Siamo uomini o caporali?

Così è (anche se non vi pare)

Adesso, dopo l’ennesima figuraccia rimediata in trasferta, credo che bisognerà guardarsi bene in faccia, altro che guardarsi le spalle! Quella di Fondi è una sconfitta che accusa. Così, amici belli, non si va da nessuna parte; altro che play-off!

Non è possibile che contro l’Aprilia, squadra di buon livello tecnico ma certamente non eccezionale, un gruppo di calciatori paganesi, dal conclamato lignaggio, reciti la parte dell’agnello sacrificale senza essere mai in partita, senza mai dare un problema – che sia uno – alla porta avversaria. Il portiere dell’Aprilia è risultato, alla fine, spettatore non pagante; il che è tutto dire…

Le cronache parlano di una squadra laziale padrona del campo: di una squadra che fin dal primo minuto ha saputo imporre il proprio gioco e che non ha concesso mai spazio alla Paganese.

Non ci siamo. C’è più di un qualcosa che non va, al di là della “rosa” risicata che consente poche mosse all’allenatore Palumbo. Nel calcio si vince, si perde, si pareggia, ovvio; ma è indecente che una squadra possa cedere campo all’avversaria senza mai controbattere, accettando e subendo passivamente il gioco per tutta la durata della gara. Sto parlando – per intenderci meglio – di una disfatta, che è cosa ben diversa da una sconfitta.

Una compagine se è squadra, etimologicamente parlando, se ha carattere, se combatte per un traguardo, quale esso sia, non può e non deve andare in campo come ci va un dopolavorista qualsiasi.

Oggi, è triste ammetterlo e rilevarlo, persino le squadre costruite per non retrocedere mostrano di avere carattere e attributi; giocano un calcio aggressivo, redditizio, maschio, apprezzabile, coinvolgente. Poi – si sa – nel calcio niente è certo: si può vincere e si può perdere, ma una squadra che nel corso di una partita riesce almeno a dare tutto quello che ha, se non altro per impegno e dedizione verso la maglia indossata, è da lodare e apprezzare. Non mi pare che si possa dire lo stesso per la Paganese di domenica; una squadra che in campo, con la testa e con le gambe, non c’è stata mai.

Troppo netta, troppo sfacciata la superiorità in ogni zona del campo dei laziali per poter parlare dei singoli componenti della squadra e dei reparti.

Uno alla volta, purtroppo, stanno cadendo dal piedistallo tutti i mostri sacri che avevano fatto galoppare all’inizio del campionato la fervida fantasia di una tifoseria assetata di vittorie.

“Corazzata” – dicevano in tanti; “ma fateci il piacere!” – avrebbe aggiunto Totò se avesse potuto assistere alle ultime deludenti prestazioni della squadra.

La Paganese è sembrata una squadra in balìa delle onde; rinunciataria, lenta, approssimativa nella manovra, addirittura surclassata dal ritmo imposto dagli avversari nel corso degli interi novanta e più minuti di gioco. Una squadra che è risultata compatta in una sola cosa: nel disagio collettivo procurato ai pochi spettatori di estrazione paganese presenti; disagio che imbarazza e lascia aperti tanti inquietanti interrogativi.

Proprio per questo, all’indomani di una disfatta che ha pochi precedenti nella lunga storia della Paganese, credo che bisognerà urgentemente, una volta per sempre, guardarsi negli occhi, ed interrogarsi: “siamo uomini o caporali? che vogliamo fare? c’è amor proprio, non c’è? andiamo avanti o ci ritiriamo?”

E’ bene dunque che società e calciatori, in presenza del tecnico – che ha davvero poche colpe – comincino a parlarsi e dirsi tutto quello che c’è da dire. Inutile continuare a nascondersi; a dire e a non dire. Non è possibile che elementi di spessore, che hanno giocato ad alti livelli nella loro carriera, possano tutt’a un tratto essere diventati elementi insulsi ed impalpabili. Così come non è possibile che l’involuzione della squadra, da dicembre in poi, possa essere ricondotta esclusivamente al fatto che ci siano stati dei “tagli” di calciatori importanti dopo la prima parte del campionato. Certo, qualche assenza può anche pesare; si possono avere anche rendimenti inferiori, in termini di resa, proprio a causa di qualche defezione, soprattutto nella zona nevralgica del campo, ma tutto questo non giustifica affatto prestazioni scadenti, provocatorie e irritanti.

Tutte le compagini – è accertato – subiscono cali nel corso di un lungo campionato, ma qui stiamo parlando di una squadra che oramai da tempo non è più la stessa sotto l’aspetto fisico e mentale. I cali sono una cosa; i crolli sono un’altra. E qui, purtroppo, siamo davanti a un crollo in verticale che è clamoroso. Pensate: soli nove punti racimolati in otto giornate di campionato nel girone di ritorno; una media da play-out, altro che primato!

Domani può iniziare una nuova era, se – nel chiuso delle stanze – le cose che non riusciamo a intuire saranno definite e chiarite definitivamente; una specie di dentro o fuori. Ma bisognerà essere chiari fino in fondo e ognuno dovrà assumersi le sue responsabilità. In tal caso deve vigere una sola legge: chi sbaglia paga. Altrimenti, abbiamo solo scherzato. Meglio chiudere una volta per sempre baracca e burattini e non se ne parli più – senza illudere nessuno; molto meglio una resa totale ed incondizionata che una morte sanguinolenta!

Avrei voluto fare un discorso tecnico, ma come si fa quando la barca fa acqua da tutte le parti…

Guardo per un attimo l’attuale classifica. Le squadre che, secondo i pronostici della vigilia, avrebbero dovuto recitare parti secondarie, oramai sono tutte lì ad un tiro di schioppo: Gavorrano con una gara in meno, Chieti con tre incontri da recuperare, Arzanese con una gara in meno, la stessa Aprilia addirittura ne deve recuperare due.

Tutto sarebbe ancora in gioco.

Uso il condizionale, in attesa di conoscere i futuri destini che ci attendono.

Nino Ruggiero

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