Altro giro, altro vincitore

Così è (anche se non vi pare)

“Faccio pace con il calcio, anzi faccio pace con la Paganese” – si sarà detto più d’uno domenica scorsa, alla vigilia dell’incontro con la Vigor Lamezia, passandosi la mano per la coscienza. Sono arrivati a frotte pochi minuti prima dell’inizio della gara quando i presenti di sempre erano pronti a dirsi “avete visto? Altro che pienone, siamo sempre gli stessi…”.

Sono arrivati e hanno riempito lo stadio quasi come ai vecchi tempi. Forse qualcuno ha latitato perché oramai disaffezionato; qualcuno – con poca fede – avrà pensato che quella era una partita già segnata; qualcun altro, in eterna polemica con tutti e soprattutto con se stesso, ha voluto mantenere “il punto”; qualcun altro ancora – ed erano in tanti – infine, ha pensato bene, “abundantis abundandum”, come avrebbe detto il grande Totò, di andare a riempire “la grande curva del cavalcavia”: bella, capiente, ottima visione d’assieme e soprattutto molto economica.

Purtroppo c’è sempre un cavalcavia nella lunga storia della Paganese. I più giovani forse non lo sanno, ma potrebbero chiedere notizie ai loro genitori: anche al “Del Forno” erano in tanti quelli che preferivano sistemarsi sulla sopraelevata che oggi costeggia l’Ospedale, piuttosto che passare per i botteghini. E tutti quelli che avevano acquisito nel tempo il passaporto “portoghese” erano pure i più esigenti o – se preferite – i più critici. Corsi e ricorsi.

La partita. Che spettacolo il “Marcello Torre” vestito finalmente a festa! Che spettacolo le coreografie! Che spettacolo, con un pubblico finalmente all’altezza delle migliori tradizioni nostrane! Ma dove eravate, che facevate la domenica pomeriggio, di grazia?

So bene che è tuttora irrisolto l’amletico dubbio del “se è il pubblico che deve trascinare la squadra” o se, invece, “è la squadra che deve trascinare il pubblico”. Quello che è certo, inconfutabile, è che l’inscindibile connubio squadra-pubblico ha portato alla vittoria, non altro.

Che partita, ragazzi! Lo dico soprattutto a beneficio di tutti coloro che sono lontani da Pagani e attendono giorno per giorno notizie dettagliate sulla squadra del cuore. Emozioni a non finire. Pali, traverse, capovolgimenti di fronte, brividi da un lato e dall’altro. Episodi dubbi, recriminazioni: è questo il sale del calcio. Allora, scusate, forse non era proprio “cotta” la Paganese, come aveva sentenziato qualche inevitabile “solone”?

Il campo dice cose diverse, e il campo non sbaglia mai, al di là di quelli che possono essere gli stucchevoli discorsi inerenti dispositivi tattici da lavagna, al di là dei freddi numeri che significano poco o nulla nel calcio vero, quello che ti fa sudare, che ti fa correre per due anche quando hai poca benzina nelle gambe, quello che trascina e che avvince.

Vince la Paganese e mostra di saper soffrire al cospetto di una squadra che, alla luce degli ottanta punti totalizzati in campionato, non è certo per caso nei play-off. Vince, combatte, non si arrende mai; maschera qualche inevitabile discrasia tecnica con l’ardore che si richiedeva e alla fine di novanta e più minuti di autentica sofferenza distribuisce speranze a una città che, soprattutto in questo particolare momento socio-politico-ambientale, almeno di sogni deve vivere. Toglieteci anche i sogni, dopo averci tolto tutto, e ci avete annientati.

Gioca anche bene e con buona intelligenza tattica la squadra di Grassadonia. Su tutti, scusatemi ma lo devo dire subito per onestà di giudizio, emerge il centrocampista Nigro, uno degli ultimi arrivati nella sessione invernale, con il quale in qualche occasione non sono stato molto tenero. Comincia subito alla grande Nigro, nonostante il comprensibile periodo di studio che pervade i suoi compagni, presi d’infilata da una presuntuosa Vigor Lamezia. Si piazza a ridosso della propria difesa in funzione di centromediano metodista, come si diceva una volta, e distribuisce il gioco con una padronanza del ruolo che fa sgranare gli occhi. Frena gli avversari in possesso di palla con una cattiveria agonistica che è di esempio ai compagni; corre per due, anche per l’assente Tricarico: è onnipresente in tutte le azioni; è un moto perpetuo e non sbaglia un solo passaggio. La sua autorevolezza, il suo “physique du rôle” e la sua esperienza infondono coraggio ai compagni. Non gli è da meno De Martino, dopo un inizio non proprio incoraggiante, e cresce anche la squadra nel suo complesso. “Presente” – sembra rispondere il giovane Neglia, che risulterà a fine gara fra i più brillanti e continui, oltre che intelligente sotto il profilo tattico. Sulla fascia sinistra il giovane salernitano cala i suoi assi: gioca a protezione di Agresta che ha il suo da fare per controllare uno scatenato Cane e si propone anche in avanti per dare sostegno alla manovra offensiva della squadra.

Il gol che castiga la Vigor Lamezia è da manuale del calcio. Galizia ondeggia sulla destra come sa fare, mette in ambasce il suo angelo custode con una finta e con una controfinta, poi serve De Martino scattato in avanti per ricevere l’eventuale passaggio del compagno. Il centrocampista, testa all’insù, vede Orlando ben piazzato al centro dell’area e lo serve con un invito al bacio; colpo di testa azzeccato del centravanti, come ai vecchi tempi, e pallone in fondo al sacco.

Il gol è sinonimo di vittoria per la Paganese che soffre il prevedibile ritorno della squadra calabrese; soffre anche tanto, ma resiste e vince.

Alla luce di quanto visto domenica scorsa, la gara di ritorno a Lamezia, nonostante le prevedibili assenze nella formazione azzurro stellata di alcuni uomini chiave, non deve impressionare più di tanto. Massimo rispetto per le potenzialità dei lametini, ma nel calcio niente è mai scontato, anche se più d’uno dall’altra parte della barricata grida già vittoria.

Ce la giocheremo, faccia a faccia, perché non è pensabile che Grassadonia – con il materiale umano a disposizione – possa impostare una gara solo sulla difensiva; ci vorrà una gara accorta, ma mai del tutto rinunciataria per la difesa di un sogno che facciamo fatica a tenere nascosto.

“Altro giro, altro vincitore” – dicevano una volta gli addetti al Luna Park, con il tono degli imbonitori, a quelli che avevano perduto nella prima mano. Un po’ come dire: “ritentate, avrete maggiore fortuna”, ben sapendo però che avrebbe vinto sempre e comunque il banco.

Ma il banco, scusate, non siamo noi?

Prosit!

Nino Ruggiero

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