I centromediani metodisti

Così è, anche se non vi pare

 

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 Nella foto, tratta da Sportube, il secondo gol messo a segno da Herrera

Le controprove nel calcio non esistono, è vero, ma le sensazioni nessuno mai le può contestare o contraddire proprio perché sono sensazioni e non certezze. La sensazione, emersa dalla vittoriosa partita di Ischia, è che la Paganese, con l’innesto di De Liguori in cabina di regìa, è proprio un’altra squadra.

Le prime avvisaglie erano arrivate già nella partita interna con il Melfi e si sono consolidate ieri ad Ischia. Intendiamoci: non è che adesso De Liguori debba assurgere al ruolo di salvatore della Patria o che debba caricarsi di responsabilità più grandi di lui, ma è fuor di dubbio che è l’uomo cui si possono tranquillamente dare le chiavi del gioco di centrocampo; iI che significa che quando si mette l’uomo giusto al posto giusto – anche se nel calcio non c’è mai niente di scontato – ci sono senz’altro tutte le potenzialità per fare di un nugolo di giovani di belle speranze una squadra nel senso etimologico della parola.

Ci sono sempre stati nel passato giocatori che diventavano indispensabili nell’economia del gioco di una squadra. Erano chiamati centromediani metodisti in ossequio ad un ruolo inventato negli anni Quaranta dal fior fiore di allenatori, fra questi Vittorio Pozzo, commissario tecnico della Nazionale.

Questo tipo di giocatore sapeva interpretare alla perfezione il ruolo di uomo-squadra. Sapeva essere punto di riferimento della manovra, era catalizzatore del gioco propositivo e sapeva – soprattutto – dare senso tattico anche alla fase difensiva. Te lo trovavi dappertutto, pronto a mettere uno zampino malandrino interrompendo la manovra offensiva degli avversari, inserendosi un po’ dovunque in virtù di un’esperienza fuori dal comune; poi te lo trovavi anche pronto a chiedere palla, in altra zona del campo, con “nonchalance”, come faro del gioco di rilancio, per innescare i compagni deputati al gioco d’attacco.

Ecco, questo era il centromediano metodista, di pozziana memoria; questo oggi è De Liguori, nell’economia del gioco complessivo della Paganese. Complimenti al calciatore che, nonostante la lunga lontananza dai terreni di gioco, si è mantenuto in buona forma atletica; complimenti anche a chi lo ingaggiato e a chi lo ha fortemente e convintamente voluto; e credo che si tratti – rispettivamente – di Cocchino D’Eboli e di Sottil.

Certo, era un passo che forse si poteva fare anche prima, a giugno. Ma meglio tardi che mai…

Questo sentivo di dire, e l’ho detto spassionatamente. Fermo restando che il calcio – come dicevo e confermo – non è un gioco di certezze e l’alea la fa sempre da padrone. Però, consentitemelo, una cosa è avere una squadra senza capo né coda, un’altra una squadra che ragiona e che ha le pedine giuste al posto giusto.

Ischia evoca pensieri lontani. La mente va per un istante al campionato 1970-71, quasi nella notte dei tempi per i giovani che oggi seguono il calcio. Nella Paganese di quell’annata c’erano mostri sacri del calcio italiano. L’allenatore era Guido Gratton, centrocampista pensante della Fiorentina e della Nazionale; c’era un certo Vasco Tagliavini, difensore di un’Inter che vinceva campionati e Coppe Europee; c’era un giovane emergente, Mauro Della Martire, che sarebbe arrivato qualche anno dopo, grazie alle cure di Giacomino De Caprio, nella Fiorentina e nella Nazionale. Quella volta, mese di gennaio anno 1971, con la Paganese che combatteva per le prime posizioni della classifica, ci fu uno sbarco in massa di tifosi e semplici appassionati paganesi che presero letteralmente d’assalto il traghetto – riempiendolo –  dal Molo Beverello.

Quel traghetto, con mare forza nove, arrivò ad Ischia dopo oltre quattro ore di deriva. Arrivammo, sì c’ero anch’io, al vecchio stadio  “Rispoli” solo nel secondo tempo, giusto in tempo per vedere il gol del pareggio segnato con una capocciata, paragonabile ad un tiro al fulmicotone, di Tagliavini che fissò il punteggio sul 2 a 2. Curiosità statistica: su quel traghetto, ostaggio del mare in tempesta, viaggiavano anche i due segnalinee che – proprio perché impediti – furono poi sostituiti in gara dai due numeri “tredici” delle due squadre.

Altri tempi, altro calcio: ricordi che però ravvivano la passione e forse allungano la vita, un po’ come dice  un felice spot televisivo.

La Paganese di ieri, riprendendo il discorso interrotto per un breve “amarcord”, è stata squadra nel vero senso della parola. Ha ritrovato l’efficienza difensiva che c’era – potenzialmente – ma veniva male espressa, probabilmente a causa di scarsa convinzione e poca determinazione; ha messo finalmente in luce le doti difensive di Vinci, che fino a qualche settimana fa era sembrato un pesce fuor d’acqua nell’insolito ruolo di ala vecchia maniera e si è visto finalmente all’opera il vero Bocchetti; ha confermato le doti di palleggio di Caccavallo, vero spauracchio per le difese avversarie; ha esaltato le doti offensivistiche di Herrera che in avanti può diventare devastante; ha fatto vedere un Bernardo che sa svariare su tutto il fronte d’attacco e che ha solo bisogno di avere i novanta minuti nelle gambe. Aspettiamo, per la verità, solo Armenise che adesso – a centrocampo completato – è nelle condizioni ideali per poter esprimere le sue potenzialità.

La vittoria deve servire, oltre che alla classifica, anche al morale. Con più convinzione nei propri mezzi, con un’inquadratura che finalmente può considerarsi quasi al completo, si può guardare con maggiore fiducia al futuro. La vittoria di Ischia deve servire proprio a questo e Sottil farà bene a catechizzare la squadra ricordando a tutti che l’obiettivo principe è costituito dalla salvezza.

In questa intesa, prepariamoci alla gara di sabato con il Barletta dando un occhio particolare a Venitucci e Floriano, i due gioiellini della squadra.

Nino Ruggiero

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