuoso pensiero lo dedico alla memoria dei colleghi giornalisti scomparsi: a Raffaele Ianniello, a Renato Cuomo, a Salvatore Scarano e a Ninì Cesarano.

Chissà come avrebbero gioito nel vedere nuovamente la loro squadra in un campionato di terza serie.

Nino Ruggiero

Le ciambelle con il buco

Così è (anche se non vi pare)

E’ vero, sono d’accordo con chi saggiamente suggerisce che “si canta quando si torna dalla festa e mai all’andata”, ma un piccolo motivetto, un refrain, anche in sordina, è lecito abbozzarlo dopo Paganese-Chieti. Abbiamo sofferto troppo per un intero campionato. Abbiamo incassato sconfitte assurde che gridano ancora vendetta ed è logico e normale che dopo una vittoria entusiasmante, il cui esito, per la verità, non è stato mai in dubbio, in tanti levino le braccia al cielo e pensino di poter giustamente coronare un sogno. Ma con moderazione, con raziocinio, con razionalità ben sapendo che la parola “fine” è ancora tutta da scrivere.

Parecchio ci ha messo la Paganese per arrivare al top del rendimento. Ha balbettato sul finale del girone di andata, si è trovata in affanno in tante partite più che abbordabili sulla carta; ha steccato nelle partite di cartello del campionato, quando si pensava che proprio tali partite avrebbero rilanciato le sue ambizioni di primato. Ma alla fine ha ritrovato una sua identità, a partire dalla gara interna con il Fano, ed è riuscita a rilanciare le sue potenzialità vincendo la doppia sfida con la Vigor Lamezia. Un po’ come dire, parafrasando un vecchio detto popolare, che quando le ciambelle sono buone riescono anche con il buco.

Grande partita Paganese-Chieti, a beneficio soprattutto dei tanti che nel corso di un lungo campionato avevano dovuto ingoiare rospi indigesti; ma a beneficio anche dei troppi che, quasi sempre, anche in occasione di partite di cartello, avevano preferito il calduccio del focolare domestico o una partita in tv.

Grande partita e grande Paganese, lo dico subito. Un inizio scoppiettante dei ragazzi di Grassadonia. Chieti subito in ambasce, quasi stordito nel primo quarto d’ora della gara. Mancano De Martino, Tricarico e Nigro, praticamente tutti i centrocampisti della squadra; ma quasi non si avverte la loro assenza. Galizia prende subito in mano il comando delle operazioni. E’ su tutti i palloni e distribuisce il gioco, una volta a sinistra dove imperversa Scarpa, una volta a destra dove Neglia ancora una volta dimostra le sue grandi qualità. Il ritmo di gioco è subito altissimo nonostante il gran caldo. Va vicino una prima volta al gol Fava ma la sua girata, da ottima posizione, risulta fiacca e centrale. Quando è appena trascorso il primo quarto d’ora, arriva il capolavoro di Galizia. Scarpa ondeggia come sa fare sulla sinistra, stringe e ritorna con il pallone sul destro, vede Galizia che arriva di gran carriera e gli serve lateralmente, quasi a dire “ecco, fai tu”, un pallone di quelli che sono manna per un attaccante. Gran tiro di esterno destro al volo e pallone che si conficca nell’angolino alto alla sinistra del portiere del Chieti. Che gol, ragazzi, che potenza, che precisione, che giocatore questo Galizia!

Il Chieti è sotto shock. Un gol del genere ti mette ko; devi riorganizzarti, devi mettere ordine nelle tue idee di gioco. E la squadra teatina lo fa, almeno lo tenta. A centrocampo adesso, man mano che passano i minuti, sono gli abruzzesi che prendono il sopravvento. E non potrebbe essere altrimenti considerate le contemporanee assenze di tre uomini chiave della Paganese in quel reparto.

E’ la fase difensiva del reparto che dà qualche preoccupazione. Giglio e Galizia, per caratteristiche tecniche, offrono meno garanzie quando devono rincorrere gli avversari; si avvalgono in questo anche dei preziosi rientri di Neglia e di Scarpa, ma è chiaro che in quella zona del campo i “nostri” sono molto più bravi a ripartire che a contrastare il gioco avversario.

Con tutto questo il Chieti non impensierisce una volta, che sia una, il portiere Robertiello che svetta sui numerosi palloni alti che gravitano nella sua zona.

Se è vero che Galizia è l’uomo dalla zampata che stordisce, è anche vero che Grassadonia, dal centrocampo in su,  può contare su tre elementi che alla fine risulteranno determinanti con le loro prestazioni. Primo fra tutti Scarpa, ritornato finalmente il grande calciatore che abbiamo ammirato negli anni passati. La sua prestazione è da incorniciare; avanti e indietro nella zona centrale del campo, da incursore e da guastatore con galoppate al limite della frenesia che vanno a intaccare l’apparato difensivo del Chieti; i calciatori avversari si guardano in faccia: “lo prendo io, lo prendi tu” sembrano volersi dire, ma Scarpa non se ne preoccupa e imperversa con un insperato spirito giovanile che lo pervade. E’ un’anguilla, sguscia via da tutte le parti ed entusiasma la platea che lo rielegge suo idolo.

E posso non parlare di Neglia, di questo gioiellino che nelle ultime gare si è comportato da veterano, che ha saputo sempre interpretare alla perfezione sia la fase difensiva che quella offensiva? Sulla destra Neglia è superlativo; avanti e indietro come un soldatino,  da novello Di Livio; ve lo ricordate? Sempre pronto a dare una mano a Balzano in difesa ma anche a spingersi in avanti per proporre il cross al centro: il tutto con una lucidità e con una costanza che fanno onore a un ragazzo di vent’anni.

Da un ventenne a uno che di anni ne ha qualcuno in più. Parlo di Fava, non molto appariscente nella prima parte della gara, ma monumentale nella ripresa, specie dopo l’uscita di Luchino Orlando. Battagliero, puntiglioso, addirittura travolgente, riesce a fare reparto da solo. Da solo tiene testa all’intera difesa del Chieti quando si tratta di alleggerire la più che prevedibile pressione offensiva degli ospiti. Tiene la palla, la conquista, fa salire la squadra, sgomita, lotta, conquista palloni su palloni e nulla possono i suoi controllori al cospetto di un giocatore che sembra rinato e che finalmente sprizza vitalità atletica da tutti i pori. Segna il secondo gol, Fava, con una prontezza di riflessi eccezionale, ma, gol a parte, è l’elemento caratterizzante l’ottimo momento complessivo della squadra.

Finisce due a zero con ben poche recriminazioni da parte del Chieti che non si è mai visto dalla parti di Robertiello. Peccato solo che finisca all’incrocio dei pali un autentica bomba di Giglio scoccata su calcio di punizione da distanza siderale e che il portiere nemmeno vede. Forse sarebbe stata una punizione eccessiva per i nero-verdi, ma Giglio quel gol l’avrebbe meritato se non altro per aver messo il magico zampino sinistro anche nella segnatura di Fava. Già, Giglio: altra sorpresa. Buoni numeri, controllo di palla di buona scuola, macchinoso nei movimenti, lento, dinoccolato, passo felpato da ultratrentenne, una dannazione per un ventenne che dovrebbe correre per due, croce e delizia di un centrocampo inventato. Croce per quel suo ritmo sincopato, delizia per quel suo sinistro al fulmicotone che stordisce e che porta prima al secondo gol e poi a una traversa che ancora traballa. Una cosa è certa però: il ragazzo c’è, ha buoni numeri scolastici, deve prendere il ritmo partita e deve crescere giocando.

La parola finale per un campionato che ha riservato tante emozioni è attesa domenica prossima sul campo del Chieti. Grassadonia ancora una volta dovrà rivoltare la formazione a causa delle contemporanee assenze per squalifica di Balzano, Agresta e Pepe.

Sarà dura, molto dura, ma l’attuale Paganese è in un ottimo stato di forma complessivo.

Diamoci dentro, con lo spirito guerriero che sta caratterizzando le prestazioni di questo finale di torneo, e incrociamo le dita.

Poi se il destino lo vorrà, se saremo stati più in gamba dei nostri avversari, giustamente, canterà e gioirà tutta Pagani.

Ma al ritorno dalla festa, come dice uno dei tanti proverbi che sono fonte inesauribile di saggezza popolare.

Prosit, allora: porta bene!

Nino Ruggiero

Chi ha avuto ha avuto, e chi ha dato ha dato

Così è (anche se non vi pare)

I pronostici sono tali perché possono essere smentiti; altrimenti si chiamerebbero certezze. Ci avevano dato per spacciati. Addirittura sul lato distinti dello stadio lametino campeggiava un presuntuoso e lungo striscione: ”VINCEREMO NOI…” c’era scritto. Nel calcio non ci sono certezze; soprattutto in un calcio vero, come nel caso nostro, vissuto al limite della battaglia agonistica, stavolta indiscutibilmente incontaminato al di là di ogni ragionevole dubbio.

Vince la Paganese anche se qualcuno o più d’uno, soprattutto di sponda calabrese, davanti a un risultato non rispondente all’enorme mole di gioco sciorinata, storcerà il muso e tirerà in ballo la iella più nera. Purtroppo, o per fortuna, a seconda dei punti di vista, non bastano una costante pressione offensiva e territoriale per vincere le partite; il calcio è gioco complesso, perciò è bello, perciò è intrigante, perciò affascina le platee. Entrano in gioco ogni volta l’intelligenza del singolo, l’acume tattico complessivo, la predisposizione al sacrificio e alla lotta agonistica; infine, perché no? come nella vita, anche fortuna e sfortuna.

Vince la squadra di Grassadonia, applicando pedissequamente la teoria degli spazi in campo che non è certo stata inventata adesso.

Uno dei primi elementi che ho assimilato negli anni Sessanta quando ho cominciato a scrivere di calcio è stato appunto la teoria degli spazi in campo che –  non essendo allenatore – non so se sia mai stata oggetto di studi al corso di Coverciano.

La teoria degli spazi e del “prima non prenderle”, fu elaborata da due grandi giornalisti sportivi del passato, il lombardo Gianni Brera e il napoletano Guido Prestisimone. Essa si basava su due concetti molto semplici: uno, cercare di restringere gli spazi nella fase difensiva ai calciatori avversari in possesso di palla, in virtù di marcature asfissianti, con raddoppi frenetici che li avrebbero irretiti e non li avrebbero fatto ragionare; due, ricerca degli spazi in velocità, una volta in possesso di palla, per mettere in crisi l’apparato difensivo degli avversari quasi sempre sbilanciati perché impegnati soprattutto a offendere.

Oggi questa fase viene chiamata ripartenza, una volta era contropiede ed era sinonimo di gioco di rimessa. Al gioco di rimessa si affidavano soprattutto le squadre che sulla carta si sentivano più deboli. Dovevano pur difendersi in un modo dalla preponderante forza offensiva degli avversari di turno, dotati di elementi di grande personalità calcistica; e lo facevano in modo intelligente, cercando di mettere in difficoltà gli uomini più rappresentativi con marcature asfissianti e con raddoppi che rasentavano la cattiveria. Memorabili per questo i successi ottenuti in serie A dal Padova di Nereo Rocco, altro monumento sacro del calcio italiano.

Che voglio dire? Solo che la Paganese, alla luce della vittoria ottenuta in casa sette giorni prima, doveva contenere le più che prevedibili sfuriate della Vigor Lamezia e lo doveva fare rinforzando gli ormeggi della difesa, così come si fa quando si deve proteggere una barca che deve affrontare il mare in tempesta. Il fine giustifica i mezzi, si sa; niente calcio spettacolo, gli esteti possono pure aspettare, e gara impostata prevalentemente sulla difensiva a salvaguardia di un risultato. Ecco spiegato come è arrivato, al di là delle pur comprensibili amarezze calabresi, il risultato che si sperava di ottenere alla vigilia, addirittura superiore ad ogni più rosea aspettativa.

Non so se Grassadonia, da tecnico intelligente e preparato, in difficoltà per non poter contare su qualche elemento di spessore, si sia ispirato alla teoria che ho citato; quello che è certo, però, volente o nolente, ha pensato bene di restringere le maglie difensive inserendo contemporaneamente in formazione difensori puri come Pepe e Sicignano in aggiunta ai collaudati Balzano, Fusco e Agresta, e con Nigro e De Martino ben attestati sulla difensiva.

I risultati si sono visti, anche se – come sempre e come nella vita di tutti i giorni – bisogna fare i conti con fortuna e sfortuna, che fanno parte del gioco. Così come fa parte del gioco aver ritrovato per strada il portiere Robertiello, autore di grossi interventi e soprattutto di una parata che ha del miracoloso sul rigore angolatissimo di Gattari. Bravo davvero questo Robertiello utilizzato a sprazzi nel corso del campionato ma che proprio a Lamezia ha avuto la definitiva consacrazione di portiere affidabilissimo e di sicuro avvenire.

Il pomeriggio di domenica è stato esaltante. Tutti quelli che non hanno seguito la squadra a Lamezia, orfani anche della risicata ma mai troppo lodata informativa dell’ufficio stampa, si sono organizzati alla bell’e meglio per seguire le sorti della partita. Mi sono tornati alla mente i pioneristici collegamenti degli anni Settanta quando con “baracchini” della banda cittadina, con gli indimenticati Salvatore Scarano e Ninì Cesarano in prima fila, addirittura chiedevamo compiacente ospitalità ai proprietari dei balconi adiacenti i vecchi terreni polverosi del tempo per fornire notizie sull’andamento della gara a tutti coloro che hanno sempre trepidato per i colori azzurro stellati. In un modo o in un altro le notizie arrivavano a Pagani; ma che tempi, ragazzi!

Adesso che abbiamo passato ampiamente il duemila siamo ai verbi difettivi nel campo della comunicazione. Pareva tutto semplicissimo: l’era digitale, telefoni portatili in tutte le tasche, radio e televisioni private quante ne vuoi. Insomma ci sarebbero stati tutti gli ingredienti a portata di mano per essere presenti sulla notizia ed invece, con la tecnologia che ha fatto passi da gigante, forse anche a causa di una Lega che raschia soldi un po’ dappertutto e in ogni occasione, siamo quasi al tempo dei “tam tam” o, se preferite, del “passaparola”.

Ci sarebbe tanto ancora da aggiungere sull’argomento ma per il momento abbiamo da pensare soprattutto alla Paganese.

Domenica scorsa ci siamo passati la parola su Facebook, un mezzo di comunicazione che purtroppo non è per tutti, grazie alla squisita disponibilità di Carlo Vitiello, presente a Lamezia, e alla perfetta organizzazione tecnica di Gianluca Russo, responsabile di Paganese.it.

La partita sembrava interminabile, non finiva mai. Abbiamo gioito, abbiamo sperato, abbiamo sofferto. Abbiamo vinto. Chi ha avuto, ha avuto, e chi ha dato ha dato; lasciamoci dietro il passato.

Non è finita, teniamocelo bene in mente. Giocheremo in casa domenica prossima con il Chieti e poi, la settimana dopo, giocheremo in terra d’Abruzzo. Chi – con il superamento del turno – dovesse pensare di aver superato l’ostacolo più importante è fuori strada. Dovremo essere concentrati e cattivi, agonisticamente parlando, come e più domenica scorsa. Mancheranno pedine importanti a centrocampo e Grassadonia dovrà inventarsi un reparto dal niente.

Niente però è impossibile.

Avanti, per la miseria!

Nino Ruggiero

Altro giro, altro vincitore

Così è (anche se non vi pare)

“Faccio pace con il calcio, anzi faccio pace con la Paganese” – si sarà detto più d’uno domenica scorsa, alla vigilia dell’incontro con la Vigor Lamezia, passandosi la mano per la coscienza. Sono arrivati a frotte pochi minuti prima dell’inizio della gara quando i presenti di sempre erano pronti a dirsi “avete visto? Altro che pienone, siamo sempre gli stessi…”.

Sono arrivati e hanno riempito lo stadio quasi come ai vecchi tempi. Forse qualcuno ha latitato perché oramai disaffezionato; qualcuno – con poca fede – avrà pensato che quella era una partita già segnata; qualcun altro, in eterna polemica con tutti e soprattutto con se stesso, ha voluto mantenere “il punto”; qualcun altro ancora – ed erano in tanti – infine, ha pensato bene, “abundantis abundandum”, come avrebbe detto il grande Totò, di andare a riempire “la grande curva del cavalcavia”: bella, capiente, ottima visione d’assieme e soprattutto molto economica.

Purtroppo c’è sempre un cavalcavia nella lunga storia della Paganese. I più giovani forse non lo sanno, ma potrebbero chiedere notizie ai loro genitori: anche al “Del Forno” erano in tanti quelli che preferivano sistemarsi sulla sopraelevata che oggi costeggia l’Ospedale, piuttosto che passare per i botteghini. E tutti quelli che avevano acquisito nel tempo il passaporto “portoghese” erano pure i più esigenti o – se preferite – i più critici. Corsi e ricorsi.

La partita. Che spettacolo il “Marcello Torre” vestito finalmente a festa! Che spettacolo le coreografie! Che spettacolo, con un pubblico finalmente all’altezza delle migliori tradizioni nostrane! Ma dove eravate, che facevate la domenica pomeriggio, di grazia?

So bene che è tuttora irrisolto l’amletico dubbio del “se è il pubblico che deve trascinare la squadra” o se, invece, “è la squadra che deve trascinare il pubblico”. Quello che è certo, inconfutabile, è che l’inscindibile connubio squadra-pubblico ha portato alla vittoria, non altro.

Che partita, ragazzi! Lo dico soprattutto a beneficio di tutti coloro che sono lontani da Pagani e attendono giorno per giorno notizie dettagliate sulla squadra del cuore. Emozioni a non finire. Pali, traverse, capovolgimenti di fronte, brividi da un lato e dall’altro. Episodi dubbi, recriminazioni: è questo il sale del calcio. Allora, scusate, forse non era proprio “cotta” la Paganese, come aveva sentenziato qualche inevitabile “solone”?

Il campo dice cose diverse, e il campo non sbaglia mai, al di là di quelli che possono essere gli stucchevoli discorsi inerenti dispositivi tattici da lavagna, al di là dei freddi numeri che significano poco o nulla nel calcio vero, quello che ti fa sudare, che ti fa correre per due anche quando hai poca benzina nelle gambe, quello che trascina e che avvince.

Vince la Paganese e mostra di saper soffrire al cospetto di una squadra che, alla luce degli ottanta punti totalizzati in campionato, non è certo per caso nei play-off. Vince, combatte, non si arrende mai; maschera qualche inevitabile discrasia tecnica con l’ardore che si richiedeva e alla fine di novanta e più minuti di autentica sofferenza distribuisce speranze a una città che, soprattutto in questo particolare momento socio-politico-ambientale, almeno di sogni deve vivere. Toglieteci anche i sogni, dopo averci tolto tutto, e ci avete annientati.

Gioca anche bene e con buona intelligenza tattica la squadra di Grassadonia. Su tutti, scusatemi ma lo devo dire subito per onestà di giudizio, emerge il centrocampista Nigro, uno degli ultimi arrivati nella sessione invernale, con il quale in qualche occasione non sono stato molto tenero. Comincia subito alla grande Nigro, nonostante il comprensibile periodo di studio che pervade i suoi compagni, presi d’infilata da una presuntuosa Vigor Lamezia. Si piazza a ridosso della propria difesa in funzione di centromediano metodista, come si diceva una volta, e distribuisce il gioco con una padronanza del ruolo che fa sgranare gli occhi. Frena gli avversari in possesso di palla con una cattiveria agonistica che è di esempio ai compagni; corre per due, anche per l’assente Tricarico: è onnipresente in tutte le azioni; è un moto perpetuo e non sbaglia un solo passaggio. La sua autorevolezza, il suo “physique du rôle” e la sua esperienza infondono coraggio ai compagni. Non gli è da meno De Martino, dopo un inizio non proprio incoraggiante, e cresce anche la squadra nel suo complesso. “Presente” – sembra rispondere il giovane Neglia, che risulterà a fine gara fra i più brillanti e continui, oltre che intelligente sotto il profilo tattico. Sulla fascia sinistra il giovane salernitano cala i suoi assi: gioca a protezione di Agresta che ha il suo da fare per controllare uno scatenato Cane e si propone anche in avanti per dare sostegno alla manovra offensiva della squadra.

Il gol che castiga la Vigor Lamezia è da manuale del calcio. Galizia ondeggia sulla destra come sa fare, mette in ambasce il suo angelo custode con una finta e con una controfinta, poi serve De Martino scattato in avanti per ricevere l’eventuale passaggio del compagno. Il centrocampista, testa all’insù, vede Orlando ben piazzato al centro dell’area e lo serve con un invito al bacio; colpo di testa azzeccato del centravanti, come ai vecchi tempi, e pallone in fondo al sacco.

Il gol è sinonimo di vittoria per la Paganese che soffre il prevedibile ritorno della squadra calabrese; soffre anche tanto, ma resiste e vince.

Alla luce di quanto visto domenica scorsa, la gara di ritorno a Lamezia, nonostante le prevedibili assenze nella formazione azzurro stellata di alcuni uomini chiave, non deve impressionare più di tanto. Massimo rispetto per le potenzialità dei lametini, ma nel calcio niente è mai scontato, anche se più d’uno dall’altra parte della barricata grida già vittoria.

Ce la giocheremo, faccia a faccia, perché non è pensabile che Grassadonia – con il materiale umano a disposizione – possa impostare una gara solo sulla difensiva; ci vorrà una gara accorta, ma mai del tutto rinunciataria per la difesa di un sogno che facciamo fatica a tenere nascosto.

“Altro giro, altro vincitore” – dicevano una volta gli addetti al Luna Park, con il tono degli imbonitori, a quelli che avevano perduto nella prima mano. Un po’ come dire: “ritentate, avrete maggiore fortuna”, ben sapendo però che avrebbe vinto sempre e comunque il banco.

Ma il banco, scusate, non siamo noi?

Prosit!

Nino Ruggiero

Play-off: in questo mare non ci sono più taverne

Così è (anche se non vi pare)

Volevamo i play-off: eccoli! Alla prossima, cioè fra meno di quindici giorni, si farà sul serio. Non che si sia scherzato fino a questo momento, per carità, ma le finali saranno un’altra cosa. Volete mettere una partita giocata contro avversarie in un certo qual senso appagate e una partita contro una squadra che ha chiuso il campionato con quindici punti in più dei “nostri”?

Giocheremo contro la Vigor Lamezia prima in casa, e non sarà un incontro da poco. I calabresi hanno rappresentato una delle vere sorprese del campionato, una di quelle squadre che una volta venivano definite “outsider”. Se ne sono partiti piano piano e poi, con il passare del tempo, hanno conquistato prepotentemente le posizioni altissime della classifica; fino al giorno in cui hanno affrontato fuori casa il Catanzaro e hanno perduto lo scontro fratricida per il passaggio diretto in prima divisione. Poi, in un certo qual senso, a giochi fatti, hanno un po’ mollato.

Beh! proprio questa mancata promozione diretta alla quale credevano in tanti nel lametino potrebbe aver lasciato il segno. Perché, guardate, una cosa è essere determinati e carichi al punto giusto, un’altra è essere delusi per non aver centrato il bersaglio grosso.

I “nostri”, invece, alla luce degli ultimi risultati ottenuti, dovrebbero essere ben carichi sotto il profilo psicologico, che nel calcio assume valori spesso determinanti.

Pronti, via! Fra meno di quindici giorni il “Marcello Torre” sarà teatro di una fase finale raggiunta ed afferrata quasi per i capelli; una gara che evoca altre finali, altri spareggi e libera la fervida fantasia di chi, in barba ai pronostici, vuole credere nelle potenzialità dei propri beniamini.

La Paganese ci arriva in virtù di due buoni risultati acquisiti negli ultimi due turni del campionato, ma non certo – a dire il vero – per aver entusiasmato più di tanto. Dopo un campionato poco esaltante e dalle tante contraddizioni, sarebbe stato assurdo pretendere di assistere ad un finale brillante anche sotto il profilo del gioco. Importante era conquistare il diritto a disputare i play-off; ed almeno questo traguardo è stato centrato, pur se accompagnato da tante sofferenze ed incertezze.

Qualcosa di buono la squadra l’ha fatta vedere nelle due ultime prestazioni, mostrando molto carattere e determinazione, doti che spesso riescono a mascherare altri tipi di problemi di carattere tecnico e tattico.

Largo alle speranze ed al futuro: in due partite secche ci si gioca tutto. Adesso, però, amici belli, a play-off conquistati, sappiate che in questo tipo di mare non ci sono più taverne. Non ci sono più alibi, non ci sono più scusanti: o dentro, o fuori.

La carta segreta della squadra potrà essere rappresentata da alcuni elementi che fino a questo momento hanno giocato a corrente alternata e che con le loro prestazioni altalenanti hanno condizionato il rendimento ondivago della squadra; primo fra tutti Fava – brillante nelle ultime esibizioni – che è chiamato a recitare il ruolo di primo piano che un elemento di classe e dotato di grande carisma deve interpretare. Subito dopo De Martino, elemento di grande temperamento e di classe genuina, lontano per molto tempo dai terreni di gioco ma capace di grande recupero e di prestazioni al di sopra della media; poi ancora Galizia e Luchino Orlando, che nella parte finale hanno reso meno del previsto, probabilmente per stanchezza. Il primo è atteso per la sue genialità e per le sue incursioni sulla fascia destra dello schieramento; il secondo, fiore all’occhiello dell’attacco, per i suoi gol che nella prima parte del campionato hanno spesso costituito il valore aggiunto della squadra.

Grassadonia è chiamato a restituire certezze e vigore atletico ad una squadra che molto spesso è stata trascinata dagli eventi mostrando scarsa personalità calcistica. Dovrà farlo in fretta, usufruendo soprattutto del buon ritiro in località San Gregorio Magno, paesino a due passi dalla Basilicata, dotato di un complesso sportivo di primordine, scelto dalla società azzurro-stellata in vista dell’incontro con la Vigor Lamezia. La squadra dovrà innanzitutto ritemprarsi per essere poi pronta alla tenzone; ad un gravoso ma non impossibile impegno finale che potrebbe segnare un altro importante capitolo nella storia del glorioso sodalizio azzurro-stellato.

Spero, infine, vivamente che in occasione dell’incontro con la Vigor Lamezia al “Marcello Torre” possa ritornare la folla di una volta, magari più unita, più compatta, meno “sparpagliata” soprattutto per quello che riguarda il tifo organizzato.

E’ chiedere troppo?

Nino Ruggiero