Quei fremiti chiamati emozioni

Così è (anche se non vi pare)

Quante emozioni sa dispensare il calcio! Prendete la partita di domenica con la Reggiana. Una partita strana, dai due volti. Un primo tempo da schiaffi per la Paganese. Non un solo tiro verso la porta degli emiliani, un mezzo gol regalato, ma signorilmente rifiutato dal centravanti avversario Temelin dopo un errato disimpegno difensivo, con Radi, Urbano e Ginestra sul banco degli accusati.

Dopo i primi quarantacinque minuti, in tribuna, ci siamo guardati in volto: smorfie di rassegnazione senza parole, di quelle che vogliono dire “ma dove ci vogliamo presentare? come ci vogliamo salvare? è difficile giocare peggio di come abbiamo giocato oggi …”

Qualche altro è andato oltre: “Me ne vado, tanto il nostro destino è segnato! Dovremmo fare così tutti quanti!” – ha detto e se n’è sceso per le scale che portano alla parte inferiore della tribuna.

Chi annuiva, chi aggiungeva qualcosa di più forte, chi additava un paio di calciatori lontani dalla forma migliore, chi lamentava la mancanza di un gioco decente, chi – infine, per fortuna, saggiamente – suggeriva di aspettare la fine della gara perché le partite in fondo durano novanta minuti.

E’ proprio strano il calcio! Strano e bello, proprio perché – non essendo una scienza esatta – è imprevedibile e vive di emozioni. Emozioni sul rettangolo di gioco dove giocatori prima apparsi indolenti e rassegnati, alla ripresa delle operazioni, si trasformano – pur essendo sempre gli stessi – e sembrano leoni liberati dalle gabbie. Emozioni sugli spalti dove gli umori degli spettatori cambiano repentinamente a seconda di quello che succede in campo. C’è scoramento, rassegnazione, avvilimento, quando la squadra balbetta, non riesce a esprimere le sue potenzialità; quando sembra ingabbiata dall’assetto difensivo predisposto dagli avversari; quando non riesce a tirare una sola volta in porta.

Gli avversari appaiono mostri di perfezione, sono come una macchina ben oleata: si difendono bene senza affanni, chiudono tutti gli spazi, ingabbiano i nostri centrocampisti, addirittura rifiutano un’occasione d’oro regalata al loro centravanti da una imperdonabile disattenzione difensiva. A centrocampo giostrano che è una bellezza. Saverino, che ha il numero quattro sulla schiena, sembra un marziano; catalizza tutti i palloni, li distribuisce, si inserisce in avanti. E’ sempre lui a gestire la palla.

Come fai, allora, a non scoraggiarti quando per tutto un tempo non riesci a impensierire una volta, che sia una, la difesa avversaria?

Poi il secondo tempo. Un’altra partita, un’altra squadra. Paganese-Reggiana è gara vera nella ripresa. In campo si vede una Paganese diversa: determinata come non mai, arrembante, sempre prima su ogni pallone con calciatori assatanati e convinti, finalmente, delle loro potenzialità.

Una squadra libera da tutta una serie di  lacci e lacciuoli di ordine psicologico che evidentemente la frenavano; che gioca con convinzione; che è finalmente viva; che trascina il pubblico. Cambia la musica a centrocampo. Vicedomini sembra più redditizio nel suo correre sfrenato, riesce finalmente a dialogare con Gatti che – non mi stancherò mai di dirlo e di suggerirlo – deve essere sempre coinvolto nelle azioni che la squadra va a proporre, anche nelle giornate di scarsa vena; è lui il geometra dai piedi buoni in un reparto che oggi come oggi non può fare a meno della sua personalità.

Salgono in cattedra dalla trequarti in avanti Lepore e Tortori, folletti imprendibili per la statica difesa avversaria. Ferraro è il punto di riferimento costante e preciso per le manovre offensive; fa da sponda ai compagni di reparto, si propone come centravanti-boa, mostra rassicuranti qualità di palleggio e di controllo della palla: mai un pallone buttato via per caso, ma sempre appoggi lineari e precisi.

Lepore imperversa sulla fascia sinistra mentre Tortori non è da meno sulla destra. E’ il gol, però, che dà ancora più sicurezza alla squadra. Lo mette a segno Urbano ma è come se segnasse tutta la squadra tanto forte è la voglia di tutti di spingere il pallone nel sacco.

La Reggiana non è più in partita. Tortori impazza sulla destra vanamente inseguito dal suo diretto avversario; controlla e tira di destro uno shoot imprendibile che si stampa sul palo alla destra del portiere emiliano. Sempre Tortori, bomber tascabile in ombra da qualche settimana, ci riprova più tardi, semina un paio di avversari in area con una lucidità impressionante e insacca di precisione con un sinistro che non dà scampo.

Ma è tutta la squadra che appare rinfrancata, che prende le giuste dosi di sicurezza e di convinzione nei propri mezzi. Impeccabili sono tutti i difensori; dal portiere Ginestra passando per Santarelli, Radi, Cuomo e Urbano. Bene anche il giovane Di Pasquale il cui sinistro, però, quando si sposta in avanti per il cross, spesso e volentieri fa le bizze; per lui va senz’altro meglio la fase difensiva.

Nel calcio, come nella vita, c’è sempre da imparare qualcosa. Quando credi di sapere tutto, di avere già pronta una sentenza, di dover abdicare ai tanti cullati sogni di speranza, assisti a un crescendo rossiniano senza precedenti di una squadra che poi, in definitiva, negli uomini è la stessa che ti ha fatto spazientire per oltre quarantacinque minuti.

Come si fa a non chiamare emozioni quei fremiti che ti fanno palpitare, sobbalzare, gridare quando il pallone va a gonfiare la rete? Questo è  calcio vero: un condensato di emozioni da spettatori quasi attori sugli spalti perché la gara la vivi intensamente come un interprete diretto del gioco.

Altro che calcio in poltrona davanti a una tivvù!

Nino Ruggiero

(Rubrica “Così è, anche se non vi pare”, Paganese.it  2 marzo 2011)

 

 

 

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One thought on “Quei fremiti chiamati emozioni

  1. Bellissimo articolo che rispecchia gli umori dei tifosi. Quando si vince poi uno si scorda tutto. Forse proprio per questo è bello il calcio. Sempre forza Paganese!

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