La banda bassotti

Così è (anche se non vi pare)

“Chi è causa del suo mal pianga se stesso” – dice un vecchio proverbio, e i proverbi, pure se non sono Vangelo, raramente ingannano perché sono fonte di saggezza.

Ho assistito alla gara con la Neapolis dalla tribuna stampa, diversamente dal solito, a causa del pomeriggio piovoso: per una persona di una certa età è preferibile stare al coperto, specie se viene fuori dal primo raffreddore di stagione.

Dunque si gioca su un campo pesante con l’ennesima formazione nuova, anche per le contemporanee assenze di Rinaldi, Scarpa e Fava. Comincia benissimo la Paganese, un po’ come contro il Giulianova: sei minuti ed è già gol. E’ il solito Luchino Orlando che fa impazzire la difesa ospite, si infila rapido in un corridoio centrale, evita l’avversario diretto, dribbla anche il portiere in uscita e quando sta per mettere il pallone in porta viene steso senza complimenti proprio dal numero uno della Neapolis. Rigore ed espulsione del portiere. Stavolta sul dischetto ci va lo stesso Orlando: portiere da un lato e pallone dall’altro.

Potrebbe essere tutto facile, una gara tutta in discesa. Vantaggio e superiorità numerica, che vuoi di più? E invece, invece diventa tutto complicato man mano che i minuti passano. Le occasioni da gol non mancano e la manovra scorre fluida grazie al buon inizio di Tricarico e Acoglanis sostenuti dall’inossidabile Russo nella zona centrale del campo. In superiorità numerica i ragazzi di Grassadonia avrebbero tutte le carte in regola per chiudere definitivamente la partita. “Avrebbero” – dicevo, ma bisogna sempre aver a che fare con i “ma” e i “però”, anche se poi le stesse particelle “scarrupative” è del tutto inutile che siano tirate in ballo in fase di commento del risultato finale.

Dunque, in vantaggio di un gol e di superiorità numerica, logica avrebbe voluto che la squadra incrementasse il bottino. Ed ecco il primo “però”: qualcosa però si inceppa nel meccanismo del gioco in avanti. Il duo centrale d’attacco Orlando-Siciliano, per caratteristiche tecniche e fisiche, funziona poco; i due non si integrano, sono entrambi rapidi e guizzanti e giocano sul filo del fuorigioco. I loro movimenti sono quasi identici, tutti e due vogliono infilarsi nei corridoi in avanti. Ed ecco il “ma”: non c’è niente da fare, nessuno dei due può fare la sponda per l’altro, e alla natura non si comanda: certe caratteristiche o le hai o non le hai.

Torno alla partita. Sulle fasce si gioca poco; Russo dà una mano al centrocampo e si affaccia raramente in avanti più per proporre un passaggio smarcante che per andare in profondità; Galizia gioca a ridosso delle punte ma incide poco nell’economia del gioco. A destra si fa vedere in avanti una volta Balzano, un’altra volta Pepe che più di una volta si sgancia dalla difesa. Ecco il secondo “ma”: la squadra punge poco. Ciò nonostante la partita è nella mani della Paganese che dovrebbe solo saldare il conto agli avversari. Ma la manovra quasi sempre si infrange al limite dell’area napoletana e gli avversari un poco alla volta prendono coraggio, quasi  considerando che il diavolo non è poi così brutto come era stato dipinto.

Dopo buoni venti minuti arriva il primo campanello d’allarme su una incursione di Varriale sulla destra con cross al centro non raccolto per un niente. E qualche minuto dopo ecco la frittata: punizione dalla sinistra, una specie di corner corto, e sempre Varriale anticipa tutti di rapina e mette a segno il gol del pareggio.

Grassadonia crede di poter raddrizzare la barca con una sostituzione; esce Russo ed entra Fabio Orlando che dovrebbe dare più spinta sulla fascia sinistra di attacco. Il ragazzo però stavolta non è devastante come contro l’Aprilia, anzi, per strafare, in una delle poche ghiotte occasioni proposte in area di rigore, addirittura va a disturbare il fratello che sta per calciare in rete da ottima posizione.

Sa tanto di “banda bassotti” l’attacco della Paganese; Siciliano e Fabio Orlando su un campo pesantissimo faticano a districarsi dalla ferrea marcatura di autentici marcantoni. Al centro Esposito e Bianchi sembrano insuperabili sui palloni alti che arrivano dalle fasce laterali; la fatica si fa sentire su un campo pesantissimo e, man mano che il tempo passa, vengono anche a mancare i suggerimenti in verticale di Acoglanis, ottimo nel primo tempo, ma in fase calante, assieme a Tricarico, nella ripresa.

La gara si appiattisce sempre di più e, anzi, è proprio la Neapolis che – dieci contro dieci – a causa dell’affrettata quanto ingenua espulsione di Balzano, le tenta tutte per arrivare addirittura alla vittoria.

Prima di concludere questo rapido consuntivo della partita devo una tiratina di orecchi a Luca Orlando. Quando un calciatore della sua classe riesce a fare un numero di alta scuola a pochi minuti dalla fine, prima puntando l’uomo sulla destra dell’attacco, poi aggirandolo con una invidiabile freschezza atletica, non può poi gettare alle ortiche la sua genialità e il suo estro con un tiro impossibile da posizione impossibile. Immaginate cosa sarebbe successo se l’azione si fosse conclusa – come recitano i manuali del calcio – con un passaggio all’indietro in area dov’era ben appostato il neo entrato Morello…

Non dico altro per la stima che nutro nei confronti del calciatore, ma certi errori non possono passare sotto silenzio. In ultimo sto ancora chiedendomi: possibile che nessuno abbia intuito che in porta la Neapolis schierava un classe ’94, un ragazzotto apparso più che incerto specie nella seconda parte della gara e abbia, di conseguenza, tentato un tiro dalla distanza?

Detto brevemente della partita, passo a qualche inevitabile considerazione. Per prima cosa consiglierei ai tanti sostenitori della squadra di non essere catastrofici nei giudizi. Sappiamo tutti che nel calcio basta un guizzo, una giocata di classe, uno spunto per dimenticare tutto l’andamento di una gara. Con la Neapolis Frattese, se si esclude l’azione già citata di Orlando nella fase finale della gara e il tiro al volo in semivolee di Morello che ha sfiorato il palo alla sinistra del portiere, non ci sono stati spunti degni di tale nome. Ma non si può dimenticare tutt’a un tratto che la squadra, quando ha potuto disporre del suo potenziale tecnico, ha dato sempre dimostrazione di forza; oggi sconta, tutte in una volta, assenze importanti. Grassadonia, poi, non è un mago: è un allenatore di calcio. Bravo, non bravo, saranno i risultati a dirlo a fine campionato. Come capita a tutti gli allenatori, mercoledì scorso potrebbe anche aver commesso qualche errore in fase di schieramento, potrebbe anche aver sbagliato qualche cambio. Ma l’ho sempre detto: quando si cambia e si vince, la mossa viene ritenuta risolutiva; quando invece non porta effetti positivi, allora è l’allenatore che ha sbagliato tutto.

Equilibrio ci vuole nei giudizi, non devo e non voglio difendere nessuno; solo consiglierei di non farsi trasportare dall’emotività del momento. Non voglio poi parlare di numeri, di schieramenti tattici, di 4-4-2, di 4-3-1-2, mi rifiuto di farlo. Questi benedetti numeri mi danno sempre l’impressione di uno schieramento statico, quasi si tratti di una partita a scacchi o a dama, e ti fanno scordare che sul campo ci si danna l’anima, che si va avanti e indietro sul campo a prescindere da quello che potrebbero indicare numericamente i cosiddetti moduli. Che tristezza questi freddi numeri che sembrano fare a calci con l’aspetto dinamico di una partita di calcio!

Intanto si è capito che la squadra, per essere estremamente competitiva, non può fare a meno dei suoi elementi migliori e più rappresentativi dal punto di vista dell’esperienza. I giovani, per quanto bravi e validi devono trovare spazio un po’ alla volta, non possono essere schierati tutti assieme; devono maturare ed acquisire personalità. Doti però che si acquisiscono sul campo, giocando. E se non giochi come l’acquisisci questa personalità e questa benedetta esperienza? Un po’ come riproporre a noi stessi il famoso dilemma “è nato prima l’uovo o la gallina?”. Purtroppo, quando devi combattere per un traguardo importante, non ti puoi permettere di schierare tanti giovani tutti in una volta, nello stesso reparto. Tanti anni fa, quando ci si riferiva a un giovane promettente, si diceva, lo cito in mezzo vernacolo: “è bravo, ma ne deve mangiare di forni di pane”.

Allora che fare? Dobbiamo solo augurarci che gli infortuni di Fava, Rinaldi e Scarpa siano di scarsa entità e che gli atleti possano essere utilizzati magari a partire già dalla prossima gara interna con il Chieti.

Intanto per domenica è già in vista il derby con l’Ebolitana. Sarà derby vero.

Nino Ruggiero

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