Rischiare o non rischiare, questo è il dilemma

Così è, anche se non vi pare

Iraci calcia a lato
Dico la verità: la scena più bella di una partita che ha avuto poca storia è stata quella dell’immediato dopo gara, subito dopo il triplice fischio finale dell’arbitro. Capita poche volte di vedere una tifoseria familiarizzare con quella ospite, per giunta con precedenti tutt’altro che idilliaci. Ebbene, quando i calciatori del Barletta si sono portati lentamente sotto la curva ospite per un saluto alla numerosa schiera dei loro supporter – a capo chino, come a chiedere scusa per una sconfitta e per una gara incolore, maturata nettamente, senza nessuna attenuante – i pochi presenti attardatasi sulle scalee del “Marcello Torre” si sono sentiti come affratellati, come chi sa bene cosa significhi conoscere umiliazioni e patimenti. A lungo, quel manipolo di temerari paganesi, quei tifosi di lungo corso, quelli presenti sempre, “nella buona e nella cattiva sorte”, hanno applaudito sia i calciatori, forse essi stessi mortificati da una prestazione avvilente e decisamente sotto tono, sia la schiera degli ultras pugliesi che – incuranti di una bruciante ed inaspettata sconfitta – continuavano ad inneggiare ai loro colori. Una scena di altri tempi, decisamente da libro Cuore e che vorremmo vedere più spesso sui campi di calcio.
La gara stavolta, si può dire, è stata a senso unico. Dopo una serie di partite insulse, senza nerbo, senza speranza, senza un minimo di idee e di iniziative, la Paganese si è data finalmente una dimensione. La squadra è apparsa subito più quadrata, più geometrica, più propositiva. Non so se è l’ingresso di Giampà che ha determinato un mutamente di ordine tattico e se è la presenza finalmente di un uomo d’ordine che ha portato equilibrio alla manovra. Suppongo di sì perché finalmente il gioco ha avuto una logica, un filo conduttore, un riferimento, un polo di partenza, un minimo di ordine tattico. Un elemento come Giampà, atleta di lungo corso, in questa squadra può giocare tranquillamente anche se non al massimo della condizione fisica; perché ha statura tecnica, visione di gioco, carisma e sa recitare la parte dell’allenatore in campo.
Ecco perché in tante occasioni ho parlato e parlo sempre della necessità di avere in squadra, nei punti cardine del gioco, uomini di provata esperienza. Quando in campo, in determinati settori c’è la qualità che si sposa con la necessaria esperienza, i giovani crescono meglio; imparano a carpire segreti, si sentono spalleggiati; in loro aumenta l’autostima; si sentono più forti e mettono in campo tutte quelle energie giovanili che altrimenti – senza spalle forti – restano inespresse.
Manca la controprova, che nel calcio non esiste perché ogni partita fa storia a sé, ma l’impressione è che l’innesto di un solo uomo, nella zona nevralgica del gioco – e parlo ovviamente di Giampà – abbia, se non altro, dato una sistematina doverosa all’impianto di costruzione del gioco. La manovra della squadra, infatti, dalla cintola in su, è apparsa abbastanza organica e la squadra che ci fece dannare sia nell’incontro casalingo con il Prato che con il Lecce, è apparsa una lontana parente di quella vista oggi contro il Barletta, con tutte le riserve del caso sul valore di quest’ultima.
Resto però sempre dell’idea che all’attuale squadra manchi ancora una pedina importante per poter recitare un ruolo diverso da quello improponibile di cenerentola del girone; e mi riferisco ad un altro calciatore di valore, dotato ugualmente di grande personalità e carisma, da destinare alla difesa; perché – con tutto il rispetto possibile per atleti come Pepe, Panariello e Perrotta che fanno tutto per intero il loro dovere – credo che, soprattutto quando si incontrano squadre più organizzate che vanno per la maggiore, la stessa non sempre si dimostra impeccabile nelle chiusure.
Non so, e credo che nessuno – a meno che non sia un autentico mago – possa sapere, dove può arrivare l’attuale squadra come posizione finale di classifica. Ma se uno sforzo economico si deve fare per migliorare la squadra, credo che esso debba essere fatto con l’ingaggio di un difensore dotato di grande personalità e carisma. Diciamo, per chiarirci bene le idee, che dovrebbe trattarsi di un calciatore tipo De Sanzo/Taccola; un calciatore con altre caratteristiche non servirebbe.
La società, e per essa il presidente Raffaele Trapani, è chiamata ad una scelta: andare avanti con l’attuale rosa a disposizione con l’obiettivo minimo di salvarsi dall’onta dell’ultimo posto, oppure rischiare qualcosa in termini economici, in barba al dichiarato piano di economicità aziendale, per cercare di arrampicarsi nelle posizioni alte della classifica.
Nell’ultimo caso, come dicevo poco prima, un ulteriore ingaggio di alto lignaggio è d’obbligo. Con spese che in questo particolare momento non si sa se possono essere sostenute con profitto successivo.
Rischiare o non rischiare, questo è il dilemma.
Nino Ruggiero

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