L’ultima rovesciata di Giuseppe Di Florio

Incontrai Peppe Di Florio per la prima volta pochi giorni dopo una memorabile partita di calcio fra Paganese e Nocerina. Altri tempi, altro calcio, altra gente, altro tifo. Peppe scriveva delle gesta della Nocerina con la sua prosa accattivante, spontanea, disincantata sul quotidiano ROMA, senza tenere conto – nella sua genialità artistica – di quello che era il contorno di una partita di calcio. Scriveva di getto, così come gli dettava il suo estro e poco gli importava se la sua prosa geniale, infarcita di poesia, spesso travalicava gli aspetti puramente calcistici o sportivi per sconfinare negli aspetti sociali. Era un cavallo di razza, un purosangue, un talento naturale che esaltava le sue doti artistiche alla sola vista di una macchina da scrivere.
Quella volta aveva parlato dell’imminente derby facendo sfoggio di tutta la sua bravura di scrittore; sì, perché Peppe era soprattutto uno scrittore prestato al giornalismo sportivo. La sua prosa barocca lo aveva portato a parlare di personaggi caratteristici sia di Nocera che di Pagani i quali – ciascuno per i propri colori – rappresentavano delle vere e proprie bandiere o simboli che dir si voglia. Quando toccò a Pagani, si face trascinare dalla prosa di scrittore e di artista evidenziando le caratteristiche di “putridi cortili” in via San Francesco ed a Casa Marrazzo. La sua voleva essere solo una licenza poetica, niente altro che una constatazione dello stato di abbandono di alcuni storici cortili; ma la sua prosa fu male interpretata e fu considerata alla pari di una grave offesa. Per giorni e giorni il povero Peppe fu costretto a stare lontano da casa perché  il suo telefono squillava in continuazione e fu oggetto di insulti e minacce.
Peppe Di Florio era tutt’altro che il provocatore dipinto da fantasiosi personaggi inneggianti al campanilismo più sfrenato e becero. Era soprattutto un artista della penna e come tutti gli artisti che si rispettano non aveva mai un copione da seguire: il suo istinto lo portava spesso all’esasperazione delle cose trattate, amava arzigogolare con il suo talento indiscusso e si faceva trasportare dalla sua vena poetica. Non faceva mai un calcolo, non scriveva mai pezzi di convenienza: era come un pittore di razza cui viene donata una tela ed un pennello con invito a disegnare.
Lo conobbi di persona su un polveroso campo di periferia, in un giorno di allenamento infrasettimanale, mi pare di ricordare sul campo di Roccapiemonte, il “Ravaschieri”. Ma conoscevo bene la sua prestigiosa firma, anche perché all’epoca non erano molti coloro i quali esercitavano la professione di giornalista. Io scrivevo da poco ed i miei modelli locali erano proprio Giuseppe Di Florio, Biagino De Vivo ed Enzo Liberale di Nocera e Raffaele Ianniello, Umberto Belpedio e Renato Cuomo di Pagani. Era difficile trovare spazio nei giornali in quel periodo a cavallo degli anni Sessanta/Settanta. Per scrivere di calcio – con la passione che mi ritrovavo – dovetti ripiegare su quotidiani di altre regioni, La Gazzetta del Mezzogiorno di Bari e la Gazzetta del Sud di Messina. E furono proprio questi quotidiani che rafforzarono la mia amicizia con Peppe. La domenica sera, dopo la fine delle partite, dopo le interviste negli spogliatoi, bisognava dettare i pezzi ai giornali per l’edizione del lunedì. A quei tempi, poche persone avevano i telefoni in casa: bisognava ricorrere ai centralini. Non c’era teleselezione ed i collegamenti avvenivano tramite i Telefoni di Stato. Bisognava affidarsi a cortesi centraliniste chiedendo una “R stampa”, vale a dire una telefonata particolare il cui costo gravava sui giornali. Fu proprio Peppino, dopo una partita di calcio che la Nocerina disputava in casa contro una squadra pugliese, ad invitarmi in quella che era la sua seconda casa: l’azienda di famiglia “Giuseppe Di Florio SpA”.
“Se devi scrivere vieni pure con me, mi fa piacere – mi disse, ed io capii subito che non era un invito tanto per farlo ma perché sentito – vedrai che con l’attrezzatura che abbiamo in fabbrica, farai molto prima rispetto al solito”.  Accettai di buon grado ed insieme a me nell’occasione fu invitato anche un giornalista del Roma, Adolfo Mollichelli, oggi apprezzata firma de IL MATTINO.
La fabbrica di via Napoli era proprio la seconda casa di Peppe Di Florio; di domenica rappresentava il suo regno. In un ufficio al primo piano, solitamente adibito alla contabilità dell’azienda, c’era tutto quello che poteva fare la felicità di un giornalista dell’epoca. Macchine da scrivere ogni due metri, telefono su ogni scrivania, risme di carta in bianco che aspettavano solo di essere usate. Quell’ufficio la domenica sera era diventato da tempo una vera e propria redazione da far invidia al più attrezzato dei quotidiani. C’era pure la macchinetta per il caffè – e non è che in quegli anni ce ne fossero proprio tante in giro –  e Peppe era sempre pronto a farla funzionare con gettoni che procurava nel corso della settimana.
In quella improvvisata redazione sono passati nomi illustri del giornalismo sportivo nazionale, Antonio Corbo, Francesco Degni, Gigi Amaturo, Guido Prestisimone, Rino Cesarano e tanti altri ancora di cui mi sfugge il nome. Ma era anche un luogo di ritrovo per tanti altri colleghi della zona come Biagio Esposito, Biagio Franza, Gaetano Califano, Salvatore Scarano che arrivavano anche solo per trascorrere qualche minuto insieme, come si fa in un circolo sportivo. Spesso arrivavano anche allenatori ed addetti ai lavori che mantenevano ottimi rapporti con Peppe; fra questi ricordo Lino De Petrillo e Gianni Di Marzio.
Quella con Peppe non era un’amicizia di comodo. Andavo a trovarlo spesso anche durante la settimana per scambiare quattro chiacchiere e per parlare con lui di giovanili progetti editoriali. Aveva un ufficio al piano terra dell’azienda, appena entravi dal portone sulla destra. Un ufficio spartano, pochi metri quadrati, una scrivania con in mostra una macchina da scrivere, fedele compagna di viaggio di tutti i giorni, ed un telefono. Sulla scrivania anche una radio, una Brion Vega, che all’epoca rappresentava il top dell’eleganza, rigorosamente sintonizzata su Raiuno, altra compagna inseparabile dell’amico Peppino. Quella scrivania, quella macchina da scrivere doppio carrello, quella Brion Vega in quell’ufficio angusto rappresentavano tutto il mondo del mio caro amico. Una volta gli chiesi, quasi con pudore, quali fossero le sue mansioni all’interno dell’azienda di famiglia. Durante le mie visite lo vedevo, infatti, sempre alle prese con un foglio infilato nella macchina da scrivere e con una sigaretta fra le mani. Lui glissò: Faccio un po’ di tutto, specie quando arrivano i camion con il legname da lavorare. Controllo la qualità e le dimensioni dei tronchi”
Le sue giornate infrasettimanali trascorrevano lente e monotone in quell’angusto ufficio al piano terra. Nel pomeriggio doveva scrivere due pezzi; uno per il ROMA, e lo dettava; un altro per il CORRIERE DELLO SPORT con la cui redazione aveva un appuntamento fisso telefonico. Poi cominciammo a parlare di progetti editoriali. Con me e con Gaetano Califano si impegnò a scrivere di Nocerina su l’ESPRESSO SPORTIVO, costola dell’ESPRESSO DEL SUD, diretto da Goffredo Locatelli. La sua fantasia ed il suo estro, costrette a freddi e stringati notiziari dai quotidiani cui collaborava, si sbizzarrirono. Dipinse con la sua vena artistica e con la sua prosa coinvolgente ed accattivante le gesta dei personaggi dell’epoca che meritavano la sua attenzione: fece vivere le gesta del Marchese Villani in un memorabile “Dies illa” ed inventò di sana pianta il personaggio Biagio Scorzella, che negli anni ispirò le sue prose più riuscite ancorché parossistiche.
Poi ci perdemmo di vista. Durante un lungo periodo vissuto a Potenza non andai più a trovarlo nella sua azienda. Quando tornai a lavorare a Nocera – siamo oramai negli anni Ottanta –  inquadrai la sua caratteristica figura, capelli sempre al vento, con i fari della mia auto, sull’imbrunire, davanti ad un bar di via Napoli, a pochi metri dall’azienda di famiglia. Fu una festa. Era passato al sigaro perché voleva tentare di non fumare più. Nel frattempo non andava più in fabbrica e dalle sue parole emergevano disappunto, rimpianti e rassegnazione per una vita che non era più quella di tanti anni prima. Passava le sue giornate in quel bar, tra una partita a carte con improvvisati compagni di pensione e tra le solite immancabili quattro chiacchiere sulla Nocerina che stentava ad ingranare.
Appena potevo, andavo a trovarlo per riparlare del passato, della nostra gioventù, della comune passione per il giornalismo.
Qualche tempo dopo passò a frequentare un altro bar, al centro, a pochi passi dalla sua abitazione. Quando passavo di là, dopo una giornata di lavoro,  lui mi raccontava dei suoi sopraggiunti problemi di deambulazione, con l’immancabile sigaro tra le mani, una volta acceso, una volta no.
“Ne accendo solo uno di mattina – mi diceva, quasi a voler anticipare un mio amichevole rimbrotto – vedi adesso ce l’ho fra le mani, ma è spento …”
Per un periodo non lo vidi. Pensai al brutto tempo di quei giorni ed al fatto che probabilmente aveva pensato bene di starsene al calduccio. La verità era ben diversa.
Si era spento lentamente, come il suo immancabile sigaro.

Nino Ruggiero

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2 thoughts on “L’ultima rovesciata di Giuseppe Di Florio

  1. Caspita, Nino
    Mi accade di leggere dei “pezzi” respirando in modo intermittente. Ho appena letto il tuo “pezzo”, e mi fa piacere definirlo così, e ti assicuro che non è stata una lettura, ma un modo di assorbire e respirare in modo intermittente tutto il testo. Leggevo e rivedevo il mio passato con Peppino. Forse tu non lo sai, ma Peppino ed io eravamo cofidanzati con due sorelle. Io sposai una delle due (attuale moglie) e lui, sfortunatamente si sfidanzò con l’altra. E fu in quel periodo che lui lesse alcuni miei scritti e mi diede l’occasione di battezzarmi al giornalismo. “Il Mattino” fu il primo giornale, La Gazzetta del Sud di Messina fu l’ultimo. Il Blog in cui scrivo è il seguente: ilnostroblog-annamaria.blogspot.com. Se vuoi andarci clic su GOOGLE ITALIA e scrivi ENZO DUCKY..
    Con la mia passione ardente scrivo nel blog: pezzi di psicologia – racconti – poesie – commenti di varia natura.
    Ne abbiamo da raccontare.
    Ciao
    ENZO

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