I conti da ragioniere

Così è, anche se non vi pareTiro di Deli

Il tiro di Deli sull’esterno della rete dopo quattro minuti di gioco

Volenti o nolenti, ci hanno costretti a far di conti, cioè dobbiamo fare ricorso all’aritmetica più elementare per cercare di ingabbiare il futuro più prossimo. Perché? Perché gira e rigira, alla fine, quando nella vita non si è in grado di sbrigarsela da soli e, nella fattispecie, non si riesce a sistemare la classifica con le proprie forze, alla fine devi poi dipendere anche dagli altri.
Parlo ovviamente della Paganese; di una squadra che ha perduto da tempo, a causa di inevitabili scelte societarie, la sua identità. Media punti da brividi nella seconda parte del campionato, quasi un record negativo: appena nove punti racimolati dalla prima di ritorno ad oggi. Quattordici partite, nove punti!
D’accordo: non si poteva pretendere che la squadra raccogliesse punti dal doppio incontro con Benevento e Salernitana, ma mi pare di poter dire che – a differenza di quanto ottimisticamente previsto – nemmeno con squadre più alla portata si siano presi quei punti che ci avrebbero fatto stare più tranquilli.
Mancano solo cinque gare alla fine e per fortuna, grazie al “tesoretto” accantonato nel girone di andata, la Paganese mantiene ancora una certa distanza sul gruppetto delle squadre che al momento sono destinate a disputare i “play out”. Dopo gli ultimi incontri di oggi, considerati i pareggi di Messina e Savoia, il margine di vantaggio sulle due squadre si è ridotto di un punto. Sei sono in termini numerici le distanze che separano la Paganese da Savoia e Messina, ma possiamo anche dire che sono praticamente sette, in considerazione del fatto che negli scontri diretti, in una eventuale classifica avulsa, la Paganese è in vantaggio.
Si guardava solo a Messina e Savoia, considerate serie antagoniste da tenere d’occhio, ma poi all’improvviso c’è stato una specie di scatto repentino da parte dell’Ischia. La squadra di Maurizi proprio ieri ha fatto un bel balzo in avanti, grazie alla vittoria conseguita in trasferta a Reggio Calabria e si è portata a cinque punti, che in pratica sarebbero sei, sempre per il vantaggio acquisito negli scontri diretti.
Lo vedete come siamo ridotti? A calcoli da ragioniere. Ma si può? é mai possibile? come siamo arrivati a questo?
La storia è lunga e delicata al tempo stesso. Proprio perché lunga e delicata avrebbe bisogno di essere sviscerata per bene. Vorrei dire tante cose, ma me le tengo per me perché in questo momento c’è un solo obiettivo da raggiungere: la salvezza sul campo.
So bene qual è l’aria che tira in giro: so bene che nella tifoseria c’è molto scoramento per un rituale che si ripete da tempo: quello di smantellare puntualmente la squadra nel periodo natalizio; so anche bene che più d’un tifoso, sempre più sconsolato e avvilito, vorrebbe sapere che fine ha fatto quel “progetto” tirato in ballo ogni anno e mai reso pubblico. Però conosco altrettanto bene anche i problemi personali che affliggono la proprietà. Allora cosa vogliamo fare? Ve la sentite, voi che avete sangue azzurro nelle vene, di abbandonare la nave in un momento di grave difficoltà? Io dico di no, pur con tutta la comprensione per uno stato d’animo che pervade moltissimi: gli irriducibili di ogni domenica al “Marcello Torre”, ma anche chi, per un motivo o per un altro, forse anche colpevolmente, segue solo indirettamente le sorti della squadra.
Non ho parlato di calcio, e mi dispiace. Ma in questo momento delicatissimo, credo che ogni tipo di discorso che investe il lato tecnico-tattico sia del tutto pleonastico. È del tutto inutile che vi dica che la squadra ha grossi limiti, perché ognuno di voi lo sa troppo bene; ed è altrettanto inutile che ci mettiamo a rimpiangere le infauste scelte di mercato natalizie; bisogna solo ricordare che – pochezza tecnica a parte – dobbiamo anche fare i conti con malanni che negli ultimi tempi hanno interessato alcuni giocatori considerati fra i più quotati della “rosa”.
Il turno di riposo pasquale dovrà servire a Sottil per recuperare proprio questi calciatori di cui la squadra al momento non può fare a meno.
Poi andremo a Lamezia domenica 12, giorno dedicato alla “Madonna delle Galline”; giocheremo la settimana successiva in casa con l’Aversa Normanna con l’augurio e la speranza che – raggranellando preziosi punticini – non si debba ancora contare solo sulle disgrazie altrui.
Pardon, sconfitte altrui.
Nino Ruggiero

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Uno, nessuno, centomila

colpo di testaCosì è (anche se non vi pare)

 Il calcio è materia opinabile. Partiamo da qui. Se ci fosse una giusta ricetta per guarire le innumerevoli disfunzioni tecnico-tattiche che una partita di calcio produce, specie in assenza di risultati, allora credo che tutti la utilizzerebbero: allenatori, dirigenti di società e – perché no? – i tifosi che sono i primi malati di una passione che travolge e che assai spesso lascia poco spazio al buon senso e alla saggezza.

L’unica medicina universale che mette tutto a tacere sono i risultati positivi. Quando arrivano le vittorie c’è poco spazio per ogni tipo di disquisizione tecnica perché le vittorie rappresentano la panacea di tutti i mali. Hai giocato male e hai vinto? Bene, altri tipi di considerazioni – che pure fanno parte del calcio – passano in secondo piano.

La ricetta giusta, quando i risultati non sono quelli sperati, non c’è; non c’è mai stata e mai ci sarà. Sappiamo tutti che il primo colpevole viene individuato nel manico: nell’allenatore. E’ storia vecchia, storia di sempre. A pagare è sempre l’allenatore, è prassi consolidata; l’allenatore paga sempre, a prescindere da colpe e manchevolezze. Qualche volta il cambio di allenatore può essere necessario. Ma bisogna avere le idee chiare in merito. Bisogna valutare tante cose: se la squadra segue ancora i dettami tattici dell’allenatore; chi l’ha costruita e con quali criteri; se, infine, ci sono i tempi tecnici per dare eventualmente una sterzata. Cambiare per cambiare, non serve.

Prendete Zamparini, presidente del Palermo e Cellino, presidente del Cagliari: ho perso il conto di quanti allenatori hanno cambiato negli ultimi anni. Non arrivano le vittorie e allora via l’allenatore. Continuano a non arrivare successi, ecco allora ancora un altro allenatore. Non si muove una foglia? allora facciamo ritornare il primo allenatore. Insomma una giostra, un via vai, tipo Stazione Termini, senza per questo risolvere il problema. La considerazione più ovvia che viene fuori allora è questa: possibile che siano tutti scarsi? Ma  allora quando i risultati sperati non arrivano di chi è la colpa? Forse di tutti e di nessuno. Detto alla Pirandello, forse uno, nessuno, centomila.

Vado alle cose di casa nostra. L’ennesimo passo falso commesso nell’incontro con la Nocerina ha aggravato la posizione in classifica della Paganese. Archiviati i sogni di alta classifica, gli azzurro-stellati non riescono più nemmeno a mantenere il passo delle squadre pericolanti e sono sprofondati in piena zona play-out. Contro la Nocerina si è vista all’opera una squadra senza nerbo, senza idee e senza costrutto; l’ombra della squadra bella e intrigante che nella prima parte del campionato aveva fatto palpitare e sognare tanti cuori. Ovvio, allora, che ci si domandi: che è successo alla squadra, come mai non ha più il rendimento del girone di andata? L’allenatore Grassadonia, come da classico copione, è sulla graticola. L’accusa è quella di non aver dato un gioco ed volto definitivo alla squadra, aggravata dal fatto che la squadra azzurro-stellata oramai non vince più dal 4 gennaio quando rimandò a casa con un sonoro 4 a 1 l’Avellino.

Non sono mai stato particolarmente tenero con Grassadonia in linea squisitamente tattica; altre cose non mi interessano.  Non una sola volta nelle mie solite note, all’indomani delle partite casalinghe, ho messo in evidenza che la squadra a centrocampo aveva più di una difficoltà. Schierare due soli centrocampisti di ruolo portava inevitabilmente ad uno squilibrio tattico, specie in presenza di squadre organizzate e che nella stessa zona nevralgica del gioco si presentavano con tre e anche con quattro elementi.

Mi pare di poter dire che, fin quando le condizioni fisiche degli atleti sono state ottimali, la squadra ha saputo mascherare qualche magagna di ordine tattico. Adesso, che più di qualche calciatore accusa malanni fisici, tanti nodi di natura tecnico-tattica vengono inevitabilmente al pettine.

Contro la Nocerina, Grassadonia, a causa di numerosi infortuni e della squalifica di Ciarcià, ha dovuto letteralmente inventarsi una squadra diversa dal solito. Nel giorno in cui si era finalmente deciso a schierare un centrocampo a tre, ha dovuto rinunciare a Romondini (febbre influenzale?) unico elemento in grado di accendere la luce nel grigiore di un centrocampo operaio.

Dopo aver subìto il gol su un calcio d’angolo studiato, provato e riprovato come schema negli allenamenti, la Paganese si è trovata a dover fare la partita. Contro una squadra organizzatissima, formata da elementi di grosso spessore,  gli azzurro stellati non hanno mai trovato il bandolo del gioco. Senza un uomo d’ordine a centrocampo, la manovra si è sviluppata spesso con lanci lunghi dalle retrovie. Palla lunga e pedalare; è sembrato questo lo slogan che ha accompagnato la squadra verso un’improbabile rimonta. Sono mancate le sovrapposizioni sulla fasce laterali; le due filiere di destra e di sinistra non hanno dato il solito apporto. Più di un calciatore, soprattutto gli under, hanno sofferto il clima agonistico di quella che per tanti è una partita speciale. Ciò nonostante il risultato della partita, specie nella prima parte della gara, è stata sempre in bilico e Tortori, nelle vesti di incursore, è stato fra i più brillanti mettendo spesso in allarme la difesa nocerina; ottimo un suo colpo di testa nel secondo tempo degno di migliori fortune. Il secondo tempo, acuto di Tortori a parte, è stato una vera lagna nonostante la Nocerina fosse ridotta in dieci uomini.

Rieccoci all’allenatore. Credo che la società gli riconfermerà la fiducia. A questo punto del campionato, con sole otto gare (inclusa quella con il Latina) ancora da disputare, con una squadra costruita su sue precise indicazioni (almeno credo!), bisognerà solo e soltanto pensare ad evitare i play-out. Non devo e non voglio difendere nessuno, ma altre considerazioni, anche condivisibili, sono da rinviare perché produrrebbero solo divisioni in un momento delicato in cui invece c’è bisogno di unità d’intenti.

Nino Ruggiero

La difficile materia del calcio

Così è (anche se non vi pare)OLYMPUS DIGITAL CAMERA

 Il calcio, si sa, è materia opinabile. Niente è mai certo. Sento in giro amici che, dopo l’ennesima delusione maturata al termine dell’incontro contro il Prato, parlano di moduli tattici, di calciatori che andrebbero accantonati, di formazioni e sostituzioni sbagliate, di un allenatore che avrebbe perduto il controllo della squadra. Questo è il calcio. Siamo tutti esperti, o quasi; ci sentiamo coinvolti e vogliamo dire la nostra in ogni discorso di natura tecnica, soprattutto quando i risultati non sono quelli sperati.

Sono le vittorie che annullano ogni discorso di natura tecnico-tattica; lo cancellano in nome di un entusiasmo collettivo che il calcio stesso sa sprigionare e che va al di là del fatto tecnico. Abbiamo giocato male e abbiamo vinto? e che ce ne importa? nel calcio l’importante è vincere, non partecipare.

Il guaio è che da un po’ di tempo a questa parte si gioca male e il risultati non arrivano. Già, nisba risultati. Niente risultati e niente gioco; insomma, niente di niente. E volete che con questi “chiari di luna” non ci sia un dibattito, non ci siano posizioni estreme, non ci sia un “pollice verso” che accusa?

La situazione oggi non è rassicurante. Si era partiti in sordina all’inizio del campionato allestendo una squadra di tutto rispetto che sulla carta avrebbe dovuto dare parecchie soddisfazioni al pubblico amico. Si era puntato su nomi di una certa levatura tecnica tipo Soligo, Fernandez, Romondini, Caturano, Girardi; atleti che – aggiunti ai riconfermati Scarpa, Fusco e Fava – avrebbero dovuto assicurare la disputa di un campionato di tutto rispetto.

L’inizio era stato buono; la squadra pareva rispondere bene alle sollecitazione tecnico-tattiche del suo allenatore, anche se qualche riserva, in linea tecnica, era sempre dietro l’angolo. Logico, quindi, in un campionato apparso abbastanza livellato, che si pensasse anche a qualcosa in più di una semplice e tranquilla salvezza. È giusto e lecito pensare sempre in grande; guai se così non fosse. Nella vita bisogna avere sempre molta autostima; anche se poi, purtroppo, bisogna sempre scontrarsi con la realtà. E la realtà, specie quella caratterizzata dalla seconda parte del campionato, ci sta consegnando una squadra che non è più quella brillante della prima parte del torneo.

Le cause, i motivi? Materia opinabile il calcio; l’ho sempre detto e ribadito. Ogni allenatore credo abbia un modello di gioco da porre in essere. Poi, si sa, è il campo a dare i responsi e da lì non si scappa. Quando si vince, ogni discorso di natura tattica viene accantonato. L’allenatore, inoltre, è bravo quando vince; lo è di meno, per non dire altro, quando invece la squadra non riesce a cogliere successi.

Prendete Grassadonia. Ha sposato la causa di un gioco altamente offensivo e non si sposta un millimetro dalla sua idea. Mi sono guardato intorno, e non da adesso, e per quanto mi sforzi non riesco a individuare il modello di squadra da cui prende spunto. So soltanto che la Paganese degli ultimi tempi – quella che non vince più – va in affanno nella zona centrale del campo dove le squadre avversarie hanno sempre, come minimo, un giocatore in più. Andava in difficoltà pure prima, per la verità, anche quando vinceva. Ma le vittorie avevano un sapore giustizialista; facevano scordare tutto: gli affanni, le fatiche, i patimenti per arrivare alla vittoria.

Contro il Prato, ancora una volta, specie nel primo tempo, la squadra accusa un distacco pauroso tra i reparti, uno scollamento fra gli stessi e nella zona nevralgica del gioco si vedono solo gli avversari. Lulli e Soligo – calciatori di quantità – giocano una gara intensa, anche ammirevole, non si risparmiano ma hanno di fronte avversari in numero preponderante che arrivano inevitabilmente, proprio perché in superiorità numerica, sempre primi sulla palla. Peggio del solito va la fase di possesso palla. La mancanza di un uomo d’ordine – al di là di una concezione condivisibile o meno di calcio razzolante – fa il resto. La squadra appare smarrita, senza idee, senza luce, senza personalità; il pressing asfissiante, i raddoppi sistematici degli avversari non consentono un abbozzo di manovra, uno scambio, due passaggi precisi di fila. La prova della difficoltà di manovra sta tutta nel fatto che un solo tiro degno di nota, il colpo di testa di Caturano, viene indirizzato dalle parti del portiere toscano.

Ti aspetti una correzione di rotta, che entri un centrocampista a dare manforte alla squadra che manca proprio di equilibrio e di qualità. Entra in campo Romondini – evidentemente accantonato dall’inizio solo per un discorso tattico e non perché in cattiva forma – ma esce un altro centrocampista, il giovane e promettente Lulli; niente da fare sul discorso puramente tattico, abbiamo scherzato.

Gioca meglio la squadra nel secondo tempo. Romondini ha personalità e classe; forse gli manca il vigore agonistico della prima gioventù, ma quando prende palla sa come amministrarla, sa indirizzare la squadra, sa guidarla, sa prenderla per mano nei momenti di difficoltà. A un atleta del genere bisognerebbe affiancare cursori, atleti capaci di recuperare palloni; forse parliamo di un altro calcio, di certo non di marziani.

Viaggiare ad una media di un punto a partita, in un torneo che assegna tre punti per la vittoria ed un punto per i pareggi, è deleterio anche per squadre che devono salvarsi. Tanti anni fa, quando la vittoria assegnava solo due punti, poteva anche andare bene; sempre però che il traguardo da raggiungere fosse fissato nella salvezza. Alla sesta di ritorno, tanto per entrare nel tema che più ci interessa, la Paganese ha collezionato soltanto sei punti; nel girone di andata, alla stessa giornata, di punti ne aveva preso otto.

Dopo la gara con il Prato, cominciamo ad avere un quadro più chiaro per quello che riguarda le ambizioni del team azzurro-stellato. Riponiamo nel cassetto tanti sogni dolcemente cullati e ricullati che investivano le posizioni di vertice della classifica. Siamo fatti per soffrire e soffriremo; però finiamola di parlare sempre di episodi sfavorevoli. Episodio di qua, episodio di là; si parla sempre di episodi, manco se gli episodi non fossero parte integrante di una partita di calcio. Immaginate solo per un istante uno scrittore che lamenti scarsa attenzione e poco successo editoriale e di vendita per un suo libro, a causa di un capitolo scritto male. Embè, scusate, ma il libro chi lo ha scritto?

Siamo seri, per favore. Di banalità – è vero – ce ne sono tante nel variegato mondo del calcio, ma non è possibile che si vada oltre ogni limite intellettivo, come se gli episodi fossero corpi estranei ad una partita di calcio invece di esserne parte integrante.

Termino con gli auguri a Scarpa per le sue cento prestazioni in maglia azzurro-stellata. Aspettavamo un po’ tutti il suo graffio d’autore in zona gol; è andata male, ma è tutto solo rimandato.

Nino Ruggiero

Le partite che non dovrebbero finire mai

Così è (anche se non vi pare)

scarpa

Ci sono partite che non dovrebbero finire mai; dovrebbero durare in eterno perché – dopo delusioni cocenti e prestazioni insipide – una vittoria tanto copiosa, tanto bella, tanto eclatante e tanto meritata può farti fare pace con il calcio e conciliarti anche con le difficoltà della vita. Piove a catinelle sul “Marcello Torre”. La partita è finita. Ma c’è poca voglia di sloggiare da parte dei soliti fedelissimi della Paganese. “Me la voglio godere fino in fondo – ammicca uno di quelli che pioggia o non pioggia, freddo o non freddo, è al solito posto, in mezzo ai soliti irriducibili – starei qui tutta la notte. E chi si muove di qua!…”.
Volti felici, sorridenti, gioiosi; continua a cadere impietosa la pioggia ma sono in tanti a restare al proprio posto. Vogliono tributare un doveroso ringraziamento ai ragazzi in maglia azzurro-stellata, ma vogliono anche commentare la partita, vogliono essere certi di quello che hanno visto i propri occhi; una specie di “sogno o son desto?”, dopo qualche cocente delusione maturata negli ultimi tempi.
Bello il colpo d’occhio, lato distinti, sotto le telecamere di mamma Rai, qualche minuto prima dell’inizio. Coreografia bella, anche spartana, ma molto originale.
Grassadonia deve mischiare ancora una volta le carte; le assenze di Marruocco, Calvarese e Ciarcià non sono da poco. Gioca dal primo minuto Pepe in difesa con compiti particolarmente impegnativi: dovrà mettere la museruola a Biancolino, detto “il pitone”; lo farà in modo puntuale e preciso tanto è vero che l’attaccante irpino alla fine risulterà fra i “non pervenuti”. Fusco, invece, si dedica quasi interamente all’altro attaccante di peso, Castaldo, e lo fa con la solita professionalità e bravura. Fernandez è chiamato a chiudere tutti i varchi difensivi, lui che è atleta eclettico buono per ogni tipo di situazione tattica.
Il centrocampo presenta la novità Franco al fianco dei soliti Romondini e Soligo. Il ragazzo gioca da veterano incallito. Tocchi e posizione da scolaro diligente; mai un passo più del dovuto; intelligente gestione del pallone, un tocco e via oltre ad una buona predisposizione per la fase difensiva. Se ne avvantaggia Romondini che gioca una delle partite più intense dall’inizio del campionato. Sarà anche una moviola, come si affanna a dire qualcuno che sa poco di calcio, ma Romondini, quando viene ben assistito, una volta in possesso di palla, rappresenta l’unica vera luce nella manovra della squadra.
Il guaio sapete qual è? Ve lo dico subito: ci siamo talmente abituati a vedere un calcio razzolante e gladiatorio che non ci rendiamo nemmeno più conto di cosa significhi avere tra le propria fila un cervello pensante che da del “tu” al pallone e che lo spedisce dove vuole; poi, quando le cose vanno in un certo senso, nei momenti critici di una gara difficile da sbrogliare, ci lamentiamo di non avere un uomo d’ordine che sappia dare personalità alla squadra.
Soligo comincia a destra dello schieramento, in una insolita posizione, per dare profondità alla squadra che ne ha poca da quelle parti; nella seconda parte della gara, invece, riprende la sua abituale posizione mentre Franco va ad occupare la corsia di destra senza mai affondare, viste le sue caratteristiche, ma giocando il solito calcio essenziale e pulito; mai un passo più del dovuto, nessuna iniziativa personale di carattere individualistico.
Gran primo tempo. L’Avellino si intruppa al centro e lascia le due corsie, quella di sinistra e di destra poco guarnite. La filiera di sinistra con Nunzella e Tortori funziona alla grande. Comincia benissimo il piccolo attaccante romano, infilandosi bene fra le strette maglie della difesa avellinese; poi cala man mano fors’anche a causa del terreno particolarmente pesante. Nunzella è, come al solito, dirompente sulla fascia di competenza. Si propone spesso in avanti e lo fa con cognizione di causa con un sinistro che non tradisce e che conosce bene la via del cross. L’ex leccese è oramai una realtà – altro che under! – perché sa interpretare alla perfezione il ruolo che Grassadonia gli ha ritagliato sulla fascia sinistra.
In avanti Caturano è in giornata di grazia, si trasforma in una specie di bulldozer travolgitutto; su quel tipo di campo sembra un invitato a nozze. Fa valere la sua possanza fisica e uno straordinario momento di forma. Corre su tutti i palloni che gravitano in avanti, una volta a destra, una volta a sinistra e dimostra anche di avere buona dimestichezza con il gol. Meno bene Girardi al centro dell’area; più macchinoso il suo incedere, ben coperto com’è tra due mastini di area che non gli danno respiro.
Come capita assai spesso nel calcio, gioca meglio la Paganese, ma segna l’Avellino. Pallone perduto in malo modo a centrocampo, rapido capovolgimento di fronte e gol chirurgico a fil di palo rasoterra.
Nel secondo tempo, un’altra partita e un’altra Paganese. Entra Scarpa al posto di Tortori e la manovra si velocizza. L’Avellino intuisce di dover rafforzare la sua fascia destra di difesa, ma deve fare i conti con uno Scarpa letteralmente scatenato come capita da qualche tempo, soprattutto nelle partite importanti. Caturano è più reattivo ancora e sprizza forza agonistica da tutti i pori; si catapulta continuamente su ogni pallone, anche su quelli che sembrano perduta: è una forza della natura. Arriva così, naturalmente, il gol del pareggio; poi quello del due a uno, del tre a uno ed anche quello del quattro a uno.
Grande partita, grande Paganese. Ci stropicciamo ancora gli occhi a fine gara. Emozioni non finire; quelle che mancavano da qualche tempo. E poi inevitabili considerazioni: c’è una vera Paganese? O meglio: qual è la vera Paganese, quella di Benevento e Perugia o quella vista all’opera contro Nocerina e Avellino?
Solo un’improbabile risoluzione dell’inquietante interrogativo potrebbe dire una parola definitiva sul ruolo che la squadra potrà recitare nell’attuale campionato. Grassadonia, tecnico serio e preparato, dovrà interrogarsi a fondo e – conseguentemente – fare qualche scelta tecnica per cercare di quadrare meglio il cerchio con l’attuale rosa disposizione. Oramai, la squadra è quella che è perché non sono previsti nuovi innesti. Solo un consiglio: guardiamo, come sempre, in alto, ma non scordiamoci di guardare anche in basso.
Come nella vita.

Nino Ruggiero

Il carbone della Befana

Così è, anche se non vi pare

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 Tempo di Befana, tempo di regali. Ne riceve uno grosso quanto una casa il Viareggio a Pagani a tempo abbondantemente scaduto, quando i quattro minuti di recupero decretati dall’arbitro sono scaduti da un bel pezzo. Parlo di regali, prescindendo dall’andamento della partita, per un motivo molto semplice. Se i minuti di recupero devono essere quattro, con tanto di lavagna luminosa a ricordarlo agli spettatori, non si può poi giocare all’infinito. Le regole o ci sono o non ci sono. Ove mai ci fosse bisogno di un recupero supplementare, questo dovrebbe essere segnalato con lo stesso sistema, vale a dire sempre con la lavagna luminosa. E non mi pare, ad onor del vero, che l’arbitro abbia mai sancito tale ulteriore recupero.

La partita è stata bruttina. La pausa di campionato ci consegna una Paganese raffazzonata. Mancano tutti in una volta ben tre difensori: Fernandez, ancora in Argentina; Calvarese alle prese con un infortunio che lo terrà lontano dai campi per due mesi e Nunzella squalificato.

Grassadonia prova ad inventarsi un reparto che è ancora tutto da scoprire; difesa con tre centrali: Fusco, Puglisi e Pepe. Sulle fasce: Ciarcià a destra e Agresta a sinistra. Centrocampo senza Romondini, probabilmente per scelta tecnica, ma con l’asse Franco-Soligo sostenuto sulla trequarti da Scarpa. Attacco a due punte con Caturano e Girardi.

Il primo tempo scorre via senza grossi sussulti. La pausa di campionato ci consegna una Paganese contratta, poco lineare nel suo incedere, alquanto intruppata e senza idee nella sua metà campo.

Agresta comincia maluccio. Sulla sua fascia non riesce a dare impulso al gioco: si sgancia poco e quel poco lo fa in modo scolastico, senza personalità. Su quella fascia il gioco di proponimento manca. Se ne accorge evidentemente Scarpa che prova a dare impulso con manovra di aggiramento della difesa ospite; qualche cross allora arriva al centro per i due arieti, Girardi e Caturano che però non sempre riescono ad eludere l’agguerrita difesa viareggina. Va decisamente meglio il gioco sulla fascia destra con un Ciarcià che gioca forse la migliore partita da quando è a Pagani. Il calciatore si sacrifica in un gioco oscuro ma redditizio; staziona in una insolita posizione difensiva a sostegno dei tre centrali, ma non disdegna appoggi in avanti anche se preferisce, probabilmente per consegne tattiche ricevute, dedicarsi maggiormente ad un ruolo di interdizione. A centrocampo Franco e Soligo sono bravi sul piano dinamico ed arrivano tempestivamente sui palloni che gravitano nella loro zona; latita però la fase di proposizione del gioco. La manovra è priva di genialità e di inventiva: è farraginosa e scontata. Ciò nonostante Caturano e Girardi vanno perlomeno in un paio di occasioni ad un passo dalla segnatura che non scandalizzerebbe nessuno; ma non sono fortunati, soprattutto Girardi che sotto rete fa valere la sua stazza.

Il Viareggio giovane e pimpante dalla difesa in su, si perde in avanti. Robertiello dorme sonni tranquilli e non deve fare straordinari. La prima frazione di gioco finisce zero a zero con qualche rimpianto soprattutto da parte azzurro stellata.

La ripresa vede in campo una Paganese più determinata. Capovolto letteralmente il giudizio su Agresta che sembra un altro calciatore rispetto a quello visto nella prima frazione; è autorevole, disinvolto, non sbaglia un passaggio. Inoltre si propone in avanti con maggiore continuità e partecipa attivamente alla costruzione del gioco. Anche Ciarcià, che nel primo tempo ha curato soprattutto la fase difensiva, sull’altro versante sembra ancora più propositivo e le sue incursioni in avanti mettono in difficoltà la difesa toscana. Il gol del vantaggio della Paganese arriva su calcio di rigore ed è più che meritato per la mole di gioco che la squadra produce. Se lo procura Caturano che si catapulta un pallone sporco sulla destra dell’area e viene atterrato senza pietà da Trocar. Rigore realizzato senza scampo dallo specialista Scarpa.

Una volta in vantaggio, la Paganese dovrebbe giocare con più scioltezza. Dico e sottolineo: dovrebbe. In realtà, nella fase più delicata della partita, quando cioè dovrebbe emergere l’esperienza e il mestiere, qualcosa si inceppa. La difesa nei momenti topici della gara non ha la necessaria lucidità ed ermeticità che si richiede ad una squadra che deve badare a non prenderne.

In questi periodi si fa un gran parlare di calcio propositivo; ma il calcio, da che mondo è mondo, è sempre lo stesso. Ci sono le varie fasi di una gara. Quella in cui bisogna saper attaccare e quella in cui bisogna sapersi difendere. Perché è inutile che ci giriamo intorno: in campo ci sono sempre anche gli avversari e non si può credere di avere il pallino del gioco in mano per tutta la durata della gara.

Ecco, mi pare di poter dire che la Paganese vista contro il Viareggio abbia difettato soprattutto di mestiere e di esperienza, anche se in questo il capitano Fusco ce l’ha messa tutta. Quei rinvii errati nella parte finale della gara, quegli affanni, quella fregola di allontanare il pallone dalla propria area a tutti i costi, senza la necessaria lucidità – mi dispiace dirlo – hanno partorito il gol incassato a tempo abbondantemente scaduto.

Tempo di Befana, tempo di regali, tempo di carbone. La Paganese ha fatto scorta soprattutto di carbone nero; in parte addebitabile ad un arbitro assolutamente insufficiente, che, cosa molto grave, non ha rilevato un rigore grosso quanto una casa su Tortori; ma in parte anche addebitabile ad una inquadratura non proprio convincente che l’allenatore ha dovuto giocoforza allestire a causa di numerosissime assenze. Qualcosa ci sarebbe da eccepire sul mancato impiego di Romondini dall’inizio, un calciatore che ha personalità e senso tattico non comune, ma se Grassadonia ha optato per altre scelte avrà avuto le sue brave ragioni.

Il campionato, dopo la prima del girone di ritorno, è tutto da giocare. Ci sarà da recuperare la gara interna con il Latina (almeno si spera!); ci saranno due derby di fila: il primo a Sorrento, il secondo – in notturna – fra quindici giorni al “Marcello Torre” contro la capolista Avellino.

Per il momento siamo tra quelli che son sospesi: a pochi punti dalla griglia dei play off e con un piede in quella dei play-out. I movimenti di mercato di questo mese ci diranno quale sarà il traguardo cui ambire. Perché – diciamocelo chiaramente – con l’attuale formazione, con tutto il rispetto di tanti bravi ragazzi che  compongono la rosa, sarà difficile guardare in alto. Non so se mi sono spiegato.

Nino Ruggiero

Come in una bella favola

Così è (anche se non vi pare)

Dunque, siamo tornati dalla festa. All’andata ci siamo trattenuti, fedeli al vecchio detto popolare che fa sempre tanta saggezza: “si canta quando si torna dalla festa, non prima”. Adesso sì che possiamo e dobbiamo gioire. Liberiamo in sola una volta tutte le angosce che ci avevano attanagliato, tutti i dubbi che ci avevano pervaso, tutte le remore che avevano bloccato cuori palpitanti e generosi. C’è proprio bisogno, in una città martoriata ed afflitta da misere vicende umane e da mali endemici, di un motivo per poter finalmente avere un giorno, e perché no?, anche più di un giorno, per gioire. Forse, e senza forse, non risolveremo i problemi di una città sfortunata ed inerme che sentiamo giorno per giorno sulla nostra pelle, ma tutti noi abbiamo bisogno di tanto in tanto – fra gli innumerevoli mali – di avere un momento e un argomento per liberare qualche inebriante emozione.

So già che in tanti – leggendo queste note –  argomenteranno con chi è sempre pronto a puntare il dito accusatore e vede sempre tutto nero: “con tanti guai che ci affliggono, vedete se è il caso di entusiasmarsi per un campionato di calcio vinto”. Quasi che indifferenza e disinteresse dovessero costituire l’abito funereo per contribuire a risolvere, in questa occasione, tutti i mali di una città. Chi ragiona così non ha capito niente della vita; ed è abituato solo a scaricare i problemi della propria coscienza sugli altri. Siamo fuori strada. I problemi, quali che essi siano, si affrontano e si risolvono. Il calcio ha un suo percorso, una sua storia e non va confuso con altro.

Festeggiamola come merita questa indomita Paganese.

Un’esplosione di gioia giovanile domenica subito dopo la conclusione della gara di Chieti per le strade della città; drappi azzurri al vento, auto e moto scorazzanti per ogni dove. Poi un’ulteriore esplosione di folla anonima a tarda sera: giovani, meno giovani, ragazzi, intere famiglie, all’arrivo della squadra con un tributo eccezionale di una folla immensa all’interno del “Marcello Torre”. Mai vista tanta gente sulle scalee. Tribuna gremitissima, quasi come ai tempi della notturna di una indimenticabile Paganese-Brindisi di qualche anno fa.

E’ festa a Pagani, ma tutto – dopo una fiammata iniziale – è così misurato, così decoroso, così equilibrato. I balconi sono spogli; bandiere azzurre non se ne vedono. Sul tratto via Carmine-piazza Sant’Alfonso ne ho contate appena tre. Numerosi invece i tricolori che richiamano più le vicende della Nazionale impegnata negli Europei che l’impresa della Paganese. Tirateli fuori, allora, i vecchi vessilli azzurri, quelli con la stella, ma anche quelli senza; esponeteli senza ritegno.

Ogni promozione sembra avere un profumo diverso. Ne ho vissute tante di promozioni; non voglio nemmeno contarle perché quelli della mia generazione sono fieri e gelosi dei propri ricordi. Ogni volta sensazioni diverse, ogni volta stati d’animo differenti. Capita per tutte le stagioni della vita. A vincere spesso, si rischia l’assuefazione, come capita a chi ingerisce medicinali in continuazione e quando servono veramente non danno più l’effetto terapeutico sperato. Vuoi vedere – mi chiedo – che ci siamo abituati troppo a vincere campionati?

A Chieti ancora una volta ha trionfato la “teoria degli spazi in campo”. Nelle ultime quattro gare, un poco per le squalifiche, un poco per gli infortuni, Grassadonia ha dovuto rivedere il suo credo tattico. Ed è stato in questo bravo e fortunato. Quattro gare; tre vittorie, un pareggio e zero gol al passivo.

Solo la bravura, si ha un bel dire, nel calcio non basta. La storia ci insegna che un allenatore è bravo quando vince: inutile dire e aggiungere altre cose, perché significherebbe volersi prendere in giro. Se un allenatore butta il sangue sul campo ventiquattrore su ventiquattro, studia schemi, si impegna, lavora per due, ma non vince, nella considerazione generale è uno che va sostituito. Se schiera una determinata formazione e vince, o gli va bene, è un mago; se perde è incompetente. Se diciamo altre cose, se vogliamo arzigogolare su schemi tattici, su trovate più o meno geniali, facciamolo pure. Ma il calcio vuole e pretende i risultati. Così come li pretendono dirigenti e spettatori. I vincenti – come nella vita di tutti i giorni – vanno avanti e fanno carriera; i perdenti restano al palo.

Dicevo di Grassadonia. “Si è misurata bene la palla”, come diciamo dalle nostre parti e, forte di una condizione atletica invidiabile di quasi tutti gli elementi a disposizione, ha intuito di poter arrivare al traguardo che gli si chiedeva di raggiungere.

In partite che erano vere e proprie finali, da dentro o fuori, ha estratto il meglio dai suoi uomini. In trasferta ha giocato come si faceva negli anni Settanta-Ottanta; ha intasato gli spazi difensivi a protezione di Robertiello togliendo finanche il respiro agli attaccanti avversari. Marcature ferree, maniacali, raddoppi, restrizione degli spazi, gabbie per gli attaccanti più pericolosi a conferma anche di uno studio approfondito della caratteristiche degli avversari di turno. Una vittoria dell’intelligenza tattica e della saggia amministrazione degli sforzi sullo sfrenato podismo che sta caratterizzando negli ultimi tempi il calcio italiano, condita anche da un pizzico di buona sorte.

Una chiosa sulla squadra. Non voglio fare nomi perché rischierei in questo momento felicissimo di trascurare qualcuno. Dico solo che proprio nella fase determinante del campionato sono finalmente emersi quei valori tecnici e fondamentali di atleti che nel corso del lungo ed estenuante campionato non sempre avevano dato alla squadra quanto era lecito attendersi.

Adesso si guarda al futuro. Il presidente Trapani, con i consigli e con l’opera preziosa di Cocchino D’Eboli, vorrebbe allestire una squadra da alta classifica. Fossi in lui riconfermerei subito Grassadonia al timone e non smembrerei l’attuale compagine. Pochi ritocchi, ma buoni; a cominciare da un centrocampista che dia subito identità e personalità alla squadra; proprio quella che spesso è mancata nei momenti topici del campionato.

Chiudo e saluto coloro i quali nel corso dell’intera annata hanno avuto la bontà di seguire i miei scritti; saluto soprattutto i tanti sostenitori paganesi sparsi per il mondo. L’appuntamento è fissato per il prossimo anno.

Un affettuoso pensiero lo dedico alla memoria dei colleghi giornalisti scomparsi: a Raffaele Ianniello, a Renato Cuomo, a Salvatore Scarano e a Ninì Cesarano.

Chissà come avrebbero gioito nel vedere nuovamente la loro squadra in un campionato di terza serie.

Nino Ruggiero

Le ciambelle con il buco

Così è (anche se non vi pare)

E’ vero, sono d’accordo con chi saggiamente suggerisce che “si canta quando si torna dalla festa e mai all’andata”, ma un piccolo motivetto, un refrain, anche in sordina, è lecito abbozzarlo dopo Paganese-Chieti. Abbiamo sofferto troppo per un intero campionato. Abbiamo incassato sconfitte assurde che gridano ancora vendetta ed è logico e normale che dopo una vittoria entusiasmante, il cui esito, per la verità, non è stato mai in dubbio, in tanti levino le braccia al cielo e pensino di poter giustamente coronare un sogno. Ma con moderazione, con raziocinio, con razionalità ben sapendo che la parola “fine” è ancora tutta da scrivere.

Parecchio ci ha messo la Paganese per arrivare al top del rendimento. Ha balbettato sul finale del girone di andata, si è trovata in affanno in tante partite più che abbordabili sulla carta; ha steccato nelle partite di cartello del campionato, quando si pensava che proprio tali partite avrebbero rilanciato le sue ambizioni di primato. Ma alla fine ha ritrovato una sua identità, a partire dalla gara interna con il Fano, ed è riuscita a rilanciare le sue potenzialità vincendo la doppia sfida con la Vigor Lamezia. Un po’ come dire, parafrasando un vecchio detto popolare, che quando le ciambelle sono buone riescono anche con il buco.

Grande partita Paganese-Chieti, a beneficio soprattutto dei tanti che nel corso di un lungo campionato avevano dovuto ingoiare rospi indigesti; ma a beneficio anche dei troppi che, quasi sempre, anche in occasione di partite di cartello, avevano preferito il calduccio del focolare domestico o una partita in tv.

Grande partita e grande Paganese, lo dico subito. Un inizio scoppiettante dei ragazzi di Grassadonia. Chieti subito in ambasce, quasi stordito nel primo quarto d’ora della gara. Mancano De Martino, Tricarico e Nigro, praticamente tutti i centrocampisti della squadra; ma quasi non si avverte la loro assenza. Galizia prende subito in mano il comando delle operazioni. E’ su tutti i palloni e distribuisce il gioco, una volta a sinistra dove imperversa Scarpa, una volta a destra dove Neglia ancora una volta dimostra le sue grandi qualità. Il ritmo di gioco è subito altissimo nonostante il gran caldo. Va vicino una prima volta al gol Fava ma la sua girata, da ottima posizione, risulta fiacca e centrale. Quando è appena trascorso il primo quarto d’ora, arriva il capolavoro di Galizia. Scarpa ondeggia come sa fare sulla sinistra, stringe e ritorna con il pallone sul destro, vede Galizia che arriva di gran carriera e gli serve lateralmente, quasi a dire “ecco, fai tu”, un pallone di quelli che sono manna per un attaccante. Gran tiro di esterno destro al volo e pallone che si conficca nell’angolino alto alla sinistra del portiere del Chieti. Che gol, ragazzi, che potenza, che precisione, che giocatore questo Galizia!

Il Chieti è sotto shock. Un gol del genere ti mette ko; devi riorganizzarti, devi mettere ordine nelle tue idee di gioco. E la squadra teatina lo fa, almeno lo tenta. A centrocampo adesso, man mano che passano i minuti, sono gli abruzzesi che prendono il sopravvento. E non potrebbe essere altrimenti considerate le contemporanee assenze di tre uomini chiave della Paganese in quel reparto.

E’ la fase difensiva del reparto che dà qualche preoccupazione. Giglio e Galizia, per caratteristiche tecniche, offrono meno garanzie quando devono rincorrere gli avversari; si avvalgono in questo anche dei preziosi rientri di Neglia e di Scarpa, ma è chiaro che in quella zona del campo i “nostri” sono molto più bravi a ripartire che a contrastare il gioco avversario.

Con tutto questo il Chieti non impensierisce una volta, che sia una, il portiere Robertiello che svetta sui numerosi palloni alti che gravitano nella sua zona.

Se è vero che Galizia è l’uomo dalla zampata che stordisce, è anche vero che Grassadonia, dal centrocampo in su,  può contare su tre elementi che alla fine risulteranno determinanti con le loro prestazioni. Primo fra tutti Scarpa, ritornato finalmente il grande calciatore che abbiamo ammirato negli anni passati. La sua prestazione è da incorniciare; avanti e indietro nella zona centrale del campo, da incursore e da guastatore con galoppate al limite della frenesia che vanno a intaccare l’apparato difensivo del Chieti; i calciatori avversari si guardano in faccia: “lo prendo io, lo prendi tu” sembrano volersi dire, ma Scarpa non se ne preoccupa e imperversa con un insperato spirito giovanile che lo pervade. E’ un’anguilla, sguscia via da tutte le parti ed entusiasma la platea che lo rielegge suo idolo.

E posso non parlare di Neglia, di questo gioiellino che nelle ultime gare si è comportato da veterano, che ha saputo sempre interpretare alla perfezione sia la fase difensiva che quella offensiva? Sulla destra Neglia è superlativo; avanti e indietro come un soldatino,  da novello Di Livio; ve lo ricordate? Sempre pronto a dare una mano a Balzano in difesa ma anche a spingersi in avanti per proporre il cross al centro: il tutto con una lucidità e con una costanza che fanno onore a un ragazzo di vent’anni.

Da un ventenne a uno che di anni ne ha qualcuno in più. Parlo di Fava, non molto appariscente nella prima parte della gara, ma monumentale nella ripresa, specie dopo l’uscita di Luchino Orlando. Battagliero, puntiglioso, addirittura travolgente, riesce a fare reparto da solo. Da solo tiene testa all’intera difesa del Chieti quando si tratta di alleggerire la più che prevedibile pressione offensiva degli ospiti. Tiene la palla, la conquista, fa salire la squadra, sgomita, lotta, conquista palloni su palloni e nulla possono i suoi controllori al cospetto di un giocatore che sembra rinato e che finalmente sprizza vitalità atletica da tutti i pori. Segna il secondo gol, Fava, con una prontezza di riflessi eccezionale, ma, gol a parte, è l’elemento caratterizzante l’ottimo momento complessivo della squadra.

Finisce due a zero con ben poche recriminazioni da parte del Chieti che non si è mai visto dalla parti di Robertiello. Peccato solo che finisca all’incrocio dei pali un autentica bomba di Giglio scoccata su calcio di punizione da distanza siderale e che il portiere nemmeno vede. Forse sarebbe stata una punizione eccessiva per i nero-verdi, ma Giglio quel gol l’avrebbe meritato se non altro per aver messo il magico zampino sinistro anche nella segnatura di Fava. Già, Giglio: altra sorpresa. Buoni numeri, controllo di palla di buona scuola, macchinoso nei movimenti, lento, dinoccolato, passo felpato da ultratrentenne, una dannazione per un ventenne che dovrebbe correre per due, croce e delizia di un centrocampo inventato. Croce per quel suo ritmo sincopato, delizia per quel suo sinistro al fulmicotone che stordisce e che porta prima al secondo gol e poi a una traversa che ancora traballa. Una cosa è certa però: il ragazzo c’è, ha buoni numeri scolastici, deve prendere il ritmo partita e deve crescere giocando.

La parola finale per un campionato che ha riservato tante emozioni è attesa domenica prossima sul campo del Chieti. Grassadonia ancora una volta dovrà rivoltare la formazione a causa delle contemporanee assenze per squalifica di Balzano, Agresta e Pepe.

Sarà dura, molto dura, ma l’attuale Paganese è in un ottimo stato di forma complessivo.

Diamoci dentro, con lo spirito guerriero che sta caratterizzando le prestazioni di questo finale di torneo, e incrociamo le dita.

Poi se il destino lo vorrà, se saremo stati più in gamba dei nostri avversari, giustamente, canterà e gioirà tutta Pagani.

Ma al ritorno dalla festa, come dice uno dei tanti proverbi che sono fonte inesauribile di saggezza popolare.

Prosit, allora: porta bene!

Nino Ruggiero