Gli assi nella manica

Così è (anche se non vi pare)

I giapponesi usavano la parola “harakiri”, storpiata in “karakiri” dalla stampa del dopoguerra, per dire, nella lingua italiana, “suicidio”.

Salvatore Galizia, attaccante della Paganese, domenica – metaforicamente parlando, s’intende –  ha cercato in tutti i modi l’“harakiri”. Non ha tenuto conto, però, che il suicidio, in quanto “atto volontario con cui una persona decidere di porre fine ai suoi giorni” non deve interessare altre persone; se no che suicidio è?

E’ andato Galizia, pallone fra le mani, sul dischetto del rigore sicuro di sé. Da quel dischetto aveva già sbagliato qualche minuto prima lo specialista Fava; meno male che sulla ribattuta aveva rimediato Orlando…

“Meglio cambiare, per Fava non è giornata”  – deve aver pensato Grassadonia, dando disposizioni di battere il secondo calcio di rigore proprio a Galizia.

E questi che fa? Arriva sul pallone, e quando tutti si attendono una botta di precisione o quantomeno un tiro piazzato, mentre il portiere sembra in preda al ballo di San Vito sulla linea di porta, cerca il colpo a effetto, il cosiddetto “cucchiaio” di Tottiana memoria. Il pallone va fuori, oltre la traversa, e il pubblico resta come annichilito.

“Ma come, abbiamo fruito di due rigori tutti in una volta e non riusciamo a buttarla dentro?” – sembra voler dire il volto deluso di uno dei tanti anonimi spettatori.

Caro Galizia, i rigori si segnano e si sbagliano; non c’è dubbio. Ma c’è modo e modo di tirarli! Un rigore fallito non rappresenta una tragedia; certo sarebbe meglio realizzarlo, ma può capitare di sbagliarlo. Calciare un rigore così, però, è assurdo e incomprensibile. Cercare il “coup de théâtre”, o colpo ad effetto, in una gara dall’esito incerto è da incoscienti. Ma vado ancora più oltre: anche in una gara già segnata da un risultato roboante e tranquillizzante per quello che riguarda l’esito finale, non è da professionisti leali cercare di irridere l’avversario. Sono convinto che lo stesso Galizia, da ragazzo coscienzioso, ha soppesato per bene l’episodio e sarà sinceramente pentito della bravata.

Ma il calcio è così: è spietato, non ammette errori; anzi, ti punisce quando meno te lo aspetti e quando credi di poter amministrare un vantaggio minimo strenuamente conquistato.

Prendete domenica proprio l’incontro con il Giulianova. Un primo tempo finalmente all’altezza della tradizione e delle aspettative generali da parte di Grassadonia e compagni.

Arriva un calcio di rigore ineccepibile, come manna dal cielo dopo appena sessanta secondi. Batte Fava con poca convinzione e il portiere respinge come può; sulla ribattuta si catapulta Luchino Orlando e mette il pallone in rete. Uno a zero e si gioca quasi in discesa, più tranquilli, più geometrici, più quadrati. Stavolta Galizia e Neglia, esterni alti, come si dice adesso, partecipano alla costruzione del gioco e sono pronti a fare anche da interdittori quando sono gli avversari ad avere il controllo del pallone.

La squadra è più armonica delle ultime giornate e gode anche della prestazione super di Tricarico, finalmente in piena efficienza fisica, un sette polmoni a mantice che non si ferma mai; che marca, raddoppia, che avanza con l’andatura di un “bulldozer”, come ai bei tempi.

Suona la carica Tricarico e la squadra lo accompagna nel suo incedere imperioso. Anche Acoglanis è all’altezza della sua fama acquisita a Castellammare di Stabia e ad Avellino; tocca e amministra, con la precisione di uno speziale, palloni su palloni e innesca più di una volta i due esterni che vanno a nozze sulle fasce laterali contro una difesa che appare forte e tosta solo nella zona centrale con Terrenzio e Zoppetti.

Inevitabile arriva anche il secondo calcio di rigore, ugualmente ineccepibile, come il primo, su tocco di mani del centrocampista Bontà. Mettere a segno la seconda rete potrebbe significare archivio della partita. Ma Galizia è di tutt’altro avviso, è meglio non ripetermi.

Lo scampato pericolo del raddoppio, ringalluzzisce il Giulianova. Così vanno le cose del calcio.

Nella ripresa, gli abruzzesi producono il massimo sforzo per arrivare al pareggio e ci riescono con una prodezza di Morga, bravo a girarsi in area e a infilare con un micidiale rasoterra la porta di Petrocco.

Hai capito? Una partita che sembrava bella facile facile, con due rigori a favore, con una Paganese finalmente padrona del campo, al di là del meritatissimo punteggio, tutto in una volta diventa difficile, molto difficile. Tanto difficile che, nonostante due sacrosante espulsioni di altrettanti calciatori del Giulianova, tra il pubblico comincia ad aleggiare un surreale clima di incertezza per l’esito finale della gara.

Gli avversari, infatti, sia pure in inferiorità numerica, non sembrano affatto rassegnati al peggio e anzi controbattono colpo su colpo alle sporadiche e non più tanto lucide iniziative di una Paganese quasi in affanno, nervosa quasi quanto un pescatore che si lascia sfuggire il pesce dall’amo dopo averlo agganciato.

Allora ecco la mossa di Grassadonia che tira fuori l’asso dalla manica: fuori Neglia e dentro il giovane Siciliano per dare maggiore penetratività al reparto offensivo, orfano di Fava, fuori per infortunio.

Eccolo Siciliano, giovane emergente, cresciuto in società, viso ed espressione da autentico scugnizzo napoletano. Eccolo, una prima volta, sostituire Galizia nell’ultimo quarto d’ora nell’incontro di Coppa con la Neapolis, dopo un anno di esperienza maturato proprio in quella squadra. Eccolo nell’occasione, proprio allo scadere del tempo, calciare con un piede vellutato una punizione dal limite che va a stamparsi proprio all’incrocio dei pali facendo strozzare in gola il grido del gol.

Eccolo schierato in campo fin dal primo minuto nella partita con la Vigor Lametia; eccolo esultare a più non posso per il gol di rapina realizzato.

Rieccolo, infine, sulla scena domenica nel momento del bisogno, nel momento in cui la partita sembra prendere una brutta piega. Eccolo improvvisarsi anche goleador dalla distanza con un micidiale missile terra-aria da non meno di venticinque metri. Che gol, ragazzi!

“E che allenatore questo Grassadonia: ha proprio indovinato la mossa giusta” – mi dice, facendomi l’occhiolino mentre esulta come un ossesso, un occasionale vicino di posto. Questo è il calcio. Una mossa ti va bene e sei un grande allenatore; una mossa non produce alcun effetto e sei solo un mediocre.

Resta il fatto, incontrovertibile, che la Paganese di quest’anno può vantare una rosa di tutto rispetto e la qualità non manca, come già detto e sottolineato in più di una occasione. Merito, per quanto ovvio, della società che non ha badato a spese; di Cocchino D’Eboli, che ha acquisito alla causa le pedine giuste; ma merito indubbiamente anche di Grassadonia, giovane e serio allenatore emergente.

Quest’ultimo può ben dire di avere parecchi assi nella manica e, per fortuna, li caccia quasi sempre a ragion veduta.

Sarà anche fortunato, come mi suggerisce qualche buon amico, ma di certo la competenza e il mestiere non gli mancano.

E poi, guardate, questa storia della fortuna e della sfortuna, ci ha un po’ stancati. Sarà anche un caso, ma pare che la buona sorte sia quasi sempre alleata dei più forti.

Speriamo che sia così.

Nino Ruggiero

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